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Davanti al feretro del Cardinale

Alcune critiche alla speculazione intellettuale di Carlo Maria Martini

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1. È spiacevole accostarsi (idealmente) alla salma del Cardinal Carlo M. Martini con una disposizione critica. De mortuis nil nisi bonum. Ma la nota ‘ultima intervista’ (CdS 1/9/2012) me lo chiede in coscienza, per la  equivocità  dei rilievi e dei giudizi sulla Chiesa  affidati dal Cardinale al p. Georg Sporschill s.j. e a Federica Radice Fossati Confalonieri. Così,  temendo la verità della celebre formula shakespeariana: “Il male che si fa vive dopo di noi,/ il bene è spesso sepolto con le ossa” [The evil that man do lives after them,/The good is oft interred with their bones], direi, non con l’intento di ribaltarne il significato: “Amici (…)/vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo/”.  

I temi, i lasciti,  presenti alla mente di Martini tre settimane prima della morte, come ci vengono riportati non senza molte indicazioni di lacune o omissioni nel testo dell’intervista, sono dunque: la stanchezza della Chiesa e l’assenza di ardore e di eroismo; l’arretratezza della Chiesa rispetto alla storia, per cui la paura prevale sul coraggio; la semplicità del cuore come criterio pastorale, anzi ecclesiale in toto (‘Solo l’amore vince la stanchezza’).

Queste linee di spiritualità, che nei secoli non sono mai state assenti dall’ordinaria predicazione ai  fedeli (salvo il tema della ‘vecchiaia’ della Chiesa, frequentato da ‘profeti’ e  ‘riformatori’ per i quali è una premessa tattica necessaria), hanno nel Card. Martini dell’intervista almeno due caratteristiche: 1) sembrano presumere in chi parla un sofferto isolamento mentre esse, incluse le aspre note riformistiche e critiche, suonano, ripetitivamente, da decenni su tante, diversamente qualificate,  bocche, così che per chi non sia nato ieri sanno di ‘maniera’;  2) si avvalgono di argomenti o di richiami teologicamente approssimativi, in maniera preoccupante; anche questo non è nuovo e mi è capitato di sottolinearlo, più volte, su www.chiesa.espressonline.it  tra il 2007 e il 2009. 

Valga un esempio, dalla ‘risposta’ centrale, la più estesa. “Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. Bello, forse, per chi si arresti al suono delle parole, ma equivoco, poiché la recezione di una formula del genere, oggi, non può essere che soggettivistica, subordinata alla presunta centralità dell’io ‘moderno’: il dogma sarebbe dato per chiarire la voce della coscienza e per aiutarla a discernere le/nelle altre coscienze! Qui è contenuto tutto Martini. Ma che il dogma (quello trinitario, ad esempio) sia dato all’uomo come ausilio alle coscienze individuali è solo una impressionante, illogica, ‘chiusura’ spiritualistico-esistenzialistica o potrei dire, più nettamente,  tardo ‘cattolico-liberale’,  della Rivelazione ai perimetri individuali e relazionali. Detto col massimo di benevolenza, appare la riduzione della Rivelazione ai bisogni del confessore e del direttore spirituale. Né Cosmo né Storia né Città di Dio né Legge (analogata a ‘regola esterna’); né Logos né Nomos. Non mi sorprende che questo registro cristiano ottenga consenso nello ‘stanco’ Occidente. 

2. Ma torniamo all’inizio dell’intervista. La Chiesa è vecchia (dirà alla fine) e stanca e la grandezza (materiale) delle chiese, la pesantezza degli apparati, degli abiti, la sfiancano. Abbiamo bisogno di liberaci di tutto questo per essere, almeno, più vicini al prossimo; se qualcuno ha l’eroicità, la vitalità, di farlo non deve subire vincoli dall’istituzione. Anche questo un topos antico, ricorrente (la libertà del carismi) che suona però, nell’enfasi, misconoscimento di dati religiosi e cattolici essenziali: carismi e profezia sono sempre da vagliare, come la dottrina della Chiesa sa bene. “Prophetandum ergo est secundum mensuram, graece analogían, fidei, et intelligentiae concessae” dice la teologia della Seconda scolastica; e può tradursi: “necessariamente si profetizza sotto i vincoli (del canone) di fede nonché di quelli dell’intelligentia, del discernimento intellettuale, che ci è dato”.

