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Welfare, così Nicolais vuol distruggere il pubblico impiego

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Effettivamente può creare qualche imbarazzo. Essere d’accordo con Carlo Podda, il potente segretario della CGIL Funzione pubblica, praticamente il principale combattente per la “via burocratica al socialismo”, è – per un liberale purissimo -  imbarazzante.

Ma stavolta ha ragione Podda: la proposta del Ministro Nicolais di “rottamazione” dei travét appare del tutto campata in aria (nonostante l’autorevole appoggio del prof. Nicola Rossi). Lo scambio 3 (prepensionamenti) contro 1 (nuova assunzione), analizzato con attenzione, risulta infatti del tutto controindicato rispetto sia all’obiettivo di contenere la spesa pubblica sia a quello di migliorare la qualità della nostra burocrazia.

Non certo si può sperare di raggiungere in questo un risparmio per il bilancio dello Stato. La cifra lanciata dal Ministro – 500 milioni l’anno – è pura fantasia. La proposta anzi determinerebbe un maggior onere per le casse dello Stato. Infatti, premesso che un trattamento pensionistico è almeno pari al 65% dello stipendio (ma probabilmente di più se l’offerta di prepensionamento si rivolge ai lavoratori con maggiore anzianità contributiva e quindi con regimi pensionistici più favorevoli), risulta subito evidente che la proposta è a somma zero poiché il nuovo stipendio coprirebbe l’intero risparmio. Anzi è a somma negativa se, come ha ammesso il Ministro, dovrebbe trattarsi di un esodo incentivato. Ecco l’ammontare dell’incentivo (un’annualità di stipendio, un scivolo previdenziale?) rappresenterebbe integralmente un nuovo onere per la finanza pubblica. Inoltre dal punto di vista contabile occorre anche considerare l’anticipo delle indennità di buonuscita che dovrebbero essere corrisposte ai lavoratori, anticipo che andrebbe a rendere (ove mai ve ne fosse bisogno) ancora più complicata la quadratura del cerchio della prossima finanziaria..

Ma la proposta appare anche del tutto fallimentare come strumento di modernizzazione e di recupero di efficienza degli apparati amministrativi. Il problema di cui soffre la nostra burocrazia non è quello dell’età dei dipendenti. Il fattore età può certo giocare un ruolo in tale prospettiva, ma non vi è alcuna corrispondenza biunivoca fra fannullismo e anzianità. Anzi spesso i casi più gravi di assenteismo si registrano nelle fasi iniziali o intermedie della carriera quando semmai, le esigenze pressanti della vita quotidiano, la demotivazione professionale, la totale mancanza di controlli e di sanzioni, inducono a comportamenti molto disinvolti. Vi è inoltre il rischio che una prospettiva di esodo anticipato incentivato possa attirare maggiormente i dipendenti più capaci che forse con più facilità potrebbero trovare un nuovo lavoro gratificante e ben remunerato. Certo ridurre il numero dei dipendenti pubblici potrebbe essere un bel risultato (anche se le statistiche internazionali indicano che siamo in linea con molti paesi europei). Ma il risultato sarebbe un mera illusione ottica se contemporaneamente andiamo ad ingrossare artificiosamente il numero dei pensionati!

Il fatto è che i temi della riforma della burocrazia richiedono tenacia ed impegno. Non ha alcuna utilità immaginare facili scorciatoie. A volerli vedere i problemi della nostra amministrazione pubblica sono noti, solo che sono politicamente assai costosi. Senza nessuna pretesa di esaustività proviamo a sottoporre al Ministro Nicolais due suggerimenti che assai più del suo 3 per 1 potrebbero conseguire contemporaneamente l’obiettivo di risparmiare e quello di elevare l’efficienza delle pubbliche amministrazioni.

1. Operare un vero blocco del turn over. Anche se ci pavoneggiamo da anni dicendo che attuiamo il blocco del turn over, la verità è che dal 2000 ad oggi i dipendenti pubblici non solo non sono diminuiti ma sono addirittura aumentati, di poco ma sono aumentati. Sono tali e tanti i buchi che annualmente il blocco presenta (sono normalmente esclusi: forze armate, polizia, scuola, ricerca, regioni enti locali, sanità, ed in più è sempre un ceto pacchetto di assunzioni in deroga) che sinora siamo al massimo riusciti a contenere i tassi di incremento. Eppure il tasso di pensionamento del pubblico impiego è all’incirca del 2,5%. Basterebbe anche un blocco (reale e per tutti) al 50% e in cinque anni avremmo una riduzione del personale di oltre il 7% con un risparmio complessivo per le finanze pubbliche di oltre 6,5 miliardi di euro:

2. Per evitare che la naturale contrazione del numero degli addetti si risolva in un netto peggioramento della qualità (già non eccellente) del servizio in alcuni settori cruciali, si dovrebbe varare un vero piano di mobilità del personale che consenta di affrontare finalmente la vera piaga della nostra burocrazia: la cattiva distribuzione orizzontale e verticale dei dipendenti pubblici. Sino ad oggi si è molto parlato di mobilità (uno dei principi cardine delle organizzazioni produttive private alle quali da un quindicennio di voler far assomigliare la nostra amministrazione) ma i risultati sono praticamente pari a zero. Demandata alla contrattazione collettiva (e quindi sottoposta al beneplacito sindacale), osteggiata dal protezionismo corporativo delle strutture burocratiche, la mobilità sinora è stata a domanda, ovvero uno strumento al servizio dei dipendenti desiderosi di cambiare sede di lavoro (normalmente per andare ad ingrossare uffici – ad esempio del Mezzogiorno – già sovraffollati). Con l’effetto di diventare essa stessa causa di cattiva distribuzione del personale.

Naturalmente si tratta solo di due semplici indicazioni che andrebbero accompagnate da più sofisticate indicazioni in termini di procedure di valutazione e di controllo, di contrattazione integrativa e di incentivi alla produttività, di ripristino del circuito della responsabilità dirigenziale nella gestione delle risorse umane, di formazione e di motivazione dei dipendenti.

L’impressione viceversa è che di fronte alle difficoltà da affrontare, rese tanto più ardue dall’instabilità degli equilibri di governo, alla fine prevalga la tentazione di affidarsi a suggestioni di facile presa mediatica le quali peraltro alla fine altro non sono che una rivisitazione della “gloriosa” teoria, che tanto successo ha riscosso nella storia patria, del pubblico impiego come ammortizzatore sociale (e politico).

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