Dieci domande alla De Gregorio e a Ezio Mauro sulla banca di D’Alema
22 Settembre 2009
di Redazione
Ho dieci domande da porre a Concita De Gregorio, direttore de l’Unità e ad Ezio Mauro, direttore di Repubblica, entrambi, prima che giornalisti, alfieri dell’etica pubblica, in Italia. Esse hanno a che fare con il rinvio a giudizio presso il tribunale penale di Milano, dello stato maggiore attuale e del recente passato di Unipol, la società di assicurazione della Lega delle cooperative per i reati di aggiottaggio, insider trading ed ostacolo all’autorità di vigilanza, compiuti nella scalata alla BNL, bloccata successivamente dalla Banca di Italia, dopo che il governatore Antonio Fazio si era dimesso, perché accusato di aver favorito tale operazione e quella parallela del Fiorani, sulla banca Antonveneta.
Il gruppo di imputati di Unipol, costituito da Giovanni Consorte allora presidente di Unipol, di Ivano Sacchetti vice presidente, di Carlo Cimbri direttore generale e di Pier Luigi Stefanini presidente di Holmo, la holding del gruppo, è caratterizzato dalla affiliazione al Pds, ora confluito nel Pd. E in effetti l’operazione in questione, a quanto risulta, fu fatta, mediante una costante informazione ai vertici del partito, nelle persone di Piero Fassino, segretario del partito, Massimo D’Alema, gia presidente del Consiglio dei Ministri e del senatore Nicola La Torre, suo braccio destro.
I magnifici sette hanno parlato fra di loro al telefono dell’operazione, come se essa fosse una operazione del partito e come se fosse logico che un partito scalasse una banca, mediante una grande impresa cooperativa controllata, accordandosi con il governatore della Banca di Italia, con un gruppo di immobiliaristi titolari di cospicui pacchetti azionari della grande banca e con un manager bancario che, mediante un’altra banca, vicina agli ex democristiani di sinistra intendeva scalare, a sua volta, una importante banca del Nord Est.
La prima domanda riguarda il fatto che secondo il principale imputato, l’ex capo di Unipol Giovanni Consorte, il blocco alla scalata di Unipol da parte dell’autorità di vigilanza è stato un atto a danno dell’interesse del paese, compiuto su istigazione della stampa. Lo ha dichiarato all’Unità che ha riportato la sua intervista dando mostra di condividerla o, quanto meno, di simpatizzarvi. Ed ecco la domanda: la libertà di stampa comportava di aver diritto a pubblicare le intercettazioni telefoniche che hanno messo in luce i legami fra i leader del Pds, nella persona di Piero Fassino, segretario del partito, di Massimo D’Alema e del senatore Nicola La Torre col vertice di Unipol impegnato in questa manovra? Se la stampa poteva dare conto di ciò, è accettabile l’affermazione di Consorte secondo cui i giornali sarebbero colpevoli di una indebita intromissione in una operazione finanziaria vantaggiosa per l’economia italiana? Fa parte tutto ciò della libertà di stampa oppure no?
Seconda domanda. Se Consorte ha ragione, i giornali non devono pubblicare le intercettazioni telefoniche riguardanti le vicende finanziarie scabrose, per le quali vi è ora un processo penale. Ma come si concilia questa tesi con la pubblicazione di materiale riservato riguardante la vita privata del premier? Se Consorte ha torto, ha fatto bene l’Unità a pubblicare tale sua affermazione senza alcun commento di dissenso, in questo periodo di campagne per la libertà di stampa? O non si è contraddetta?
Terza domanda, perché l’Unità nel dare notizia del rinvio a giudizio di Consorte e compagni per reati finanziari di vario genere, ha taciuto, nel testo di tale notizia, sul fatto che fra i reati che vengono addebitati a Consorte e al suo ex vice Ivano Sacchetti vi è anche quello di insider trading improprio, per avere riferito informazioni finanziarie riservate all’onorevole Fassino, allora capo del Pds e all’onorevole Nicola La Torre, braccio destro di D’Alema, che non avevano alcun titolo per riceverle? Ha fatto bene l’Unità a omettere tale notizia che riguarda piuttosto negativamente il suo partito di riferimento? Chi si batte contro la censura dell’informazione è coerente quando censura una informazione sgradita?
