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Dopo aver cacciato i "cattivi"

E’ ora che il governo si occupi degli immigrati “buoni” e che lavorano

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Tra le questioni più controverse nel dibattito interno alla maggioranza di governo, vi è senza dubbio l’immigrazione. Nel primo anno di attività del Governo Berlusconi, la politica dell’immigrazione ha coinciso essenzialmente con il contrasto alla clandestinità; dall’introduzione del reato d’immigrazione clandestina alla trasformazione dei centri di permanenza temporanea in centri di identificazione ed espulsione, dal prolungamento dei termini di detenzione dei clandestini non riconosciuti nei centri stessi ad un’interpretazione più severa delle politiche di respingimento, è evidente come le misure intraprese abbiano avuto una matrice essenzialmente “leghista”. Il partito di Bossi ha avuto la capacità di orientare il dibattito – spesso drammatizzandolo ed esasperandolo con le boutade sui kebab - e di imporre l’agenda di governo. Il Pdl ha in qualche modo finito per assecondare la strategia del Senatur, commettendo un grave errore politico, quello di “appaltare” la gestione di uno dei grandi temi del nostro secolo ad un alleato minore, qual è la Lega Nord, per sua natura più interessato alla ricerca del consenso di una quota specifica di elettori che non al governo del paese.

Facendo coincidere la politica dell’immigrazione con il contrasto della clandestinità, il Pdl ha forse raccolto il consenso di breve periodo di tanti elettori, che condividono con quelli della Lega le preoccupazioni di un’immigrazione non regolare foriera di tensioni e di rischi per la sicurezza dei cittadini, ma ha completamente rinunciato ad implementare una politica attiva. Giocando “a fare la Lega”, il Popolo della Libertà ha smesso i panni di grande partito moderato, liberale e riformatore – il “partito del 40 per cento”, ribadiscono i leader pidiellini riuniti in questi giorni a Gubbio – e ha lasciato chiusi in un cassetto i principali dossier relativi agli immigrati: il tema principe dell’integrazione degli ormai quattro milioni di regolari; il problema della cittadinanza (soprattutto dei tantissimi minorenni nati in Italia e che non si riconoscono in altra patria che non quella italiana); il problema degli extracomunitari regolari e ormai integrati, che in temo di crisi perdono il lavoro e che rischiano così di dover lasciare drammaticamente il paese; quella “zona grigia” tra clandestinità e welfare in cui vivono centinaia di migliaia di badanti e colf; l’opportunità di una politica attiva di attrazione di cervelli provenienti dai paesi più poveri.

Grazie ad una delle ormai frequenti prese di posizione di uno dei suoi leader, Gianfranco Fini, il Pdl pare ora aver intrapreso un interessante dibattito interno sulle questioni suddette. L’esito della discussione non è scontato, ovviamente: non è dato sapere se e quanto il Pdl saprà davvero fuggire dalla tentazione dell’opzione “leghista”. E per farlo, è opportuno che agli elettori si parli un linguaggio pragmatico, anzitutto sottolineando l’aspetto “utilitaristico” sotteso alla questione immigrazione. E’ una considerazione che un grande paese occidentale non può non porsi: gli immigrati sono una risorsa fondamentale per il futuro dell’economia italiana e per le sue prospettive di benessere.

Nel corso dei prossimi decenni, a causa dell’inesorabile invecchiamento della popolazione, solo la componente immigrata della forza lavoro potrà consentire – insieme ai necessari aggiustamenti che la politica sarà chiamata a realizzare – l’equilibro del sistema pensionistico (già oggi i contributi versati dai lavoratori stranieri rappresentano il 4 per cento del totale, mentre i lavoratori iscritti sono ormai il 7 per cento). Come ha scritto Giuliano Cazzola su Il Sole 24 Ore (3 settembre 2009), se per assurdo da qui al 2030 bloccassimo ogni flusso d’ingresso, nei principali paesi europei la popolazione complessiva diminuirebbe di 27 milioni, quella in età lavorativa di 20 milioni, gli ultra 65enni sul complesso della popolazione salirebbe al 26,5 per cento. Insostenibile. Sulle spalle di quelle centinaia di migliaia di minorenni nati in Italia – la generazione Balotelli - vi è il peso della sostenibilità della previdenza pubblica italiana. Sempre di più sarà necessario adottare politiche di attrazione nei confronti di nuclei familiari stranieri interessati ad impiantarsi stabilmente in Italia e a farlo diventare il paese dei propri figli. O vogliamo che questi ultimi lascino l’Italia dopo che il contribuente nostrano ha investito nella loro formazione scolastica?

