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Islam liberale?

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Con la presente nota non s’intende redigere un resoconto del recente viaggio di Papa Ratzinger in terra turca; troppe le suggestioni, i temi aperti, le questioni irrisolte. Si vuole invece abbozzare una riflessione su un particolare tema affrontato da Benedetto XVI. Si tratta del problema dell’autonomia della politica, inserito nel più ampio contesto della relazione tra verità e libertà nelle moderne società variamente e tendenzialmente secolarizzate. Nel discorso del 28 novembre, tenuto al corpo diplomatico presso la Repubblica turca, Benedetto XVI afferma “La Chiesa, voi ben lo sapete, ha ricevuto dal suo Fondatore una missione spirituale ed essa non intende dunque intervenire direttamente nella vita politica o economica. Tuttavia, a causa della sua missione e forte della sua lunga esperienza della storia delle società e delle culture, essa si augura di far udire la propria voce nel concerto delle nazioni, perché venga sempre onorata la dignità fondamentale dell'uomo e specialmente dei più deboli”. La posizione del Papa in materia di dottrina sociale della Chiesa è in sintonia ed in perfetta continuità con quella espressa dai suoi predecessori, sin dalla pubblicazione della prima enciclica sociale: la Rerum novarum di Leone XIII del 1891, fino alla più recente di Giovanni Paolo II: la Centesimus annus del 1991. In entrambi i casi, i pontefici evidenziarono il profondo coinvolgimento della Chiesa nelle questioni relative al vivere civile. La tesi di Benedetto XVI è oltremodo chiara. Sostenere il binomio verità-libertà significa esprimere la convinzione che nella misura in cui l’uomo si lascia illuminare dallo “splendore della Verità” inizia un percorso esistenziale che lo condurrà a sperimentare una libertà autentica e a proporsi come operatore di pace. Sicché, di quale Verità parla Ratzinger, dato che ci muoviamo su un terreno delicato, com’è appunto quello del contingente, del “secolo”, della storia, invero, della politica? Il binomio poltica-verità è da sempre considerato un elemento problematico e non possiamo negare che, accanto ad aspetti positivi, esso rimandi anche a situazioni ed esempi storici tutt’altro che esaltanti. Tuttavia, la Verità d cui parla Ratzinger è quella di un uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio, un Dio-Padre che è Caritas. La qualità di questo Amore ci è data dalla massima evangelica: “vi do un comandamento nuovo, che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”; la misura di questo Amore, dunque, è l’Amore stesso che il Padre ha avuto per i suoi figli, un amore che si è storicamente concretizzato un venerdì di circa duemila anni fa sulla Croce. Non possiamo comprendere il senso dell’esperienza cristiana se prescindiamo dallo “scandalo” della Croce, da quel sacrificio estremo che ci rivela la Verità stessa sull’uomo e la modalità di testimoniarla. La Verità del cristianesimo, allora, sviluppa una nozione di dignità personale, una dignità che s’incarna in specifici inalienabili diritti, i quali, a loro volta, possono dar vita ad un complesso sistema istituzionale tendenzialmente in grado di difendere la persona umana contro tutti i possibili aggressori e di riconoscere alla persona umana l’inalienabile diritto di lottare per la propria ed altrui libertà. In tal modo, Papa Ratzinger delinea un rapporto tra politica e religione in forza del quale quest’ultima diventa il luogo nel quale matura la consapevolezza di una necessaria autonomia della società civile (all’interno della quale opera evidentemente anche la Chiesa) dall’ordinamento politico. Ora, come negare che in molti Paesi islamici manchi una tradizione di società civile, di democrazia liberale e di economia di mercato tale da garantire l’autonomia del civile dall’ordinamento politico? La dichiarazione del Papa potrebbe rivelarsi un prezioso contributo per tutti coloro che nutrono la viva speranza (un realismo che non sfocia necessariamente nello scetticismo) di un auspicabile incontro tra Islam, democrazia ed economia di mercato. Per di più, la riflessione del Pontefice sembrerebbe incontrare quella di una serie di intellettuali turchi, i quali negli ultimi tempi hanno tentato di rappresentare concettualmente una realtà politica, economia e culturale – l’Islam – non necessariamente