Il flop della “diplomazia diretta”: Obama e il mancato incontro con i dittatori

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Il flop della “diplomazia diretta”: Obama e il mancato incontro con i dittatori

12 Settembre 2009

Giusto due anni fa Barack Obama aveva acceso la miccia del primo e più duraturo dibattito della campagna elettorale per le presidenziali. È stato quando gli venne chiesto se sarebbe stato “disposto a incontrare nel suo primo anno di mandato, a Washington o in qualsiasi altro posto, uno per uno e senza precondizioni, i leader di Iran, Siria, Venezuela, Cuba e Corea del Nord”.

“Lo sarò”, aveva risposto Obama. Certo, in seguito si è mostrato un tantino più evasivo ma è comunque rimasto ancorato a quella posizione per mesi, mentre Hillary Clinton prima e John McCain poi lo martellavano sull’argomento dandogli entrambi dell’ingenuo. Il suo attivo supporto per quella che ha definito “diplomazia diretta” divenne una caratteristica primaria della sua campagna elettorale, l’idea che quest’uomo tanto dinamico e persuasivo avrebbe potuto, da presidente, far emergere delle opportunità da alcuni tra i più difficili problemi di politica estera grazie alla propria personale diplomazia.

Alla luce di ciò sembra valer la pena notare che Obama, ormai in dirittura d’arrivo del suo primo anno di mandato, a parte una fugace stretta di mano con il presidente venezuelano Hugo Chávez al vertice delle Americhe di aprile, deve ancora incontrarsi con qualcuno dei summenzionati manigoldi. Né, peraltro, appare probabile che possa avere incontri del genere nell’immediato futuro. Di fatto, una delle lezioni che scaturiscono dalla politica estera dell’amministrazione Obama può essere sintetizzata come segue: l’idea che la “diplomazia diretta” del presidente con attori quali Chávez, Mahmoud Ahmadinejad, Kim Jong Il o Fidel Castro sia fattibile o probabile è, beh, ingenua.

Non che Obama non ci abbia provato. Secondo quel che raccontano i media iraniani, Obama avrebbe inviato due lettere alla suprema guida religiosa dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei. A Damasco ha mandato numerosi alti funzionari per incontrare il presidente siriano Bashar al-Assad. Poco dopo che la sua amministrazione era entrata in carica, un nuovo rappresentante speciale per la Corea del Nord ha offerto pubblicamente a Pyongyang negoziati bilaterali; l’ex presidente Bill Clinton, poi, autorizzato dalla propria amministrazione, si è incontrato con il dittatore Kim. Dal canto suo Obama ha accettato con cortesia il dono di un libro irritantemente antiamericano fattogli da Chávez per poi inviare un nuovo ambasciatore a Caracas. Ha pure allentato alcune sanzioni su Cuba.

Il problema è che nulla di tutto ciò ha portato a qualche risultato. Secondo quanto si dice, Khamenei ha risposto alla prima lettera di Obama, ma quest’anno la sua principale iniziativa è stata quella di dare il via a un golpe interno ai danni della componente relativamente moderata del regime khomeinista che avrebbe potuto guardare con favore a seri negoziati con l’Occidente. Il risultato della mano tesa verso la Siria è apparso in tutta la sua chiarezza un paio di settimane fa, quando il governo iracheno ha ritirato il proprio ambasciatore da Damasco dopo aver rimproverato il regime di Assad di continuare a fomentare il terrorismo in Iraq. La Corea del Nord ha dedicato i primi pochi mesi di quest’anno a nuovi test nucleari e missilistici e adesso è tornata sulla sua vecchia richiesta per la quale gli Stati Uniti dovrebbero concedere un trattato di pace e riconoscerla come potenza nucleare. E così via.

Sembra tuttavia che l’amministrazione stia imparando qualcosa da tanti scortesi rifiuti. Una delle prime persone a trarre conclusioni realistiche è stata – e non stupisce – Hillary Clinton. Ad aprile il nuovo segretario di Stato aveva suggerito durante un’udienza del Congresso che il cattivo rapporto degli Stati Uniti con Chávez fosse il risultato del rifiuto da parte dell’amministrazione Bush d’impegnarsi con il caudillo. E aveva proposto: “Vediamo se è possibile trasformare questo rapporto”.

Ci sono voluti meno di tre mesi perché la Clinton si disamorasse dell’idea. Un lasso di tempo durante il quale Chávez si è approfittato della mano tesagli dall’amministrazione per dare il via a una nuova serie di azioni repressive ai danni dell’opposizione mentre nel frattempo cercava di fomentare un golpe di sinistra in Honduras. Adesso la Clinton si dedica a scacciare Chávez dalla crisi ancora in corso in Honduras; e senza minimamente consultare il potente venezuelano si è anche presa il disturbo d’incontrare i giornalisti di una rete televisiva che lui sta cercando di chiudere.

Hillary Clinton ha liquidato già diversi mesi fa Kim Jong Il come “un bambino indisciplinato”. Quando tutt’a un tratto il mese scorso il suo regime ha cominciato a cercare incontri bilaterali, lei lo ha invitato a tornare ai negoziati multilaterali “a sei” organizzati dall’amministrazione Bush. In più di un’occasione, inoltre, ha espresso il dubbio che attualmente siano possibili fruttuosi negoziati con l’Iran. E il resto dell’amministrazione non è su posizioni troppo distanti. Sia i funzionari del dipartimento di Stato che quelli della Casa Bianca si stanno concentrando non sulla predisposizione di contatti bilaterali tra Teheran e Washington ma sul persuadere i governi europei, la Cina e la Russia ad appoggiare sanzioni che vadano oltre quelle imposte da Bush. E l’inviato per il Medio Oriente George J. Mitchell sembra aver abbandonato l’idea d’includere la Siria nei negoziati che per il Medio Oriente si sta preparando a varare.

Nulla di tutto ciò significa che il dialogo con il nemico sia sbagliato in sé o che non valga la pena di fare un tentativo. Obama potrebbe ancora trovare un’opportunità di dialogo con Chávez o con Assad se non con Kim Jong Il o con Khamenei. Ma quel che appare piuttosto chiaro è che la più celebre idea in materia di politica estera che Obama aveva presentato nel corso della campagna elettorale ha fatto fiasco già nei primi mesi di mandato. Quando due anni fa gli hanno fatto questa domanda, Obama probabilmente stava pensando a George W. Bush. Non gli sarebbe potuto venire in mente che anche i nemici degli Stati Uniti non trovano un gran vantaggio nella “diplomazia diretta”.

© Washington Post
Traduzione Andrea Di Nino