Lascio da parte il lamento sulla vecchiezza/stanchezza della Chiesa che ha (non sorprenda) un sapore tutto storico-sociologico, ma vecchio e soggettivo, senza relazione né al quotidiano delle nostre chiese, per nulla ‘stanco’, né alla costituzione divina (teandrica, se si vuole, per ricordare il grande Journet) della Chiesa, né alla verità cattolica. Infatti è piuttosto la  verità cattolica (quando non succube, non mimetica del moderno) che si sta lasciando alle spalle una Modernità finita. Prospettive che certo Martini non ignorava, ma che, da anni, restavano opache nella sua stimolazione alla Chiesa.

Che cattedrali, paramenti e ordinamenti siano un peso per la vitalità della Chiesa è un pensiero ottocentesco, un poco da socialismo utopistico cristiano, un poco da coscienzialismo liberale; ambedue i fronti e le sensibilità suppongono un (precedente) smarrimento della verità del Segno e del Sacro. Al contrario, edifici sacri e splendore liturgico parlano di Dio, con un potere di trascendimento della chiusura soggettiva che nessuna parola consolatoria, nessuna umana ‘vicinanza’, hanno. I cristiani che non capiscono questo (una parte della cristianità ha smarrito queste verità da secoli e sta scomparendo, ma troppa cattolicità vuole emularla) sono stati le vittime predestinate delle crisi moderne e postmoderne. 

Considerare l’apparire, la manifestazione visibile e sacramentale, della Chiesa come “cenere”  è, dunque, un colossale equivoco. L'idea di Karl Rahner, non originale, di “così tanta cenere sopra la brace” nella Chiesa (non leale, nel Cardinale, è il riferimento alla crisi pedofilia) è, in sé, una metafora offensiva per gran parte del popolo cristiano: finisce col far coincidere con la 'cenere' quasi tutto, opere e  'istituzioni' (dalla gerarchia al dogma, alla carità, ogni dimensione positiva), per elevare arbitrariamente a ‘resto’ biblico, a 'brace', i soliti protagonisti, le solite voci (i  cd. 'profeti' di oggi, i 'martiri' sociali – solo alcuni!, ecc.) che, infatti, ora si esaltano alle sue parole e al suo lascito.

Inutile aggiungere, poi, che diritto, uffici e burocrazie (che possono essere corretti o trasformati) sono inseparabili da un corpo sociale vivente. Ma non ci si aspettano in un colto, ‘distante’, gesuita,  filologo e saggista, simili tratti di utopismo ‘popolare’ (in effetti influenzato dal rivoluzionarismo borghese). Utopismo tra ‘popolare’ e visionario è l’idea delle “dodici persone” al governo della chiesa, vicine ai poveri e circondate da giovani, “in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque”. Di giovani che aprono una nuova Storia col passo leggero e sguardo puro di chi non è gravato di passato è ricca la letteratura (un tema caro al Novecento europeo - penso al modello alto e precoce [1906] del Maximin  di Stefan George), ma nella vitalità di una Tradizione - per dirla solo in termini storico-religiosi - non è la condizione ‘giovane’ come tale che fa alcuna differenza. Giovanni Battista non è profeta perché giovane. Ricordo, esattamente quarant’anni fa, un noto e amato monaco camaldolese (che ci ha lasciati da tempo) fare con infinito candore l’elogio dei giovani, celebrarne il potenziale, affidare loro l’essenziale della trasformazione del mondo e della chiesa. I giovani di allora hanno oggi almeno cinquant’anni; non aggiungo altro. Ma non è il mero fatto (se quei giovani siano stati all’altezza dell’assurda retorica degli anziani) che importa; importa  l’assunto estrinseco su ciò che traditio e reformatio ecclesiae sono. Molto, troppo, nella riflessione martiniana, appare estrinseco all’essenza delle cose.

3. La lunga risposta centrale contiene il nodo (teologicamente pesante, improvvido, quello del dogma e della legge come ‘chiarimento della voce interna’) già ricordato, nonché il riferimento ai sacramenti come ‘aiuto per gli uomini nel momento del cammino e nelle debolezze della vita’; un predicabile classico  e, ad un tempo, la singolare reviviscenza di una concezione non misterica, non ontologica, dei sacramenti, su cui vi sarebbe molto da dire: non a caso il rinnovamento liturgico ha deviato, smarrendo nel dopoconcilio la teologia liturgica dei Casel, anche degli Jungmann, dei Vagaggini, per un soggettivismo della ‘partecipazione’ immanente all’assemblea liturgica. Si è inoltre obiettato, a questo passo dell’intervista, che i sacramenti non sono solo ‘medicinali’ ma, anzitutto, generazione e nutrimento della vita soprannaturale.

