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Il caso Floyd

Floyd, gli “inginocchiati” e il falò delle vanità

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Le manifestazioni di piazza per la morte di George Floyd dagli Usa si sono allargate all’Italia, inclusi gli inginocchiamenti in parlamento, grazie alla tipica capacità del mondo liberal e di sinistra di creare eventi simbolici che i media amplificano con adesione entusiasta e acritica. Di questo ha già scritto sull’Occidentale Eugenio Capozzi, che ha tra l’altro citato un famoso e graffiante libretto di Tom Wolfe, “Radical chic”. Ma per meglio capire i meccanismi grazie al quale i “casi” che creano rabbia popolare nascono, bisogna leggere –o rileggere- un altro libro di Wolfe, “Il falò delle vanità”, uscito nel lontano 1987. Preveggente come spesso sono i veri scrittori, l’autore, caustico dandy sempre elegantemente vestito di bianco, inventore del new journalism, già a quella data descriveva con precisione il grande falò in cui oggi bruciano, oltre alle vanità, le garanzie fondamentali alla base delle democrazie occidentali.

Wolfe ha una scrittura tipicamente americana, torrenziale e ricca di personaggi, trame e sottotrame, ma il quadro che esce, nitido, è quello di una politica ormai totalmente priva di motivazioni ideali e persino di qualche serio convincimento, trascinata dagli umori delle folle, che eccita e insegue per promuovere piccole carriere e meschine ambizioni personali.

La storia in fondo è semplice. C’è un giovane broker predestinato a far parte dei “padroni del mondo”: bel lavoro, bella casa, bella famiglia, bella amante, bella vita insomma. Ma una fatale sera, mentre Sherman Mc Coy è con l’amante nella sua Mercedes, sbaglia strada e si ritrova nel Bronx. C’è un bravo ragazzo nero (si chiama Lamb, cioè pecora, vittima sacrificale) che un amico bullo, spacciatore di crack, trascina in un’avventura tanto per fargli vedere come si sta al mondo, bloccando un’auto di lusso con a bordo una coppia bianca. Ma la rapina, che forse non è nemmeno veramente tale, degenera perché la donna al volante nella fuga urta il povero Lamb. Anche l’urto, in realtà, non si sa se sia veramente tale, o se nel tafferuglio a colpire Lamb sia stato qualcos’altro. Il ragazzo sembra essersi fatto solo male a un polso e quando va in ospedale non racconta i fatti, perché dovrebbe dare qualche spiegazione scomoda; poi però si sente peggio, finisce in coma e muore. La storia è tragica ma non ha niente di speciale. Invece no, una cosa speciale ce l’ha: Lamb è nero, i due della Mercedes sono ricchi e soprattutto bianchi. E’ un’occasione ghiotta, la sospirata opportunità di mettere un vero wasp -uno con tutti i crismi, praticamente uno stereotipo ambulante- sotto accusa, e di farlo platealmente, costruendo, e immolando, il capro espiatorio perfetto a fini politici ed elettorali. La macchina si mette in moto, anche se il “caso”, per ammissione stessa dei poliziotti, non c’è. E così, un losco religioso arruffapopolo, un giornalista alcoolizzato a cui serve una rinascita professionale, un capo procuratore del Bronx interessato solo alle elezioni, cominciano a tessere la ragnatela in cui il povero Mc Coy resterà impigliato, per dimostrare che la giustizia non guarda in faccia nessuno, che sa vendicare un nero, e far scontare al presunto colpevole i peccati di tutti i bianchi ricchi educati a Yale. Alla giustizia non interessa Maria, la donna che era effettivamente alla guida, e che è solo una bella ragazza sposata a un vecchio riccone ebreo (la morte del poveretto in un ristorante di lusso, nell’indifferenza generale, è una scena di culto). Lo scopo della manovra a tenaglia è incastrare il maschio bianco: alla procura, e ai media, interessa solo Mc Coy, simbolo perfetto e irrinunciabile. Non diremo, qui, del colpo di scena processuale, per non rovinare il piacere a chi ancora non ha letto il libro (o visto il film, un po’ edulcorato ma notevole, con uno splendido Bruce Willis nei panni del giornalista). Basti sapere che per avere un po’ (solo un po’) di giustizia bisogna trasgredire al proprio codice d’onore, bisogna ricorrere ai metodi bugiardi dell’avversario.

Anche nella mobilitazione per Floyd il povero George c’entra solo limitatamente. Le cifre e i fatti citati da Capozzi non interessano alla nostra stampa e tantomeno ai politici che si affrettano a inginocchiarsi. Il romanzo di Wolfe apre una finestra sui retroscena, senza alcuna sospettosità complottista, senza compiacimenti e partigianerie: è così, dice Wolfe, e chiunque voglia davvero vedere la realtà, la vede.

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