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Il rilancio dell'agricoltura

Boom di richieste per lavorare nei campi: così molti italiani si reinventano!

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In questa fase di ripresa sembra opportuno tornare a parlare del settore agricolo, i cui dati erano già stati scandagliati in precedenza.

Secondo l’ultima indagine, infatti, sono più di 40mila gli italiani che si sono registrati nelle banche dati delle principali organizzazioni agricole, proprio perché queste, chiamate a fronteggiare la mancanza di manodopera – vista l’impossibilità di molti braccianti stranieri nell’approdare sul suolo italiano – si sono mosse alla ricerca di aspiranti operai, trovando un ottima risposta. Confagricoltura, per esempio, ha ricevuto, sulla piattaforma “Agrijob”, oltre 30mila domande in due mesi: l’80% da italiani, con un’età media di 35 anni. Spiccano le numerose domande di donne. Insomma non male se consideriamo i vecchi cliché secondo i quali esistono lavori quelli che gli italiani non vogliono più fare!

Il boom di richieste, comunque, ha coinvolto anche altre confederazioni, come a esempio Coldiretti, la quale ha lanciato la sua banca dati, chiamata “Jobincountry”. Lì i sono iscritte circa 10mila persone. Ancora, il 24 aprile è partita anche la Cia (Confederazione italiana agricoltori) con la piattaforma “Lavora con agricoltori italiani”: sono arrivate quasi 4mila domande, di cui circa 2mila di italiani. Se la maggiore parte hanno nel curriculum almeno un’esperienza nel settore, a fare richiesta sono anche artigiani, architetti, geometri, cuochi e fotografi. Quasi tutti si offrono per lavori di raccolta e il guadagno, in media, è di 8 euro l’ora.

Il tutto è ben spiegato da Huffington Post, il quale scrive che tante di queste persone sono lavoratori che hanno dimostrato capacità di adattamento, riuscendo a reinventarsi una volta perso il proprio lavoro: ne è Nicola Veronesi, tecnico che lavora come freelance per un service che trasmette partite di Calcio, che ora consegna piante e fiori per un’azienda florovivaistica di un amico a Verona. Veronesi ha raccontato anche le difficoltà vissute da molti dei suoi colleghi, i quali si sono trovati senza lavoro da un giorno all’altro – senza coperture di ammortizzatori sociali – riuscendo comunque a reinventarsi.

Comunque, secondo Confagricoltura, più del 30 per cento di chi ha fatto richiesta è già al lavoro, ma il problema della carenza di manodopera non è ancora stato risolto, perché, a causa del blocco delle frontiere, in Italia, sono venuti a mancare 200mila braccianti stranieri – assunti regolarmente – che ogni anno arrivano nel nostro Paese per la stagione di raccolta, per poi tornare a casa. Questo ha creato non pochi problemi agli imprenditori come racconta Gianfranco Vagnoni, titolare di un’impresa storica di Montalto delle Marche, nella provincia di Ascoli Piceno. Vagnoni ha sottolineato come il lockdown sia stato un problema per la sua azienda, che si è trovata a dover fare a meno di alcuni operai specializzati stranieri, ai quali non è riuscita a trovare sostituti all’altezza a causa della mancanza del tempo necessario per la formazione degli operai. Vagnoni ha concluso affermando che la sua azienda è riconosciuta per la qualità dei suoi prodotti, dunque non può permettersi il rischio di mettere sul mercato frutta di qualità scadente. L’anno scorso aveva quattro lavoratori, adesso sono solo in due, compreso lui.

Proprio a causa della carenza di manodopera, le organizzazioni agricole hanno chiesto al governo di disciplinare dei “corridoi verdi”, spiega Romano Magrini, responsabile Lavoro di Coldiretti, per dare la possibilità a tutti i lavoratori agricoli europei di entrare in Italia senza quarantena, in particolare i 150mila che vengono dall’Est Europa. Poi, le organizzazioni agricole auspicano l’utilizzo di strumenti flessibili, come voucher, per dare rapidamente lavoro agli italiani che ne hanno bisogno. Magrini ha proseguito con una riflessione per il futuro, affermando che il settore agricolo ha consentito al popolo italiano di sopravvivere al lockdown trovando un’unità che ha rafforzato lo spirito patriottico, portando a una riscoperta dei prodotti genuini delle nostre terre. Infine, ha concluso con un invito al quale ci uniamo volentieri: investire nell’agricoltura per garantire il più possibile autonomia alimentare al Paese, in modo da abbassare la percentuale di importazioni dall’estero e garantire maggior tutela del territorio e della salute.

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1 COMMENT

  1. Su (www.agrifoodtoday.it) leggo che: “L’agricoltura italiana dipende dagli immigrati, a cui dobbiamo dare diritti”. Ora non vi sembra che se questi diritti, che giustamente rivendicano, per gli immigrati fossero stati riconosciuti negli ultimi 70 anno agli agricoltori/allevatori Italiani consentendo loro un reddito sostenibile oggi non avremmo bisogno, se non in minima parte, al ricorso della manodopera straniera. L’agricoltura e l’allevamento sono stati abbandonati dalla politica che per decenni ha sperperato capitali a sovvenzionare industrie come la Fiat, per citarne una per tutte, che, a mio aviso, si sono poi rilevate un fallimento economico per il Paese fra “falsi in bilancio, finanziamenti a fondo perdoto, cassa integrazione, condoni e sanatorie varie per poi finire delocalizzando tutto”. Ora raccogliamo i cocci, l’Italia non ha più una industria competitiva, la chimica è sparita da tempo e l’agricoltura/allevamento quel poco che è rimasto si regge sull’abusivismo e il lavoro nero. Andate nei supermercati e leggete l’etichette dei prodotti vedrete che la provenienza è tutta o quasi estera dal frumento alle patete, cipolle, aglio, cavoli perfino i pomodori importiamo oltre a gran parte della frutta. Se a questo bel quadretto agiungiamo che quel poco che produciamo non sappiamo se viene coltivato su “discariche” o terreni biologici visto l’abusivismo che regna e che le “mafie” da decenni hanno pressochè il controllo totale dei mercati dell’ortofrutta non possiamo, come cittadini e consumatori, sentirci tranquilli solo pensando di garantire i diritti degli immigrati.

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