I due fronti della Guerra in Ucraina
23 Luglio 2025
La guerra non è lontana. A trarci in inganno è la geografia: la distanza dal Donbass, l’illusione rassicurante che le trincee restino confinate a qualche migliaio di chilometri da casa nostra. Ma è un errore di prospettiva. Perché oggi la minaccia russa si dispiega su due fronti.
Il primo è noto: l’Ucraina. Missili sui civili, droni kamikaze, artiglieria e carri armati. Ma ce n’è un altro, più opaco e non meno insidioso: il fronte Sud. Qui si combatte un conflitto ibrido nel cuore del Mediterraneo. I flussi migratori diventano strumento di pressione strategica per destabilizzare l’Europa dall’interno. I presunti sabotaggi contro le navi della “flotta ombra” che il Cremlino usa per aggirare le sanzioni, inceppano gli ingranaggi finanziari dell’economia di guerra russa.
In entrambi i casi, la linea del fuoco si avvicina. E non si tratta solo di una immagine metaforica. Basta volgere lo sguardo verso il continente africano. Mosca muove le sue pedine con un obiettivo chiaro: proiettare la sua potenza strategica verso il Sud globale, mentre sfida apertamente l’Europa ed è contenuta dalla Cina a Oriente. Il fronte asiatico scricchiola.
Mosca fatica a conservare l’egemonia sulla cintura islamica che dal Caucaso all’Asia Centrale è attraversata da tensioni etniche, infiltrazioni jihadiste, influenza cinese e instabilità diffusa. Nemmeno il Medio Oriente offre più certezze: i proxy iraniani, da Hezbollah a Hamas, si sfaldano sotto i colpi congiunti di Israele e Stati Uniti. Persino Bashar al-Assad, un tempo alleato di ferro, oggi appare come un rifugiato sotto tutela russa.
In questo scenario, non sorprende che Putin guardi con rinnovato appetito all’Africa: un continente che custodisce non solo le materie prime ma anche le terre rare, carburante delle tecnologie emergenti. Chi ne controlla la filiera, può determinare i flussi della transizione globale.
Ma per estendersi nel Sahel, dove Francia, UE e Stati Uniti indietreggiano, Mosca ha bisogno di una testa di ponte nel Mediterraneo. L’ha trovata in Libia. Con la piattaforma siriana inagibile, Putin sposta i suoi “Africa Corps” in Cirenaica, allestendo basi navali, aeree e operative. L’ostilità dei signori della guerra filorussi verso la delegazione europea ne è la prova eloquente. L’espulsione del commissario Brunner da Bengasi ha mandato in tilt la diplomazia comunitaria, aprendo frizioni tra Roma, Atene e Bruxelles. Un’ulteriore prova che siamo sulla linea del fronte.
Lampedusa dista meno di 70 miglia marine dall’Africa. I porti del Sud Italia, le infrastrutture energetiche, logistiche e digitali del Paese sono più esposte di prima. Per proteggere la frontiera meridionale d’Europa, c’è la NATO. A partire dai Paesi del fianco Sud, fino alla Turchia, che in Libia esercita un’influenza superiore a quella russa, grazie al sostegno al governo di Tripoli.
Ma al vertice dell’Alleanza tenutosi a L’Aia non è stato invitato nemmeno un Paese del Nord Africa, fa notare l’Atlantic Council. E mentre Erdogan continua a giocare su più tavoli – tenendo il piede costantemente fuori dalla porta europea – il fianco Sud rischia di restare il vero punto cieco della NATO.
L’Italia ha l’opportunità di colmare questo vuoto strategico. Potenziando le missioni NATO-UE già attive, Roma può promuovere una nuova architettura di sicurezza integrata nel Mediterraneo: sostegno alle forze locali affidabili, difesa delle rotte energetiche, gestione strategica dei flussi migratori. Con il Piano Mattei, l’Italia ha illuminato il nesso tra sicurezza e sviluppo nel continente africano. Con la Conferenza sull’Ucraina ha dimostrato di poter essere protagonista non solo sul piano diplomatico ma come motore industriale della ricostruzione europea.
È il momento di unire le due traiettorie: Sud ed Est, Africa e Ucraina, cooperazione e deterrenza. La Libia è il banco di prova. Perché senza una strategia nel quadrante meridionale, anche quello orientale è a rischio. I due fronti (della Guerra in Ucraina) sono interconnessi.
