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Il Pd riempie la piazza di Bologna, ma potrebbe essere il canto del cigno

Da oggi e per ogni lunedì L’Occidentale propone un editoriale che vuole essere una sintesi dei principali fatti della settimana appena conclusa. Un appuntamento fisso per offrire prospettive e visioni sui fatti di politica e su tutti i temi che affrontiamo sul nostro quotidiano.

Mentre la crescita delle tensioni tra alleati nel Governo Conte bis è inversamente proporzionale al consenso sul quale l’Esecutivo in base ai sondaggi può contare tra gli italiani, il dibattito politico nel Paese si va sempre più focalizzando sulla sfida in Emilia Romagna.

Manca un mese e mezzo al voto e, nell’ultima roccaforte rossa, appare evidente la paura del Pd di vedere cancellato l’ultimo baluardo della sinistra che fu. Sabato Bonaccini è riuscito a radunare in piazza 10mila persone in piazza Maggiore, ma al di là di questo evento preparato con cura da tempo, è evidente come la Bologna rossa che cantava Francesco Guccini non esista più da tempo e che, per mantenere qualcosa di rosa sul cielo sopra le Due Torri, il partito di Nicola Zingaretti abbia deciso di rinunciare a se stesso. Il governatore uscente Stefano Bonaccini che opta per cartelli elettorali color verde nei quali del Pd non vi è neppure l’ombra, il continuo appello ai 5 Stelle ad entrare in alleanza, il costante tentativo di mettere il cappello sul movimento delle sardine, sono tre facce della assenza di identità Pd. Un Pd che ha deciso di giocare a nascondino perché consapevole della propria estrema debolezza e che davanti al rischio di perdere preferisce rinunciare a vincere in prima persona delegando oneri e onori al volto (recentemente addirittura iconizzato con barba e occhiali a goccia) di Bonaccini.

In questo contesto le due stampelle che i Dem si sono scelti appaiono entrambe ben poco solide. Da un lato la stampella a 5 Stelle tanto corteggiata è tecnicamente assente. Il Movimento di Grillo ufficialmente correrà infatti da solo alle Regionali in Emilia Romagna, ma è pur vero che quasi tutti i consiglieri regionali uscenti non sono affatto entusiasti di tale scelta: alcuni di loro hanno già fatto appelli per un arzigogolato voto disgiunto, mentre sui territori qualcuno, a Modena e Reggio, è addirittura passato armi e bagagli con l’ex nemico ‘piddino’, ovviamente motivando tale scelta col solito ritornello dell’argine alla deriva fascista.

Dall’altro lato la stampella rappresentata dalle sardine è indubbiamente viva e vitale. I ragazzi guidati da Mattia Santori sono platealmente frutto di un esperimento di laboratorio Pd ma il seguito che hanno è oggettivo. Eppure ogni qualvolta il Pd prova a inglobare le sardine a fini elettorali toglie forza alla propria creatura, insomma una sorta di stampella potenzialmente granitica, ma che appena i Dem decidono di usarla per muovere qualche passo si sgretola. E così l’aiuto creato a tavolino (e le recenti dichiarazioni di Romano Prodi lo dimostrano) è tanto bello quanto inutile.

In questo deserto in cui vaga una sinistra strutturalmente incapace di autoriformarsi, il centrodestra in Emilia Romagna sembra avere davanti praterie sconfinate da conquistare. La sfida ora per l’asse guidato da Lega e Fratelli d’Italia è plasmare l’indubbia voglia di alternanza degli emiliano romagnoli dopo 70 anni di monocolore in una concreta alternativa. Una sfida incarnata da Lucia Borgonzoni e che non può prescindere da un dialogo vero con gli alleati ‘moderati’. Perché per cancellare quello che resta di rosso sul cielo di Bologna occorre offrire una visione non solo diversa, ma praticabile di governo. Una visione che consenta non tanto ai cittadini, quanto ai grandi centri economici e associativi emiliano romagnoli (da mesi coccolati dal governatore uscente) di percepire il cambiamento come qualcosa di solare e non come un indefinibile salto nel buio. Al centrodestra, insomma, l’arduo compito di trasformare i cori dei 10mila in piazza di sabato di Bologna in un canto del cigno per il Pd.

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