Luci e ombre per i cattolici americani
21 Aprile 2008
Sono molti i segnali di salute tra i cattolici negli Stati
Uniti, nel momento della visita di Benedetto XVI. C’è il consolidamento della
Chiesa Cattolica come denominazione di maggioranza relativa, con i 76,9 milioni
di fedeli che nel 2003 rappresentavano quasi un quarto della cittadinanza, e la
terza popolazione cattolica mondiale dopo Brasile e Messico. C’è il definitivo
venir meno dello storico “anti-papismo” dei protestanti, con gli evangelici più
tradizionalisti che al contrario giudicano ormai i cattolici fondamentali
“compagni di strada” in battaglie etiche come quella sull’aborto. E ci sono
anche un bel po’ di conversioni eccellenti: ad esempio, un anno fa quella del
professor Francis Beckwith, presidente di quella Evangelical Theological Society che riunisce oltre quattromila
teologi statunitensi.
Nel contempo, però, tra i cattolici americani troviamo anche molti segnali di malessere. C’è la proporzione altissima di cattolici che si
converte al protestantesimo: un 32% che arriva quasi a un terzo del totale, e
che è la più alta percentuale di abiure tra tutte le denominazioni Usa. Ci sono
gli oltre 4000 scandali di pedofilia in cui a partire dal 2002 sono stati
coinvolti membri del clero: che in realtà solo in un caso su 40 hanno rilevanza
penale oltre che canonica, ma che in seguito a condanne a risarcimenti hanno
gettato nella crisi finanziaria diocesi importanti come quelle di Boston e Los
Angeles. E c’è la sempre più diffusa lontananza di molti cattolici da certe indicazioni
della Chiesa in campo etico, al punto che alle presidenziali del 2004 la
maggior parte dei praticanti preferì votare per il protestante George W. Bush
piuttosto che per il cattolico Kerry.
Eppure, sia l’uno che l’altro tipo di segnali sono in realtà
collegati. Quel che accade è che gli Stati Uniti sono una terra dove la fede
non è un fatto acquisito per nascita, destinato però poi magari a rimanere un
semplice dato anagrafico da confermare in un pugno di cerimonie importanti. Al
contrario, si tratta di un Paese dove il mercato dei fedeli è altrettanto
vivace di ogni altro mercato, e altrettanto allergico a monopoli e posizioni
acquisite. Vari storici, ad esempio, hanno ricostruito la demografica religiosa
nazionale al momento in cui le Tredici Colonie proclamarono la loro
Indipendenza, il 4 luglio del 1776. All’epoca, la prima fede degli Usa era
quella Congregazionista dei Padri Pellegrini della Nuova Inghilterra, con 668
congregazioni. Seguivano con 558 congregazioni i presbiteriani: fede calvinista
degli immigrati scozzesi e soprattutto degli scozzesi dell’Ulster, talmente
importanti nel primo popolamento da dare la loro stessa calata
all’anglo-americano di oggi. Terzi con 497 erano i battisti, che dopo essersi
ribellati alla teocrazia puritana avevano costruito il loro centro
d’irradiazione dal Rhode Island, e iniziavano già a diventare la prima fede del
Sud. Quarta con 495 la Chiesa d’Inghilterra, che dopo la separazione dalla
Madrepatria si sarebbe ridefinita “Episcopale”. E quinti, con 310 congregazioni,
i quaccheri, fondatori di Filadelfia e della Pennsylvania. Venivano poi 159
congregazioni di riformati, cioè calvinisti, tedeschi; 150 di luterani,
emigranti tedeschi e scandinavi; 130 di riformati olandesi; 65 di metodisti, da
poco separatisi dagli anglicani. Appena 56 le congregazioni cattoliche, che
precedevano le 31 dei Fratelli Moravi: esuli hussiti dall’attuale Repubblica
Ceca, che erano stati pionieri nelle missioni presso gli indiani. E c’erano poi
27 congregazioni di “separatisti e indipendenti”, 24 di dunkard, 16 di mennoniti, 7 di ugonotti francesi, 6 di
sandemaniani, 5 di ebrei.