Purtroppo le diagnosi di Martini ruotano attorno a questa delicata, ‘umana’ estrinsecità e restano orizzontali, pragmatiche, ‘troppo umane’. Il Cardinale mescolava, ancora poche settimane fa come anni fa, ragioni pastorali e dialogiche a temi dogmatici ed ecclesiologici con una rischiosa ‘indifferenza’. E al quadro contribuiscono le domande dei curatori dell’intervista: ‘Chi può aiutare la chiesa oggi?’ o ‘Quali strumenti contro la stanchezza della chiesa?’, dove la Chiesa è analogata a qualcosa di molto vicino alle  ‘caricature’ dei media (e non forse anche dei ‘progressisti’?), da ‘sostentare’ con ‘strumenti’ che sono, per lo più,  strategie di esonero morale e dogmatico.

Lascio per ultima la battuta deprimente: "la chiesa è rimasta indietro di 200 anni". Questa, come altre formule dette e ridette (e di casa nei salotti 'modernistici' milanesi da oltre un secolo), non è degna di un qualsiasi uomo di cultura.  Nei lontani anni Sessanta, anni che nelle lunghe rievocazioni (2012-2015) dell’imminente cinquantenario conciliare sarà opportuno trattare con la severità che meritano, si potevano dire simili banalità ‘liberatorie’. Erano il pane quotidiano dell'eloquio ‘riformatore’; tesi rafforzare dai teologi secolaristici che tanto impressionavano. Non, però, dopo mezzo secolo di fallimenti di quelle  ideologie cristiane improvvisate. Né  dopo mezzo secolo di  chiarimenti critici sulla Modernità: ha un significato teoreticamente plausibile affermare che qualcuno, che uno stato delle cose, è storicamente  'arretrato' di x anni su qualcun altro o qualcosa d’altro? No, se non con riferimento meramente descrittivo a qualcosa di misurabile, settoriale e  incrementale (es. tecnologie e conoscenze scientifiche applicate), e non valutativo oltre quella misura. Martini sembrava far coincidere, moderatamente ma costantemente, la Modernità col suo paradigma (anzi con uno dei suoi paradigmi); non era il solo, ma solo i 'progressisti' - di ogni tipo - conservano oggi questi tic evoluzionistici.

Per parte mia,  non accetterei in una conversazione simili stereotipi sulla Chiesa, e la storia moderna, da parte di persone di media cultura. Ma niente di quello che Martini afferma in questa intervista sarebbe stato accolto, anzi tutto sarebbe stato confutato, anzitutto dalla cultura della Compagnia di Gesù, fino al Concilio.  

4. Da qualche parte il Cardinale confessa  di aver avuto difficoltà, talora, a comprendere perché Dio abbia fatto soffrire il Figlio; questa bella ‘sincerità' è, però, indice di strane fragilità teologico-dogmatiche ed anche storico-religiose; né il teologo né lo storico delle religioni (o di antropologia religiosa) hanno paura della sofferenza. Le culture tardoborghesi, quelle della gratificazione sensibile e del danno psicologico, ne hanno paura. 

Tale fragilità è riconducibile alla costituzionale debolezza di fronte alle obiezioni dei Moderni, una sindrome, che ha colpito anche i migliori nel corso del Concilio. Leggo che il cardinale parlava talora del ‘non credente’ ch’era in lui. Certo, chi non ha vissuto, non vive, questa dialettica?  Ma altro è conoscere, magari scoprire in se stessi,  ragioni e sofferenze del non credere, altro è ‘ospitare’ in sé il non credente, dargli uno spazio, lasciargli occupare legittimamente il ‘fòro interno’. Qui sta l'equivoco di Martini come di molte generazioni e intelligenze cristiane.

