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Il paragone

I francesi che riaprono, e le palle a noi ci girano

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Immaginiamo una scena verosimile ma che, nella realtà, non è mai avvenuta. Domenica sera verso le ventuno. Macron chiede al centralino di passargli Matignon, la residenza del Primo Ministro: “Edouard sei tu? Ho appena finito di vedere la televisione italiana. C’era Conte, come spesso accade la domenica. Ha presentato agli italiani il piano di riapertura del Paese per il 4 marzo. Fatti procurare il file e studialo bene, perché tu dovrai fare una cosa completamente differente”.

E in realtà di una cosa completamente differente hanno avuto contezza quegli italiani che oggi alle quindici si sono collegati col sito dell’Assemblea Nazionale per assistere al discorso con il quale Edouard Philippe ha annunziato ai nostri cugini d’Oltre Alpe la loro “fase due”. E già! Sin dalla scelta del luogo si è notata la differenza. Non una diretta televisiva prima dei “soliti ignoti” ma la tribuna del Parlamento, affrontata in modo impeccabile. Nessuna tensione fuori controllo, nessuna balbuzie, nessuna “erre” eccessivamente arrotata. I francesi saranno anche dei grandi rompi coglioni ma sanno bene che, in determinati momenti, le istituzioni conferiscono quella legittimità che nessuna riproposizione del Grande Fratello – nonostante l’audience – è in grado di darti.

Fin qui l’ésprit de finesse; molto di più è stato invece concesso a l’ésprit de geometrie. Si, perché non si è trattato di un discorso parlamentare memorabile ma di un discorso ordinato, sobrio, chiaro. E vista la materia di cui si tratta non è poco. L’incipit ha conferito subito l’impressione di chi è sul pezzo e vuole andare al dunque: “Ecco, è giunto il momento nel quale noi dobbiamo dire alla Francia come la nostra vita deve riprendere”. Al termine dell’allocuzione non si è rimasti delusi. Si sono compresi i “si” e i “no”. Non ci sono state zone d’ombra o possibili fraintendimenti. Si può essere d’accordo o meno ma le scelte sono state chiare e se ne è capita la razionalità. Esattamente il contrario di ciò che è accaduto da noi, al di qua delle Alpi.

Il discorso è stato diviso in sei grandi capitoli ideali: libertà personali e possibilità di riunirsi; scuole; territorialità; imprese e commercio; trasporti; test e mascherine. Per ognuno di questi  temi vediamo cosa, per l’essenziale, è stato proposto, non prima di aver però di aver messo in evidenza una premessa comune: il Primo Ministro ha affermato che una legge sottoposta al Parlamento prolungherà lo Stato d’Urgenza Sanitaria fino al 23 luglio, così come che il Piano di riapertura sarà sottoposto al voto dell’Assemblea Nazionale e del Senato. In un precedente articolo (cfr. link) abbiamo riportato le reazioni negative dell’opposizione che, non ostante quanto assicurato al Parlamento, non si sono mostrate soddisfatte per un coinvolgimento giudicato insufficiente. Ribadiamo: se esse guardassero quanto accade in Italia, probabilmente attenuerebbero molti dei loro giudizi.

Libertà personali e libertà di riunirsi. Dall’11 marzo in Francia si potrà circolare liberamente e senza attestazione. Il Primo Ministro ha fatto un appello al connubio libertà/responsabilità che, in questa stagione di strisciante tirannia, è sembrato far risuonare per un attimo il canto antico del liberalismo. In particolare, si è appellato ai più anziani. Non li ha minacciati di “rinchiuderli” ma ha chiesto al loro buon senso una speciale prudenza. La libertà di circolazione, in un primo tempo, sarà limitata allo spazio del dipartimento, per impedire che zone maggiormente infette possano contaminare parti del Paese che si sono meglio preservate. La diffusione del virus nel territorio sarà anche il criterio che guiderà la scelta di aprire o meno parchi e giardini mentre le spiagge resteranno interdette almeno fino al primo giugno. Le riunioni in luoghi pubblici saranno limitate a un massimo di 10 persone mentre di “grandi eventi” (avvenimenti sportivi, festival e tutto ciò in grado di mobilitare più di 5000 persone) non se ne parlerà nemmeno, fino a settembre. I luoghi di culto saranno aperti ma non si celebrerà fino al 2 giugno (si è dunque risposto di no all’appello rivolto a Macron da 130 preti che chiedevano di poter tornare a celebrare); ai funerali massimo venti persone ma, in compenso, i cimiteri verranno riaperti. Infine, “mediateche”, biblioteche e piccoli musei “si”; grandi musei, cinema, teatri e sale per concerti “no”, almeno per ora.

