E’ ora che il governo si occupi degli immigrati “buoni” e che lavorano
11 Settembre 2009
di Redazione
Tra le questioni più controverse nel dibattito interno alla maggioranza di governo, vi è senza dubbio l’immigrazione. Nel primo anno di attività del Governo Berlusconi, la politica dell’immigrazione ha coinciso essenzialmente con il contrasto alla clandestinità; dall’introduzione del reato d’immigrazione clandestina alla trasformazione dei centri di permanenza temporanea in centri di identificazione ed espulsione, dal prolungamento dei termini di detenzione dei clandestini non riconosciuti nei centri stessi ad un’interpretazione più severa delle politiche di respingimento, è evidente come le misure intraprese abbiano avuto una matrice essenzialmente “leghista”. Il partito di Bossi ha avuto la capacità di orientare il dibattito – spesso drammatizzandolo ed esasperandolo con le boutade sui kebab – e di imporre l’agenda di governo. Il Pdl ha in qualche modo finito per assecondare la strategia del Senatur, commettendo un grave errore politico, quello di “appaltare” la gestione di uno dei grandi temi del nostro secolo ad un alleato minore, qual è la Lega Nord, per sua natura più interessato alla ricerca del consenso di una quota specifica di elettori che non al governo del paese.
Facendo coincidere la politica dell’immigrazione con il contrasto della clandestinità, il Pdl ha forse raccolto il consenso di breve periodo di tanti elettori, che condividono con quelli della Lega le preoccupazioni di un’immigrazione non regolare foriera di tensioni e di rischi per la sicurezza dei cittadini, ma ha completamente rinunciato ad implementare una politica attiva. Giocando “a fare la Lega”, il Popolo della Libertà ha smesso i panni di grande partito moderato, liberale e riformatore – il “partito del 40 per cento”, ribadiscono i leader pidiellini riuniti in questi giorni a Gubbio – e ha lasciato chiusi in un cassetto i principali dossier relativi agli immigrati: il tema principe dell’integrazione degli ormai quattro milioni di regolari; il problema della cittadinanza (soprattutto dei tantissimi minorenni nati in Italia e che non si riconoscono in altra patria che non quella italiana); il problema degli extracomunitari regolari e ormai integrati, che in temo di crisi perdono il lavoro e che rischiano così di dover lasciare drammaticamente il paese; quella “zona grigia” tra clandestinità e welfare in cui vivono centinaia di migliaia di badanti e colf; l’opportunità di una politica attiva di attrazione di cervelli provenienti dai paesi più poveri.
Grazie ad una delle ormai frequenti prese di posizione di uno dei suoi leader, Gianfranco Fini, il Pdl pare ora aver intrapreso un interessante dibattito interno sulle questioni suddette. L’esito della discussione non è scontato, ovviamente: non è dato sapere se e quanto il Pdl saprà davvero fuggire dalla tentazione dell’opzione “leghista”. E per farlo, è opportuno che agli elettori si parli un linguaggio pragmatico, anzitutto sottolineando l’aspetto “utilitaristico” sotteso alla questione immigrazione. E’ una considerazione che un grande paese occidentale non può non porsi: gli immigrati sono una risorsa fondamentale per il futuro dell’economia italiana e per le sue prospettive di benessere.
Nel corso dei prossimi decenni, a causa dell’inesorabile invecchiamento della popolazione, solo la componente immigrata della forza lavoro potrà consentire – insieme ai necessari aggiustamenti che la politica sarà chiamata a realizzare – l’equilibro del sistema pensionistico (già oggi i contributi versati dai lavoratori stranieri rappresentano il 4 per cento del totale, mentre i lavoratori iscritti sono ormai il 7 per cento). Come ha scritto Giuliano Cazzola su Il Sole 24 Ore (3 settembre 2009), se per assurdo da qui al 2030 bloccassimo ogni flusso d’ingresso, nei principali paesi europei la popolazione complessiva diminuirebbe di 27 milioni, quella in età lavorativa di 20 milioni, gli ultra 65enni sul complesso della popolazione salirebbe al 26,5 per cento. Insostenibile. Sulle spalle di quelle centinaia di migliaia di minorenni nati in Italia – la generazione Balotelli – vi è il peso della sostenibilità della previdenza pubblica italiana. Sempre di più sarà necessario adottare politiche di attrazione nei confronti di nuclei familiari stranieri interessati ad impiantarsi stabilmente in Italia e a farlo diventare il paese dei propri figli. O vogliamo che questi ultimi lascino l’Italia dopo che il contribuente nostrano ha investito nella loro formazione scolastica?
La vitalità imprenditoriale degli stranieri è una risorsa imprescindibile, e lo sarà sempre di più, per la tenuta dinamica dell’economia italiana. Già oggi, più di un terzo delle imprese che nascono annualmente hanno un titolare straniero. Nel periodo aprile-giugno 2009, a fronte di una crescita nazionale delle imprese individuali dello 0,25 per cento, lo stock di quelle fondate da stranieri sono cresciute dell’1,7 per cento. Sette volte di più.
Sul problema dell’immigrazione, un partito di governo deve riconoscere che il problema non può essere quello della limitazione dei flussi d’ingresso, quanto quello della selezione e della qualificazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie. La performance dell’Italia dipenderà, sempre di più in futuro, dalla “qualità” dei suoi immigrati.