Trascorsi 184 anni, al momento dell’elezione di John
Fitzgerald Kennedy come primo e finora unico cattolico Presidente, nel 1960 i congregazionisti
erano passati dal primo all’ottavo posto, con appena l’1,24%. Nel 2000 erano
scesi allo 0,5%, che salgono forse all’1% se assieme alla cosiddetta Chiesa di
Cristo Unita si pongono anche altre chiese congregazioniste minori. I
Presbiteriani, a loro volta, dal secondo posto erano scesi nel 1960 al sesto,
con il 2,3%. Nel 2000 stavano all’1,27%, e oggi all’1,1% della Chiesa
Presbiteriana Usa, anche se pure qui bisogna aggiungere un altro 1,6% di altre
chiese presbiteriane. Dagli anni ’50 del XIX secolo erano passati al primo
posto i cattolici: il 16,4% nel 1906, il 23% nel 1960, il 22,1% nel 2000, il
23,9% secondo le ultimissime stime. Seconda era diventata nel 1960 la Chiesa
Metodista Unita, la fede del Far West, con il 5,89%: ma per scendere nel 2000
al quinto posto, con il 2,98. Oggi però è risalita al 5,1%, più un altro 1,2%
di altre chiese metodiste. L’unica chiesa protestante storica in ascesa tra
1960 e 2000 appariva quella dei Battisti del Sud: terza con il 5,38% nel 1960,
seconda con il 5,63% nel 2000. Adesso sta al 6,7%, cui bisogna aggiungere un 12%
di altre chiese battiste.
Tra 1960 e 2000 la fede che aveva perso di più in percentuale
era proprio la Chiesa di Cristo Unita, con un -71%. Era seguita dal -55% della
Chiesa Episcopale, dall’1,82% allo 0,82%: oggi all’1%, più uno 0,7% di altri
gruppi anglicani. E poi veniva il -49% della Chiesa Metodista Unita. Record di
espansione invece per la Chiesa di Dio in Cristo, con un +786%: dallo 0,22%
all’1,95%, ma oggi allo 0,6%. C’era poi il +244% della Chiesa di Dio, dallo
0,09 allo 0,31%, oggi allo 0,4%; e il +225% delle Assemblee di Dio, dallo 0,28%
allo 0,91%, oggi all’1,4%. Dopo queste tre denominazioni pentecostali venivano
col +122% i Mormoni: dallo 0,82 all’1,82%, oggi all’1,6%. In parte queste
variazioni dipendono dalla crescita demografica delle comunità etniche di
appartenenza, con i cattolici favoriti sia dalla loro minor pratica del
controllo delle nascite che dall’immigrazione degli ispanici. In parte c’è la frammentazione
pressoché continua dei protestanti, in particolare tra quei due grandi gruppi di
chiese definite rispettivamente “Mainline”
e “Evangelical”: le prima, più
liberali, col 18,1% dei fedeli; le seconde, più conservatrici, col 26,3%. Alcune
denominazioni sono in maggioranza liberal:
5,4% contro 0,3% i metodisti; 2,8% contro 1,8% i luterani; 1,9% contro 0,8% i
presbiteriani; 1,4% contro 0,3% anglicani ed episcopali; 0,7% contro 0,3% i
congregazionisti. Al contrario i battisti sono soprattutto Evangelical: 10,8% contro 1,9% di Mainline. Sono invece in blocco Evangelical
pentecostali e avventisti, mentre si collocano su una sorta di terzo terreno le
cosodette “Chiese Nere”, con un 6,9% di fedeli: 4,4% di battisti, 0,6% di metodisti,
0,9% di pentecostali.
Insomma, è movimento continuo. Nel complesso, uno studio di Pew Forum indica che i protestanti sono
ancora il 62% tra la popolazione oltre i 70 anni, ma il 51,3% tra la
popolazione Usa nel suo complesso, e il 43% nella fascia d’età compresa tra i
18 e i 29 anni. Ma d’altra parte nella già cattolicissima America Latina dura
da tempo l’“allarme” sulla diffusione delle “sette” protestanti. In sostanza,
si è stabilito un principio di vasi comunicanti, che tende a livellare le
percentuali tra le due aree.