Scuole. L’11 maggio riapriranno gli asili e le scuole elementari, anche al fine di consentire ai genitori di recarsi al lavoro. Il 18, ma solo in taluni casi, potranno riaprire i collegi, mentre per i licei l’appuntamento è rinviato al 1 giugno. Nelle cresces non potranno esserci più di 10 bambini per classe, nelle scuole 15. Non verrà abbandonato l’insegnamento a distanza; si cercherà di sviluppare al massimo un metodo “misto”: lezioni sulla rete, verifiche di persona.

Territorialità. Si istituirà una sorta di “semaforo territoriale”: rosso e verde. Il primo colore contrassegnerà quelle parti del paese dove il virus ha trovato maggior diffusione, l’altro i territori immuni o assai poco contagiati. Ovviamente, l’ampiezza dell’apertura sarà regolata a seconda della classificazione di ciascun territorio. E si dovrà sempre avere la possibilità di tornare indietro: “ se gli indicatori non saranno rassicuranti – ha dichiarato il Primo Ministro – noi l’11 maggio non apriamo, o quanto meno lo faremo in modo meno ampio”.

Imprese e commercio. La regola generale è che l’11 marzo tutta la Francia del lavoro ripartirà. Poi ci sono le eccezioni che, per l’essenziale, riguardano l’economia di prossimità: per bar, caffè e ristoranti il discorso è rinviato alla fine di maggio. Una grande centralità Philippe ha voluto dare al “telelavoro” e alla volontà del governo di sostenere tale pratica al fine di non perdere quanto la pratica forzata dell’ultimo periodo ha insegnato a tanti lavoratori francesi, volenti o nolenti.

Trasporti. Rispetto ai livelli attuali, i trasporti dipartimentali dall’11 maggio verranno incrementati del 70% mentre verranno fortemente contenuti quelli extra-dipartimentali, al fine di scoraggiarne l’utilizzo. La portata dei mezzi di trasporto verrà ridotta e ciò vale anche per la metropolitana parigina. Come conciliare questa scelta con la necessità di assicurare la mobilità a coloro i quali avranno bisogno di spostarsi per raggiungere il posto di lavoro? Il Primo Ministro ha indicato tre strade tra loro complementari: implementare il “telelavoro”; prevedere orari “scalari” istituendo dei turni; riservare nell’ora di punta l’utilizzo della metropolitana ai soli lavoratori. Infine, anche ogni “scuolabus” porterà non più del 50% dei bambini che vi salivano prima del coronavirus. Su tutti i trasporti pubblici sarà obbligatorio indossare la mascherina.

Test e mascherine. E’ la parte più ambiziosa e importante del piano di riapertura. Philippe fissa l’obiettivo di 700.000 test alla settimana, con il correlato impegno a isolare i positivi, identificare i loro contatti e, nel caso di positività, isolare anch’essi. Una piattaforma e-commerce di “La posta” garantirà a tutti i francesi d’essere dotati di mascherine e il governo agevolerà e assicurerà la produzione di 100.000 mascherine chirurgiche ogni settimana.

Fin qui, per l’essenziale, il Primo Ministro nell’aula dell’Assemblea Nazionale. Trasferiamoci ora, solo per un attimo, in quello spazio di fantasia dal quale siamo partiti e immaginiamoci il nuovo contatto tra il Presidente e il Primo Ministro. Macron: “Edouard, sei stato bravo, l’esempio negativo che ti ho fornito ti è servito”. Philippe: “Grazie, Signor Presidente!”. A questo punto Paolo Conte chioserebbe da par suo: “gli italiani che s’incazzano, che le palle ancor gli girano…”.     

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