La dotta ironia di Benedetto XVI sulle tasse

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La dotta ironia di Benedetto XVI sulle tasse

20 Settembre 2007

Anche nella contrarietà delle persone verso le tasse “si vede che alcuni corsi della storia non cambiano”. Lo ha affermato Benedetto XVI davanti a  circa 15 mila fedeli durante l’udienza generale del mercoledì. L’occasione è stata l’analisi da parte di Benedetto XVI della figura di san Giovanni Crisostomo, Padre della Chiesa vissuto nel terzo secolo, e in particolare di una serie di omelie pronunciate dal santo durante la cosiddetta rivolta delle statue. In quella circostanza la popolazione dell’Impero in Oriente cominciò a distruggere le statue dell’Imperatore contro l’imposizione delle tasse. “Si vede che alcuni corsi della storia non cambiano…”, ha commentato papa Ratzinger con il consueto sorriso.

L’occasione è ghiotta per tornare brevemente sul tema che ha interessato il dibattito estivo sul dovere morale di pagare le tasse. Il tema è ampio e investe questioni complesse che meriterebbero uno studio più attento ed un’analisi più approfondita di quanto non sia consentito fare in un articolo di giornale. Ad ogni modo, le fonti non mancano e nelle poche righe che seguono vorrei evidenziare alcune ipotesi presenti in uno studio compiuto da un eminente storico americano, il prof. Leonard Liggio della George Madison University di Fairfax in Virginia. In un saggio pubblicato nel 2005 dall’editore Rubbettino (Dario Antiseri, Cattolici a difesa del mercato, a cura di F. Felice), Mercato e moneta nel pensiero ebraico e cristiano nell’era ellenistica e romana, Liggio mostra come molti degli scritti su etica ed economia riflettano il triste influsso della teologia della liberazione. Il punto è che, a parere di Liggio, “in gran parte, le teologie della liberazione ignorano la situazione storica ed assumono meramente i testi senza tentare di collocarli nel contesto nel quale essi furono scritti”. In particolare, i teologi della liberazione hanno indirizzato la loro attenzione principalmente sui testi dei Padri della Chiesa, riservando una particolare attenzione ai Padri del quarto secolo. Ad ogni modo, è a dir poco evidente che se se si leggono questi testi senza collocarli opportunamente nel giusto contesto storico – la società romana dei secoli precedenti – non è possibile neppure comprenderne l’autentico significato. Sappiamo che san Giovanni Crisostomo, san Basilio e molti altri padri dell’Oriente condividevano un retroterra culturale, religioso ed esistenziale di tipo monastico, provenendo da esperienze nelle quali avevano volontariamente rinunciato alla ricchezza, facendo voto di povertà e considerando quest’ultimo una speciale grazia di Dio. Con il tempo, alcuni di loro furono elevati a vescovi,  divenendo a tutti gli effetti portavoce della Chiesa, pur tuttavia conservando, inevitabilmente, una sensibilità ed una retorica fedeli al loro retroterra culturale.

Ad ogni modo, è sempre Liggio a farci notare che l’origine di alcune comunità monastiche, basti pensare alle prime comunità nella provincia egizia, nascono come grandi raggruppamenti popolati da persone che lasciavano le loro fattorie per dirigersi verso le paludi del delta del Nilo, al fine di fuggire dagli esattori. Scrive a tal proposito Liggio. “La società romana del secondo e del terzo secolo era diventata una società che essenzialmente faceva di tutto per raccogliere le tasse”. Sappiamo anche che la società romana era estremamente militarizzata e che l’esercito finiva per assorbire necessariamente ingenti somme di denaro pubblico. Per il mantenimento dei soldati, dunque, l’intera popolazione fu assoggettata ad una pesante tassazione (anche quelli erano percepiti come “diritti acquisiti” e spese intoccabili). Le cronache dell’epoca registrano che si giunse al punto che il governo dovette assegnare alla classe dirigente – le persone ricche della società – il compito di raccogliere ogni anno grandi somme di denaro e, qualora non l’avessero fatto, sarebbe scattata un’odiosa punizione: la somma mancante sarebbe stata presa direttamente dal loro patrimonio. Qualora non avessero posseduto un patrimonio sufficiente a pagare il debito (l’impegno) contratto con il governo, le loro proprietà sarebbe state comunque espropriate ed avrebbero smesso di essere uomini liberi, potendo essere venduti come schiavi. Così si è sviluppato un grande ed impietoso sistema  per il prelievo fiscale e, parafrasando l’odierna battuta di Benedetto XVI: “nulla di nuovo sotto il sole”, nel contempo, le popolazioni hanno cominciato ad attrezzarsi per evitare di subire passivamente una simile crudeltà.

