Bersani entra al Congresso da favorito, tra i cattolici crescono i malumori
17 Settembre 2009
di Redazione
Bisognerà aspettare ancora qualche giorno per avere una fotografia precisa dei rapporti di forza del prossimo congresso del Partito Democratico. Ma dopo quasi trecento congressi di circolo lo scenario più credibile è quello che vede Pier Luigi Bersani attestato attorno al 50%, Dario Franceschini al 40% e Ignazio Marino al 6-7%.
Naturalmente assegnare ora la palma del vincitore è assolutamente prematuro così come appare azzardato considerare chiusa la partita ma non c’è dubbio che sia Bersani, ora, il grande favorito. Almeno per la “Fase Uno” dell’operazione nuovo segretario.
Tutta da giocare, invece, la Fase Due, quella delle primarie rispetto alla quale Franceschini cercherà di giocarsi il rapporto più stretto instaurato con l’ala più movimentista e in particolare con Antonio Di Pietro con il quale è stato a pranzo due giorni fa.
Altra incognita su cui soltanto i prossimi congressi potranno fare chiarezza è quella relativa a Ignazio Marino. Il chirurgo genovese ha, infatti, l’arduo compito di superare la soglia del 5% per garantirsi l’accesso alle primarie del 25 ottobre e raggiungere questo risultato sarà tutt’altro che semplice per lui.
Sullo sfondo resta ancora avvolta nelle nebbie la prospettiva politica futura di Francesco Rutelli. Cosa farà l’ex leader della Margherita? Resterà nel “partito mai nato” cui ha dedicato un libro (da qualcuno definito un “testamento”) di prossima pubblicazione o abbandonerà il terreno democrat per avventurarsi verso altre forze politiche? E’ da tempo che Rutelli è critico sull’identità del Partito Democratico. Ma è ovvio che, in piena campagna congressuale, la sua posizione diventi una sorta di test di confronto per gli aspiranti segretari.
Franceschini fa sapere che gli telefonerà mentre Bersani non pensa che l’ex leader Dl lascerà il Pd e crede che da lui possa venire un contributo costruttivo. Quanto alla supposizione che il Pd, in caso di vittoria dell’ex esponente dei Ds finirà per spostarsi troppo a sinistra, esponenti vicino all’ex ministro ricordano che, quando erano al governo, la gara tra Rutelli e Bersani era su chi era più riformatore e il rapporto tra i due è sempre stato di stima.
Non c’è dubbio però che il malumore dell’ex sindaco di Roma resta vivo e il suo futuro nel partito sarà legato anche ai rapporti che verranno stretti con l’Udc nei prossimi mesi. E qui si apre un altro capitolo ancora in sospeso.
Se Franceschini usa toni duri verso il partito di Casini – “mi pare un centro mobile, che decide di volta in volta dove andare” – sostenendo che non ci sarà un accordo nazionale per le regionali, Bersani adotta tutt’altra linea e abbozza un corteggiamento, nella consapevolezza che “il nostro futuro passa attraverso un Pd forte alleato con un centro forte”.
Posizioni dissonanti che promettono di accendere il dibattito interno quando, all’indomani delle primarie, il partito di Via del Nazareno dovrà affrontare il rebus delle alleanze per le Regionali.