Mi si dice: vanno criticati gli stereotipi  non la santa, amata, persona del Cardinale. Ma non ci si impedisca di vedere che quella santa persona non è stata in grado di evitare, o vagliare, in se stesso, prima di proporli alla chiesa e ai ‘lontani’, proprio quei ripetitivi enunciati che i ‘lontani’ conoscevano a memoria. Lo stesso  topos del ‘non avere paura' (del nuovo) è uno dei più triti, e non coincide davvero con il “non abbiate paura” di Giovanni Paolo II anzi ha un significato opposto: equivocare la cura cattolica per principi e verità e vita con una 'reazione di paura' di fronte al nuovo,  è cosa da intelligencija.  Ed è lo scotto dell’aver abbandonato, come altri 'eminenti' personaggi, il solido sistema della cultura ecclesiastica in cui il gesuita si era formato per un ‘umanesimo’ pensato come sufficiente a sé, non bisognoso di dimostrazione, luogo  ‘naturale’ del cristiano e della Chiesa. Una deriva (così la giudico) non solo sua, frequente nelle generazioni che si dicono ‘toccate’ dal Concilio, tutta da studiare, dopo cinquant’anni.  

 

 

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14 COMMENTS

  1. Card Martini/Corriere
    ancora una volta una astuta manipolazione in funzione di creare confusione in chi crede nella chiesa usando una persona malata e poi scomparsa che non potrà mai confutare quanto scritto da un giornale che si presta ad abbassarsi al livello di un qualsiasi infimo talk-show riducendo anche la religione, unica decisione che è propria della libertà della coscienza dell’uomo, ad un gossip di staliniana memoria buono solo per essere usato scandalisticamente nelle feste del PD e nei salotti ”intelligenti”. Vergogna Corriere.

  2. Il cardinale Martini scomodo da vivo e da morto
    La posizione del defunto Presule su certe tematiche,
    se non proprio antitetica,certamente non era in linea con la intransigenza della Chiesa.Certa stampa scrive che a sinistra sarebbe subito scattata la solita strumentalizzazione,ma non è vero.Non è vero perchè il cardinale Martini ha speso tutta la sua vita per capire l’altro,anche l’ateo.Non è vero perchè il cardinale Martini ricordava sua madre come una fervente cattolica,ma non bigotta.Non è vero perchè il cardinale Martini quando si è accorto che il suo percorso terreno era giunto al capolinea ha chiesto di essere sedato,quindi per attendere la morte fuori dal suo corpo ormai già stroncato dalla malattia.Era suo diritto,come lo è di tutti,impedire che altri disponessero del suo corpo.Non è vero,infine,perchè il cardinale Martini ha sempre detto che la Chiesa è arretrata di 200 anni.E’vero invece che la posizione del cardinale Martini non è mai piaciuta alle gerarchie ecclesiali che si ostinano a contrastare la laicità dello Stato e fanno di tutto perchè il legislatore non si discosti mai da certi precetti.C’è poi almeno una parte della classe politica che interessatamente,ma con colpa grave,in pratica nega che lo Stato è di tutti,dei cattolici e dei laici,e che qesti ultimi non è detto che non siano credenti,ma intendono fare i conti solo con la loro coscienza.D’altra parte il peccatore è atteso da un Giudice Supremo e non dalla giustizia terrena che giudica reati e non i peccati.
    Erano queste le convinzioni del cardinale Martini,espresse da sempre e lasciate in eredità testamentaria.Allora lasciamo stare la sinistra che c’entra come i cavoli a merenda e diciamo che è tempo di rinunciare alle rendite di posizione che non fanno bene alla Chiesa,già provata da troppe criticità,ma nuocciono pure alla politica che per altri versi è addirittura allo sbando.

  3. @arbiter
    Caro, nel suo tentativo “riequilatore” traspare da che parte tende la sua bilancia culturale. Due punti su tutti, quando lei dice:”Era suo diritto,come lo è di tutti,impedire che altri disponessero del suo corpo”, è una frase ambigua, la vita non ci appartiene e neanche la morte. Un conto è dire “ormai non c’è più nulla da fare”, un conto è sostenere il diritto individuale a decidere della propria morte. Questo diritto semplicemente non esiste, ogni diritto è bilancia da un dovere (in questo caso assente) ed è portatore di un bene per tutti non solo per me. Non posso obbligate qualcuno a togliermi la vita, lo obbligerei ad andare contro coscienza e quindi un male. Secondo punto, quando afferma “E’vero invece che la posizione del cardinale Martini non è mai piaciuta alle gerarchie ecclesiali che si ostinano a contrastare la laicità dello Stato e fanno di tutto perchè il legislatore non si discosti mai da certi precetti”, la sua non è una posizione laica, ma laicista, che presuppone che lo Stato sia il portatore di verità e giustizia (magari attraverso un meccanismo di maggioranza che ha portato alla elezione di Hitler). La Chiesa è stata il primo motore della laicizzazione dello Stato. Non chiede che la Dottrina Cattolica sia dottrina di tutti, ma che siano rispettati i diritti degli uomini così come sono. Il diritto alla vita è indipendente dalla cattolicità di una persona, lo Stato lo deve garantire. Quando garantisce i “pseudo diritti del più forte” lo stato perde la sua autorità. Una persona non ancora nata, anche se di poche settimane, ha gli stessi diritti della madre che lo porta in grembo, a meno che lei non condivida l’impostazione nazional socialista: “Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia”…a decidere erano i medici ariani e chissà perchè il diritto all’eutanasia era concesso ai non ariani senza chiedere il loro permesso. La gravità delle posizioni ambigue di un Principe della Chiesa stanno proprio nel lasciare aperte le porte ad orrori già visti. La difesa ad oltranza di quello che disse mi sembra esagerata, concediamogli il beneficio del dubbio sulle sue intenzioni, e preghiamo per la Sua anima!