La vitalità imprenditoriale degli stranieri è una risorsa imprescindibile, e lo sarà sempre di più, per la tenuta dinamica dell’economia italiana. Già oggi, più di un terzo delle imprese che nascono annualmente hanno un titolare straniero. Nel periodo aprile-giugno 2009, a fronte di una crescita nazionale delle imprese individuali dello 0,25 per cento, lo stock di quelle fondate da stranieri sono cresciute dell’1,7 per cento. Sette volte di più.

Sul problema dell’immigrazione, un partito di governo deve riconoscere che il problema non può essere quello della limitazione dei flussi d’ingresso, quanto quello della selezione e della qualificazione dei lavoratori stranieri e delle loro famiglie. La performance dell’Italia dipenderà, sempre di più in futuro, dalla “qualità” dei suoi immigrati.

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9 COMMENTS

  1. Ma è mai possibile che
    Ma è mai possibile che scimmiottando Fini si continui a parlare di “Generazione Balotelli” per indicare i figli di immigrati nati in Italia (le seconde generazioni insomma) senza ricordare che Balotelli è stato adottato da una famiglia italiana e se si è facilmente integrato nel nostro paese lo deve soprattutto all’ambiente culturale italiano in cui è cresciuto?

  2. appiattimento del pdl su posizioni leghiste? ma per favore…
    Smettiamola di dire che il PDL approvando le misure del ddl sicurezza si è appiattito su posizioni leghiste o ha giocato a fare la lega commettendo chissà quale errore politico, in realtà il pdl ha solo onorato il programma con il quale si è presentato 1 anno fa davanti ai propri elettori che prevedeva appunto di rafforzare il contrasto (allora molto blando) all’immigrazione clandestina.

  3. L’immigrazione non va valutata solo dal punto di vista economico
    Al di là del fatto che non si fa mai presente quanto gli immigrati (che prima del loro arrivo in Italia non hanno mai logicamente pagato tasse) vanno a pesare sul nostro Welfare State, è sbagliato analizzare il “fenomeno immigrazione” solo dal punto di vista economico, tralasciando tutti gli altri aspetti della questione, parlo per esempio degli eventuali problemi di convivenza etnico/religiosa che possono scaturire dal contatto tra culture e tradizioni a volte anche piuttosto differenti o come la nostra identità nazionale/culturale in seguito a queste incessanti immigrazioni di massa rischi di essere snaturata…
    Poi sia chiaro non auspico una chiusura totale delle frontiere, ci mancherebbe altro, ma l’immigrazione dovrebbe essere comunque rigorosamente limitata, con buona pace di quegli imprenditori ed industriali che fremono per avere più immigrati, ovvero più manodopera a basso costo, mooolto flessibile e con meno pretese dei sindacalizzati lavoratori italiani.