Quindi, fa notare Liggio, contrariamente a quanto sostengono le numerose vulgate che provengono dai teorici della teologia della liberazione, quando i Padri della Chiesa criticano i ricchi per l’esazioni, non si riferiscono ai ricchi in quanto tali, ma esattamente a coloro tra di essi che erano costretti dal governo a diventare esattori delle imposte e, per sopravvivere senza diventare schiavi, dovevano essere certi che nessuno potesse sottrarsi al pagamento delle tasse; si trattava di una questione di vita o di morte – di libertà o di schiavitù: “E così è sorto un sistema nel quale tutta la società è costruita intorno alla riscossione e all’evasione fiscale”. È interessante, a questo punto, evidenziare come un gran numero di persone, per evitare gli odiati esattori, decisero di lasciare le loro fattorie e le città nelle quali vivevano per trasferirsi nelle campagne, in territori selvaggi e malsani, inaccessibili al controllo asfissiante ed occhiuto del fisco. Sicché, dal momento che molte di queste persone erano fervidamente religiose, furono proprio loro a dar vita ad alcune delle prime comunità monastiche; comunità libere di persone che fuggivano dalle vessazioni fiscali.

Scrive Saviano, padre della Chiesa del V secolo, ne Il governo del mondo:

“Quali città, quali comuni e quali villaggi esistono in cui non ci sono tanti tiranni quanti gli esattori delle imposte? È probabile che essi si glorino del nome di tiranni perché hanno la parvenza di essere ritenuti potenti e degni d’onore. Esisterà mai un luogo, come ho detto, dove le viscere delle vedove e degli orfani non vengano divorate dai potenti della città, e con loro quasi tutti i Santi? Nel frattempo i poveri vengono saccheggiati, le vedove gemono, gli orfani sono soggiogati, e molti di loro – e non sono di nascita oscura e hanno ricevuto un’educazione liberale – si affidano ai barbari per timore di morire per il dolore della persecuzione pubblica. Essi cercano tra i barbari la dignità dei romani, perché non possono sopportare l’indegnità barbara tra i romani.”

Era l’epoca delle grandi invasioni barbariche, in forza delle quali le tribù barbare penetrarono fino al cuore dell’impero romano. Fa notare Liggio: “Uno degli aspetti sorprendenti di ciò è che essi erano accolti come liberatori da gran parte dei cittadini romani dal momento che essi non imponevano strutture fiscali, la soffocazione del commercio e della ricchezza, che erano imposte dell’amministrazione romana”. E continua Saviano:

“Essi abbandonano le loro abitazioni per timore di essere torturati proprio nelle loro stesse case. Cercano asilo per timore di patire le pene della tortura. Il nemico è più indulgente con loro rispetto agli esattori delle imposte. Questo è dimostrato proprio dal fatto che fuggono verso il nemico per sottrarsi a tutta la forza dell’imposizione di tasse opprimenti.”

Come si può notare il tema è scottante per la sua attualità politica e ricco di implicazioni teoriche, sia nel campo dell’economia sia in quello della teologia. Ad ogni modo, credo che si possa onestamente riconoscere come il riferimento ironico di Benedetto XVI ad un Padre della Chiesa del terzo secolo abbia il merito di evidenziare una realtà storica con profonde ricadute sull’azione politica. Si tratta di una realtà che, a partire dal dato meramente economico, invero, interessa la dimensione esistenziale più intima degli esseri umani, delle loro famiglie, del loro lavoro e delle loro imprese, finendo per interpellare le ragioni del loro essere e sentirsi liberalmente – più o meno – parte attiva e solidale all’interno di un qualsiasi corpo sociale. È un tema la cui urgenza è sotto gli occhi di tutti. Di questo, mi auguro, al di là dell’ironia, voglia prendere atto chi ha responsabilità politica: a qualsiasi livello, che sia al governo o all’apposizione. È in gioco nient’altro che la libera e pacifica coesione sociale del Paese!