  4. bell’articolo molto “dotto”
    bell’articolo molto “dotto” … resta il fatto che “è spiacevole constatare” che per l’occidentale è più importante fare un articolo per contraddire quanto riportato da alcuni giornali piuttosto di scrivere su quanto ha fatto in vita un grande uomo di chiesa.

  5. @Fra Diavolo
    questo “…grande ma…” mi fa capire che fosse persona non molto “gradita” o “allineata” con il pensiero della Chiesa (Romana?).
    Adesso mi è + chiaro

  6. @Pallo
    Caro Pallo, non esiste una Chiesa “romana”, esiste la Chiesa Cattolica con una sua dottrita che deriva direttamente dal suo fondatore. Tutto il resto, riti (ambrosiano, romano, etc), la forma di incarnazione della fede, che forma di spiritualità cercare, etc, sono lasciati alla libertà creativa dei fedeli, dei popoli. La Dottrina, quella no, è la peculiriarità della Chiesa Cattolica, altrimenti si è protestanti. Il Carinal Martini, che ha preso la sua grandezza dall’essere un Principe della Chiesa Cattolica (probabilmente sarebbe rimasto un teologo come tanti), è mancato a un suo dovere specifico. E’ come se al lavoro le dicessero fai “x” e lei continuasse a fare “y”, credo che prima o poi il licenziamento sarebbe una opzione. La Chiesa Cattolica, nella sua magnanimità ha semplicemnte avuto pazienza, consapevole che lei non giudice, ma solo il Padre eterno!

  7. @fra diavolo
    La dottrina della Chiesa Cattolica deriva direttamente dal suo fondatore ma comunque viene “aggiornata” dalla Chiesa stessa durante gli anni e i secoli … giusto ?
    Non è scolpita nella pietra .. come le tavole dei comandamenti ?

    alla fine capisco che Martini “mancando a doveri specifici” rispetto alla dottrina doveva essere licenziato ma la Chiesa non lo ha fatto xchè è paziente e magnanima ! Non mi convince molto .

    Continuando così penso che la Chiesa si allontanerà sempre di più dal mondo reale continuando a perdere “consensi” perchè la “gente” tende a non comprendere molte sue posizioni spesso contraddittorie.

    Tutto questo fino a quando ad un certo punto arriverà un Papa che con un qualche concilio ridarà di nuovo “slancio” alla Chiesa.

  8. @pallo
    Gli aggiornamenti non esistono nella Chiesta. L’onestà intellettuale pretende che uno studi prima di giudicare. Se uno studiasse la dottrina cattolica (davvero, non leggendola su Repubblica e/o il Corriere) si accorgerebbe che il fondamento dei cosidetti “aggiornamenti” sono e devono essere fondati sulla sacra scrittura o da conseguenze evidenti delle scritture. L’accumolo dello studio, della vita della Chiesa fa la Tradizione. Quindi Scritture, Magistrero e Dottrina rappresentano le fonti per i cosidetti “aggiornamenti”. Se uno sceglie una fonte a discapito delle altre non è cattolico, piaccia o non piaccia, a maggior ragione se la scelta viene da un Principe della Chiesa che ha fatto il quarto voto di fedeltà al Papa (Gesuita). La gravità dell’atteggiamento del Carinal Martini sta proprio nel dare un accento esagerato alle scritture per ascoltare le sirene del mondo, mancare al suo ruolo istituzionale e mancare al suo giuramento fatto come Gesuita (fatto di sua iniziativa, non è stato obbligato). Se questo è sintomo di grandezza…PS: il mondo…in genere i preti e i laici che si preoccupano della distanza della Chiesa dal mondo sono quelli che svuotano le chiese, le famiglie si disgregano e non si fanno figli. Dove si parla di Nostro Signore, della sua Chiesa e della sua Dottrina, (ad esempio i movimenti laicali) le chiese si riempiono, le vocazioni fioriscono e i bimbi abbondano…uguale alla distanza chi sparisce non è la Chiesa, ma chi corre dietro il mondo. Ciao