  4. immigrazione
    L’articolo non mi sembra affato centrato sui problemi reali. La preoccupazione primaria dell’autore sembra quella di dare addosso alla Lega Nord, che è quella forza politica che, prendendosi carico delle preoccupazioni della gente e dei gravi problemi che un’immigrazione selvaggia e non governata sta causando all’Italia, impedisce, almeno per ora, il formarsi di partiti veramente xenofobi come accade in altri Paesi. Credo che il Governo si sia impegnato, per ora (ma stiamo parlando di appena un anno), sul fronte dell’immigrazione clandestina perchè è lì che c’è il buco nero tutto italiano. Un buco nero alimentato dal lassismo, dall’endemica mancanza di lungimiranza, dalla sinistra e dai sindacati in cerca di voti e di un nuovo proletariato bacino di consensi, da una parte della Chiesa, che non si accorge del gravissimo pericolo dell’insediamento di un islamismo fondamentalista nel Paese e che pretende che lo stesso venga governato con il ‘paternoster’ e non con un sano pragmatismo, e da associazioni di varia umanità che con l’immigrazione anche clandestina convivono e forse lucrano.
    Il tutto con buona pace della sicurezza, della legalità, della tenuta sociale delle nostre comunità locali, ma soprattutto senza considerare le risorse enormi che vengono (e verranno) convogliate verso queste persone. La prima cosa da affrontare è quindi questa e capire che Paese vogliamo per il futuro.Primum vivere, deinde filosofari. Si applichino quindi le normative sulla clandestinità da parte di tutti gli organismi preposti (cosa che molti non fanno) e dopo si proceda a legiferare e ad assumere provvedimenti per i regolari che lavorano, sul piano dell’integrazione ed eventualmente della cittadinanza. Ma quanti di loro vogliono diventare a tutti gli effetti italiani? Non è che vogliono mantenere la loro nazionalità, infischiandosene di regole e leggi italiane ed anzi sbertucciando la nostra cultura e le nostre tradizioni, pur in decrescita, pretendendo tuttavia di poter godere di ogni beneficio che il nostro Paese può garantire?E chi non si vuole integrare? La maggioranza degli islamici, per esempio, che non è e non vuole essere ‘italiana’ e che sta già avanzando pretese (lo si sente quotidianamente) perchè siano gli italiani ad integrarsi, ad adattarsi alle sue abitudini. Il problema non è così semplice come l’articolista vuol fare credere. Ogni etnia è un caso a sè e l’Italia ha il triste fenomeno di avere un’immigrazione molto più composita di altri Paesi. In più la nostra società, grazie agli sforzi compiuti dalla cultura di sinistra e dall’assenza di un’alternativa contrapposta alla vulgata corrente, ha raggiunto in un cinquantennio un’identità culturale e di civiltà assai evanescente e vieppiù indebolita da quella tendenza suicida al multiculturalismo ed al relativismo. C’è poco, quindi,di cui stare allegri. Tuttavia la strada intrapresa dal Governo mi sembra quella giusta. Se riuscirà a perfezionarla, perchè le forze distruttive che si vedono sempre più all’opera, anche nel campo dell’immigrazione,mi sembrano molto agguerrite. Di certo non posso assolutamente pensare ad un Paese come il nostro votato a perdere la propria identità in una manciata di decenni.

  5. Che cumulo di
    Che cumulo di banalità.L’aspetto utilitaristico!Forse è per quello che l’Olanda,La Gran Bretagna ecc. sono diventate lo schifo che sono.Ma già,dimenticavo:sono esempio per l’illuminato Fini.

  6. L’immigrazione non va valutata solo dal punto di vista economico
    Al di là del fatto che non si fa mai presente quanto gli immigrati (che prima del loro arrivo in Italia non hanno mai logicamente pagato tasse) vanno a pesare sul nostro Welfare State, è sbagliato analizzare il “fenomeno immigrazione” solo dal punto di vista economico, tralasciando tutti gli altri aspetti della questione, parlo per esempio degli eventuali problemi di convivenza etnico/religiosa che possono scaturire dal contatto tra culture e tradizioni a volte anche piuttosto differenti o come la nostra identità nazionale/culturale in seguito a queste incessanti immigrazioni di massa rischi di essere snaturata…
    Poi sia chiaro non auspico una chiusura totale delle frontiere, ci mancherebbe altro, ma l’immigrazione dovrebbe essere comunque rigorosamente limitata, con buona pace di quegli imprenditori ed industriali che fremono per avere più immigrati, ovvero più manodopera a basso costo, mooolto flessibile e con meno pretese dei sindacalizzati lavoratori italiani.

  7. immigrazione e inps
    mi sembra paradossale l’idea che i contributi degli immigrati siano importanti per il pagamento delle pensioni degli italiani.
    L’immigrato fa in genere 4-5 figli, quindi, una volta pagato l’assegno per i minori, il “badget” è abbondantemente finito!! Questa è una delle tante tiritera della sinistra!

  8. Condivido
    Da immigrato regolare e rispettoso delle leggi, con un figlio di 12 anni (arrivato in Italia che ne aveva appena 2) che si sente più italiano di molti italiani ma non può ancora avere la cittadinanza, condivido pienamente l’impostazione dell’articolo.

  9. Bisogna essere onesti…
    Come spiega sempre bene l’on. Cazzola non si può parlare di immigrazione senza fare riferimento alla situazione demografica italiana, al rapporto tra le diverse classi di età, ai tassi di attività dei nostri connazionali e alla scarsa propensione degli italiani a ricoprire mansioni dequalificate in agricoltura, nell’edilizia, nel lavoro domestico, in alcuni servizi, nella manifattura pesante…
    Poi si può temere che gli islamici non riescano ad integrarsi, che una nuova guerra tra poveri minacci la coesione sociale, che l’accelerazione del processo ponga seri problemi di aggiustamento. Ma sostenere che l’Italia possa non dico vivere, ma sopravvivere “tagliando” gli ingressi degli stranieri non è onesto. Semplicemente non è onesto.

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