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La Chiesa di Benedetto dà lezioni di politica all’Europa

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Benedetto XVI con un Motu proprio - Summorum pontificum “sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970” -  ha reintrodotto la libertà di celebrare la Messa in latino, previa richiesta da parte di un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica. Semplifico, perché la questione è più articolata, basti pensare che mai questo diritto è stato negato alle comunità e che soltanto alcune pregiudiziali ideologiche hanno posto al centro dell’attenzione mediatica qualcosa che non è mai stato considerato un limite nella Chiesa, l’adesione alla Tradizione.

Detto questo, sul piano formale, i parroci sono invitati ad accogliere siffatte richieste da parte dei fedeli, secondo lo spirito antico della libertà interna alla Chiesa come madre e come guida delle anime. Si sancisce, così, in maniera oggettivamente inequivocabile – ecco il punto d’onore stabilito da questo grande Pontefice - un criterio di libertà che già il card. Ratzinger, in qualità di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, aveva affermato, apertis verbis, nella sua celebre intervista sulla fede, Rapporto sulla fede, curata da Messori, là dove si ribadisce che non esiste una “Chiesa post-conciliare”, perché la Chiesa vive di un’unica Tradizione. Già sulla parola “Tradizione”, sarebbe opportuno soffermarsi per spiegare ad un mondo di singoli, il mondo postmoderno, che aderire ad una realtà esterna, oggettiva e dinamicamente in evoluzione, pur avendo caratteri di eternità, è una virtù dell’anima e dell’intelletto: ma per far ciò, occorrerebbe un libro intero e io accenno soltanto di passata la questione.

Tornando all’intervista dell’allora Card. Ratzinger, egli, già nel 1985, osservava: “Bisogna decisamente opporsi a questo schematismo di un prima e di un dopo nella storia della Chiesa, del tutto ingiustificato dagli stessi documenti del Vaticano II che non fanno che riaffermare la continuità del cattolicesimo. Non c’è una Chiesa “pre” o “post” conciliare: c’è una sola e unica Chiesa che cammina verso il Signore, approfondendo sempre di più e capendo sempre meglio il bagaglio di fede che Egli stesso le ha affidato. In questa storia non ci sono salti, non ci sono fratture, non c’è soluzione di continuità. Il Concilio non intendeva affatto introdurre una divisione del tempo nella Chiesa” (Rapporto sulla fede, Ediz. Paoline, Milano, 1985, p. 33). In un discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005 aveva ribadito questo antico principio, che sostanzia la lettera di questo Motu proprio.

E’ il Card. Ruini a ricordarlo in un editoriale pubblicato su Avvenire, domenica 8 luglio. Torna il latino e ritorna la libertà nell’aderire alla tradizione liturgica, ferma restando la disciplina liturgica sancita dal Vaticano II. Un enorme passo avanti nel dialogo con i lefebvriani della Fraternità San Pio X, con i quali i rapporti sono andati migliorando nel corso degli ultimi anni. La Chiesa aveva dialogato con tutti, dai marxisti ai teologi della liberazione, con le altre religioni, ma con questi scismatici aveva stabilito duramente una linea di demarcazione fin troppo netta. Un eccesso di zelo, direi. Ma non è tutto. Il dato ancora più qualificante, sul piano storico e teologico, è la riaffermazione dei criteri costantemente osservati dalla Chiesa, quell’intelligenza critica verso il “progressismo” senza contenuti, che ha infatti fatto andare in bestia il guru dei progressisti cattolici, lo storico Melloni. Poco male. Il fatto è certo ed è Stato ribadito, il resto è chiacchiera polemica di sagrestia.

Del resto, è ormai chiaro a chi voglia intendere con pacifica onestà intellettuale che il progressismo cattolico è la malattia ad un tempo infantile e terminale del clericalismo. Non c’è neanche più Dossetti in questa postura mentale, c’è soltanto la retorica dello status quo. Da Melloni a Bianchi, per intendersi. Il Vaticano II aveva stabilito alcune linee-guida culturali che guardavano ad una modernità, del resto già in profonda crisi, tralasciando completamente gli oppositori interni alla linea della Tradizione ecclesiastica. Cioè alla linea che manteneva ferma la clausola essenziale del linguaggio teologico della Chiesa. Mutato il linguaggio teologico, muta anche la teologia e dunque il rapporto tra il Magistero e il popolo dei credenti. Con ciò si è dunque stabilito un precedente pesante che ha gravato moltissimo sull’unità della Chiesa, realtà che Benedetto XVI cura oggi con uno zelo pastorale degno di ogni ammirazione. Il Papa e, con lui, la Chiesa, ha portato a casa, per così dire, un risultato straordinario, che ricollega il presente alla tradizione classica della Chiesa, posto che i cristiani hanno conosciuto Dio in latino.

Detto questo, c’è un altro significato storico che non deve essere sottovalutato, soprattutto nel caso di un Pontefice che guarda alla storia come il luogo della rivelazione del Dio di Gesù Cristo. Con questo passo, ristabiliti i criteri dell’unità della Chiesa attorno al nucleo della Tradizione, la stessa Chiesa oggi perseguitata, dal Medioriente alla Cina, ritrova slancio e fervore, potendo richiamarsi ad un principio che stringe tutti i cattolici, dai lefebvriani ai sostenitori dello “spirito del Vaticano II”, in una nuova unità. Solo i progressisti ne rimarrebbero fuori, ma il clericalismo è sempre imbelle di fronte ai drammi della storia che coinvolgono la caarne e il sangue dei fratelli nella fede. Il motto di Tertulliano, Sanguis martyrum, semen Christianorum - ritorna dirompentemente alla ribalta e riapre una coscienza mondiale della Cristianità, anzi l’idea stessa di una Cristianità, cioè di una civiltà legata ad una stessa tradizione religiosa, liturgica e culturale. Il che produce degli effetti politici e pubblici, determinati cioè dall’opinione pubblica, non irrilevanti. Si è aperto e si sta consolidando un fronte pro-Cristianità, anche in settori distanti dalla Chiesa, talvolta del tutto laicisti. Benedetto XVI conosce bene la realtà di martirio dei cristiani nel Medioriente, sa bene che la Chiesa ha trascurato per troppo tempo l’idea che dovesse esserci una reciprocità tra la Cristianità e l’Islam, in materia di libertà di culto o, meglio, una soglia minimale per l’Islam di accettazione di alcuni criteri elementari di apertura alla libertà religiosa. Il Papa sa bene tutto ciò. Su questo punto, Paolo VI spinse una linea di politica ecclesiastica che condusse alla fine alla costruzione della più grande moschea d’Europa di fronte al Soglio di Pietro.

Papa Benedetto sa tutto ciò e sa anche che la libertà religiosa rappresenta, di fatto, il punto centrale, insieme di vertice e di sintesi, della libertà in quanto tale. Un’idea, questa, fortemente centrata sulla costituzione conciliare Dignitatis humanae e sapientemente rielaborata a sua volta da Giovanni Paolo II. Una linea di demarcazione che determina non soltanto la politica ecclesiastica, ma, oggi, nella globalizzazione, anche la politica in quanto tale. Dato che siffatta libertà – essendo loro negata manu militari - segna nella carne il presente di molti popoli. Si apre così una nuova partita giocata dal Papato, che si conferma il soggetto universale capace di muovere gli orizzonti dell’umanità nel difficile tempo della globalizzazione. La politica laica degli Stati europei non tarderà a rendersi conto di questa grande novità.

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