  9. L’intima natura di tutte
    L’intima natura di tutte le religioni è l’integralismo, La possibilità di dibattito o contraddittorio è solo formale. Prendere o lasciare.

  10. Commento all’articolo e @Vega
    @ Vega

    Lasciare. Che sia tu a non saper discutere lo dimostra quel che dici.

    Al prof. De Marco:

    Concordo con il commento di “pallo”: l’articolo è interessante e colto tuttavia desta una certa perplessità che di fronte ad un principe della Chiesa, insigne esegeta, già Arcivescovo di Milano lo studioso – che non conoscevo, ahimè, e sono andato a capire di chi si trattasse su http://www.diocesifirenze.it/diocesi_firenze/in_evidenza/00024545_Tesori_della_letteratura_cristiana.html, dopo un commento così critico e “a senso unico” – trovi solo da ridire, cogliendo, forse, anche nel segno, ma…
    Perdoni il professore, ma mi è stato necessario documentarmi un attimo su di lui, dopo che si è sbilanciato tanto sul cardinal Martini. Il mio primo commento è stato: ma questo signore chi si crede di essere? Sarà pure “spiacevole accostarsi (idealmente) alla salma del Cardinal Carlo M. Martini con una disposizione critica” come De Marco inizia il suo articolo, ma mi sembra che il professore lo faccia con una certa dovizia di particolari che rende un po’ sospetta la sua reticenza.
    Con tutto il rispetto mi chiedo cosa abbia letto De Marco del cardinal Martini e cosa ne abbia ricavato.
    Il buon senso mi fa dire che non può essere così negativa una figura come quella del cardinal Martini se la Chiesa stessa ha voluto annoverarlo fra i suoi principi.
    Ammetto che molte delle sue interviste ai giornali lasciano perplessi, tuttavia non ritenendo la categoria dei giornalisti immune da quello che è la tentazione menipolatoria – anzi… – mi chiedo quanto ci sia di martiniano nel farsi prendere la mano nell’intervista e quanto invece non siano stati abili – per così dire – i suoi interlocutori a togliere dal contesto e a inserirlo in un altro a supporto delle proprie idee.

  11. @Alessandro Pagano
    Concordo con Lei e per conoscere e capire l’intero pensiero Martiniano, probabilmente ci vorranno anni di studio. Solo una postilla se le interviste fossero state guidate per far dire al Cardinale quello che in realtà lui non voleva dire, perchè non esiste nessun accenno di smentita o di rettifica. Persino Don Milani si ribellò, il Cardinal Martini purtroppo mai.

  12. @ Fra Diavolo
    …purtroppo.

    con Cirioli (su queste stesse pagine) direi:

    “Chi oggi arruola il cardinale nella schiera dei buoni o dei cattivi non riconosce i dovuti meriti a un prete che, più di tutto, amava essere Pastore di anime; soprattutto non rende giustizia all’opera di Dio e alla sua Chiesa. La centralità della Parola sempre evocata dal cardinale oltrepassa e vince il passo, fallibile e criticabile, dell’agire umano del cardinale Martini ‘giuslavorista’ e ‘politico’. “Non siamo né di Martini né di Ratzinger ma dell’unico corpo del Cristo che è la Chiesa” dovremmo piuttosto asserire con san Paolo della lettera ai Corinzi. Perché come Paolo e Apollo, Martini ha sicuramente piantato e irrigato. Ma, per nostra fortuna, è «solo Dio che fa crescere».”

  13. Affermare che la Chiesa di
    Affermare che la Chiesa di Roma abbia conservato in questi duemila anni il contenuto esatto e completo della dottrina di Cristo è semplicemente umoristico. La dottrina originale del cristianesimo è stata proprio dalla Chiesa di Roma stravolta in modo pressochè totale nei duemila anni della sua storia….

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