incompatibile con la tradizione occidentale del liberalismo, dell’economia di mercato e del pluralismo della società civile. Mi riferisco in particolare agli studiosi del think-tank di Ankara Association for Liberal Thinking e, in particolare, agli autori del libro Islam ed economia di mercato, pubblicato nel 2005 in Italia dall’editore Rubbettino. Norman Barry si domanda perché mai “l’Islam non è stato riconosciuto come parte integrante della teoria sociale e politica liberale, dal momento che gran parte della sua dottrina è compatibile con questa”. Barry individua una possibile risposta nel fatto che il più delle volte “gli Stati musulmani (Barry distingue tra Stati autenticamente islamici e Stati musulmani) hanno perseguito pratiche sociali ed economiche non provenienti dal Corano e di matrice nazionalistica, illiberale e talvolta socialista”. In definitiva, tali Stati avrebbero fatto proprie dall’Occidente dottrine politiche inadeguate per lo sviluppo di una società civile matura e pluralistica. Una società civile dalla quale potessero sorgere le istituzioni democratiche ed una libera economia imprenditoriale; in realtà, ammette Barry, tali Stati musulmani avrebbero fatto proprie molte idee sostanzialmente “estranee alla pura tradizione islamica”. Si tratta del tentativo, di certo stimolante, di concepire l’inedito incontro tra i principi del liberalismo – inteso come teoria delle istituzioni che compongono l’ordito della società civile – e quelli dell’Islam. Siamo ben consapevoli della difficoltà e delle resistenze che una simile operazione rischia di incontrare negli ambienti tanto laicisti liberali quanto fondamentalisti islamici. Tuttavia, siamo altrettanto convinti che non si diano alternative; non è possibile continuare ad ignorare la forza dell’Islam ed il seguito che esso riesce a mobilitare intorno ai suoi principi. Sarebbe auspicabile che si cominci a considerare la realtà dell’Islam da un inedito punto di vista: la possibilità che, accanto ad un Cattolicesimo liberale, possa nascere anche un Islam liberale. Il seme della libertà e della democrazia può attecchire anche in contesti culturali molto distanti dalla realtà occidentale, sempre che un certo laicismo arrogante ed illiberale lasci il posto ad un’autentica laicità, ove non si pretenda di espellere la sfera religiosa dalla “piazza pubblica”. Un altro intellettuale turco: Mustafa Erdogan, a tal proposito, ci invita a guardare l’Islam come un fenomeno potenzialmente virtuoso, in grado di consentire un effettivo ampliamento della partecipazione, nonché la garanzia che le libertà civili e politiche siano effettivamente rispettate. Erdogan, d’altro canto, invita le élite musulmane, e quelle turche in modo particolare, “a convivere con l’Islam: se la Turchia intende davvero essere una democrazia, potrà raggiungere questo obiettivo solo con l’Islam, e non cercando di eliminarlo. È la sua stessa storia infatti che costringe la Turchia ad essere una ‘democrazia musulmana’”. Appare evidente che il tema della democrazia evidenzia problematiche a tutt’oggi ancora piuttosto estranee a buona parte dell’Islam e che inevitabilmente i protagonisti della scena politica, economica e sociale musulmana mostrano moltissimi limiti in materia. Tuttavia, ciò non ci autorizza ad escludere che Islam e democrazia possano essere concettualmente – ed in un prossimo futuro anche politicamente – compatibili. Le parole d’incoraggiamento di Benedetto XVI per un progressivo ingresso della Turchia nell’Unione Europea possono rappresentare un potente incentivo affinché intellettuali, politici ed operatori sociali musulmani prendano coscienza dell’esigenza di guardarsi intorno per cercare anche altrove, al di fuori della dottrina islamica, attingendo dalla tradizione cristiana e dal costituzionalismo liberale, l’armamentario concettuale indispensabile allo sviluppo di un processo democratico che possa preservare i caratteri distintivi della tradizione islamica, nel contesto di una indispensabile autonomia dell’ordine politico rispetto a quello religioso. Un Islam liberale allora è possibile? Vedremo; certo si tratta di un’operazione culturale estrema, per molti forse impossibile, e non è escluso che abbiano ragione coloro che la negano, ma non mancano le energie e le parole di Benedetto XVI ci invitano a proseguire in questa direzione.

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