Quarta domanda. Presento prima il fatto oggetto del quesito: le telefonate fra Consorte e Nicola La Torre, che riguardano il reato di insider trading imputato a Consorte non sono nel processo perché la Camera dei deputati non ha concesso l’autorizzazione a procedere. Ed ecco il quesito: questa è una decisione corretta o è criticabile? Se è corretta, come la si concilia con la critica al lodo Alfano che consente al presidente del Consiglio e alle altre alte carico dello stato di non essere processati, mentre svolgono le loro funzioni? L’avvalersi da parte di un parlamentare dello scudo della non autorizzazione a procedere non appartiene allo stesso principio di autonomia dei poteri esecutivo e legislativo da quello giudiziario, proprio dello stato di diritto democratico?
Quinta domanda. Anche qui prima il fatto. Il parlamento europeo ha negato l’autorizzazione all’uso delle telefonate fra Massimo D’Alema e Giovanni Consorte, che coinvolgono anche Nicola La Torre. Non è così utilizzabile processualmente la telefonata del 7 luglio del 2007 in cui Giovanni Consorte parla con Massimo D’Alema e gli comunica che il suo gruppo potrebbe avere il 70 per cento di Bnl. D’Alema gli dice ”va avanti, vai” e l’altro risponde “noi ce la mettiamo tutta”. Al che D’Alema, entusiasta, esclama “facci sognare”. Non sappiamo che cosa ci sia in altre telefonate. Ed ecco il quesito. Perché è corretto che i parlamentari europei non possano essere intercettati, mentre non sarebbe accettabile il lodo Alfano?
Sesta domanda. E’ coerente non eccepire sul riserbo garantito a D’Alema per una faccenda di politica ed affari e negarlo a Silvio Berlusconi per la sua privacy?
Settima domanda. Ancora, in primo luogo, il fatto oggetto del quesito. Nel corso della telefonata del 18 luglio 2007 di Giovanni Consorte a Piero Fassino per tenerlo al corrente della conquista della Bnl, il segretario del partito diessino, sentito che oramai Unipol, con il suo gruppo di soci, aveva raggiunto il 51,8 per cento di Bnl, ha esclamato “allora abbiamo finalmente una banca”. Ed ecco la domanda. E’ corretto che un partito utilizzi una compagnia di assicurazione della Lega delle Cooperative per ottenere il controllo di una grande banca di carattere nazionale e internazionale?
Ottava domanda. E’ credibile l’affermazione che fece allora il senatore Luciano Violante capo gruppo Ds secondo cui l’espressione di Fassino “abbiamo una banca” sarebbe soltanto “un modo di dire piemontese”?
Nona domanda. Posto che la risposta alla domanda precedente sia “no”, è accettabile sul piano etico e politico questo uso delle risorse finanziarie del movimento cooperativo per fare passare l’Unipol dal mondo della cooperazione a quello dell’alta finanza, per i disegni di potere economico di un partito politico?
La decima domanda è la seguente. Costituisce forse un episodio di finanza etica l’intreccio fra governatore della banca di Italia, Unipol, Lega delle cooperative, immobiliaristi come Stefano Ricucci, Danilo Coppola, Giuseppe Statuto, Gaetano Francesco Caltagirone e Pds nelle persone del segretario del partito Piero Fassino, di Massimo D’Alema, di Nicola la Torre? O magari la frase “facci sognare” ce la siamo sognata noi?
Primo PS. Potete per cortesia passare le dieci domande anche a Marco Travaglio e Antonio Padellaro?
Secondo PS. Vi informo, comunque, che a mio parere i reati di aggiotaggio e insider trading sono infrazioni per loro natura nebulose ed opinabili, che non dovrebbero essere deferite all’autorità giudiziaria, ma dovrebbero essere di competenza delle autorità di vigilanza sulla borsa e sui mercati. La quale potrebbe sanzionare tali informazioni con pene pecuniarie. Il giustizialismo è una prospettiva sbagliata, un retaggio sovietico.
