La Chiesa è convinta che un nuovo Mezzogiorno sia possibile

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La Chiesa è convinta che un nuovo Mezzogiorno sia possibile

01 Marzo 2010

 

Il documento pastorale del 21 febbraio 2010, frutto del pensiero della Conferenza Episcopale Italiana, ha avuto lo stesso effetto che avrebbe avuto un sasso di piccole dimensioni nelle acque calme di uno stagno.

A due mesi dalle elezioni i politici vecchi e nuovi fanno a gara, nel contendersi pensieri, sposare o affiancare posizioni e opinioni presenti nel documento.

Si è dato inizio, ad una serie disordinata di commenti. Con gli esponenti della sinistra che invitano la maggioranza a non restare immobile davanti ai problemi del mezzogiorno e la destra la quale risponde dicendo che l’opposizione quando è stata al governo non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Ma se la Conferenza Episcopale Italiana, è ritornata su quelle piaghe che già vent’anni fa affliggevano e tuttora affliggono il nostro paese, vuol dire che le formazioni partitiche che si sono alternate nell’ultimo ventennio alla guida del nostro Paese, al di là dei numerosi slogan a ridosso delle elezioni, poco altro hanno fatto per eliminarle.

L’italiano medio ha cognizione che la nostra Nazione è afflitta da numerose piaghe: la mafia, la disoccupazione soprattutto nel mezzogiorno e che queste portano, sempre più, molti giovani con professionalità medio-alta a lasciare il territorio che a sua volta, si impoverisce sempre di più, e sembra essere risucchiato dalla “diversità” che lo ha contraddistinto dal giorno in cui è nata l’Italia.

La nota pastorale si sforza di segnare un percorso per uscire da tale situazione; percorso, per la verità, già indicato dal Santo Padre: «I vescovi mi raccontano con gratitudine della generosità dei cattolici tedeschi…- ebbe a dire Benedetto XVI – Ogni tanto, però qualche Vescovo africano mi dice: “se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve”. Ovviamente esiste in alcuni l’idea che i progetti sociali siano da promuovere con massima urgenza, mentre le cose che riguardano Dio o addirittura la fede cattolica siano cose piuttosto particolari e meno prioritarie. Tuttavia l’esperienza di quei Vescovi è proprio che l’evangelizzazione deve avere la precedenza, che il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto ed amato, deve convertire i cuori, affinché anche le cose sociali possano progredire, affinché si avvii la riconciliazione…Il fatto sociale e il Vangelo sono semplicemente inscindibili tra loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco.

Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della violenza, e la capacità di distruggere e di uccidere diventa prevalente, diventa la capacità per raggiungere il potere».

Si potrebbe osservare che ciò avviene anche in Italia: vi è la tentazione per chierici e laici di posporre il vangelo a progetti di socialità, legalità, mondialità ecc, e di ridurre le Caritas, come si dice in giro, ad agenzie di sviluppo. Sembra che la nuova evangelizzazione promossa da Giovanni Paolo II non abbia lasciato traccia. Come mai? Una delle cause non secondarie è il relativismo che ha portato a ritenere indifferente la religione e prioritaria la promozione umana, quasi che l’evangelizzazione non sia in se stessa promozione dell’uomo.

Sarebbe conveniente concentrare su questo l’attenzione.

Il documento dell’Episcopato Italiano non è un programma di partito, pertanto non deve essere strumentalizzato né dai partiti politici né dai media; vuole essere invece uno spunto di riflessione, una linea guida per i governanti e per gli uomini e le donne di buona volontà, uno strumento per coloro che «osano il coraggio della speranza», che si impegnano per un mutamento che è possibile.

A tal proposito Papa Benedetto XVI, in un suo discorso in Germania ha ricordato: «è responsabilità dei cristiani, in questa ora, di rendere visibili quegli orientamenti di un giusto vivere, che a noi si sono chiariti in Gesù Cristo».

Questo evidentemente vale anche per l’Italia.

Il documento della Conferenza Episcopale Italiana sul Mezzogiorno è indubbiamente un contributo notevole, ma probabilmente rischia di indurre a riporre speranza più nella sociologia che nel Vangelo.

Pertanto si ritiene che sia importante leggere il documento alla luce delle due Encicliche “Deus caritas est” e “Caritas in veritate” e del discorso tenuto dal Santo Padre al Convegno di Verona.

Nella prima, poiché tutti i cristiani sono chiamati a condividere globalmente e bisogni degli uomini, si osserva: “essi non devono ispirarsi alle ideologie del miglioramento del mondo, ma farsi guidare dalla fede che nell’amore diventa operante” (cfr Gal 5,6).

Devono essere quindi persone mosse innanzitutto dall’amore di Cristo, persone il cui cuore Cristo ha conquistato con il suo amore, risvegliandovi l’amore per il prossimo. Il criterio ispiratore del loro agire dovrebbe essere l’affermazione presente nella Seconda Lettera ai Corinzi: «l’amore del Cristo ci spinge» (5,14). (Deus Caritas est, n. 33).

Sul punto non può non citarsi quanto affermato da Giovanni Paolo II nell’omelia di Beatificazione dei martiri Lorenzo Ruiz e compagni: “Essere cristiani significa donare ogni giorno se stessi in risposta all’offerta di Cristo, venuto nel mondo perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (AAS, LXXIII, 191,342).

È questo il più grande atto di culto e di amore verso Dio e verso l’umanità che i cattolici, anche in Italia, sono chiamati a compiere.

I Vescovi italiani, nel produrre il Documento sul Mezzogiorno, non vogliono si dimentichi che dedicarsi alla situazioni sociali più diverse senza desiderare di condurre l’uomo a Dio, è come limitarsi a svolgere il ruolo (o la professione) di assistente sociale, ovvero di un operatore dello stato che, per sua natura, deve occuparsi della giustizia sociale e non della carità.