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La nostra fede è il Papa, se ne facciano una ragione i progressisti nostrani

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Anche il raffinato vaticanista di Le Monde, Henri Tincq, che aveva dato migliori prove del suo rigore intellettuale agli esordi del pontificato di Benedetto XVI, cogliendone la dirompente carica teologica e spirituale, ha preso una cantonata: l’ultimo documento dottrinale redatto e pubblicato per mano del cardinale americano William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (cioè del Papa stesso), non produce alcuna ferita al dialogo ecumenico, semmai ne rafforza l’intensità di ricerca della piena verità. Peraltro, si tratta di materia già nota, sono postille alla Dominus Jesus, di fatto, e sul piano dottrinale quel famigerato “subsistit” era diventato materia di storia della teologia da molto tempo.

Quando l’ho studiata io,  negli anni novanta, era già questione considerata risolta e in ogni caso non meritevole di laceranti conflitti interni alle confessioni cristiane. Sul punto del tradizionalismo, infine, la questione muta di segno, ma non intacca la fluidità storica della risoluzione di questo nodo ecclesiologico. Nella Chiesa che si dice appunto “cattolica” – che significa appunto ”universale”, kath’olon, secondo l’intero – sussiste completamente la Chiesa di Cristo. Le altre sono comunità ecclesiali, realtà ben diverse, non “la” Chiesa in un’altra forma declinata. Poi, è naturalmente vero, ma ciò da sempre, che nelle comunità ecclesiali protestanti e ortodosse orientali sono presenti “elementi di verità e di santificazione”: ma già i Padri dicevano e il Concilio ripete che perfino la realtà mondana è piena di “Semina Verbi”, di semi e segni del Verbo di Dio. Ecco, dunque, il punto.

Melloni polemizza sempre a bella posta dalle colonne del magnifico potentato mediatico (un vero Papato mediatico-finanziario), facendo assurgere il ben noto e recentemente scomparso Alberigo al rango di gigante della storiografia cattolica del Novecento: fra il primo e il secondo c’è la differenza che intercorre fra un nano e un gigante. E stiamo parlando di Alberigo, dunque non certo di un gigante, ma casomai di un ideologo d’assalto di impianto dossettiano “riformato”. Dunque, la questione non si pone, se non che in termini ideologici e mediatici, eppure, a onor del vero, non possiamo trascurare anche quest’ultimo aspetto. Perché ogni corrente di reformatio Ecclesiae, dopo il Concilio, gigantesco evento mediatico e simbolico, oltre che ecclesiale in sé e per sé (da esso è nato il Sessantotto come retorica di rottura con l’establishment, essendo parte del medesimo, non dimentichiamolo), è stata inoltrata e sbandierata ai quattro venti dalla carta stampata, penso all’Espresso che pesca nel torbido dei peccati intra-ecclesiali e alla Repubblica che inventa cristianesimi vari a seconda dei momenti storici, con l’avallo di alcuni prelati di grido, a cominciare dal Card. Martini, un prezioso esempio di gesuitismo paradigmaticamente di segno gramsciano. Dunque, si badi, a suo modo, un grande nel genere.

E la teologia della liberazione? Pomposa semi-eresia pelagiana intinta di marxismo vulgato e mal digerito, già condannata dall’allora Card. Ratzinger, ed eretta a vessillo anti-cattolico-apostolico-romano dagli organi di stampa progressisti. Senza tener conto che i teologi della liberazione – come scrisse, al di fuori di ogni sospetto, Colletti negli anni ottanta – provenivano dagli ambienti accademici tedeschi e francesi, super-protetti e super-curiali, insomma un clericalismo “rosso” a prova di bomba. Tutti i clericali del Novecento e anche “post-moderni” sono tutti “de sinistra”, non ci piove. Il popolo va a Medjugorie, prega la Madonna, va a Messa, pure a quella in latino, non adora capire tutto, ma adora sperare in ciò che viene detto nella lingua della Chiesa, insomma, i progressisti clericali sono una genìa elitaria, e razzista nei confronti del popolo cattolico in quanto tale. Esso viene concepito come gli etnologi dell’Ottocento concepivano le tribù della Papuasia, gente con l’anello al naso e bisognose di paternalismo arbitrariamente anti-cattolico-romano. Le critiche al documento in questione sono ancora queste e sono sempre mosse dai soliti ignoranti progressisti, che sparano contro le ombre (percepite come) rosse, prima ancora di vedere il toro. It’s the same old story, come cantava mille anni fa quel tal cantautore (do you remember Cat Stevens?) in seguito convertitosi all’Islam (deve aver letto qualche trafiletto di Melloni tradotto per The Guardian). Una storia vecchia, ripetuta e oggi diventata farsa collettiva. Nessun progresso, neppure nelle critiche. Il flop globale del progressismo clericale. Il cosiddetto “nuovo” che arretra. Aveva ragione don Orione: la nostra fede è il Papa. Per dar ragione di ciò, basterebbe guardare chi, dall’altra parte, tenta sempre di impallinarlo. Eh, sì, la nostra fede è proprio il Papa. Ogni Papa. Questo Papa.

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5 COMMENTS

  1. Delle 5 piaghe della Chiesa
    Se non ricordo male, o male compresi, l’opinione del Rosmini (Le cinque piaghe della Chiesa) è che il CLERICALISMO è la radice delle piaghe della Chiesa del XIX secolo.
    Rosmini acutamente vide e condannò questa malattia, forse con Benedetto XVI abbiamo un pastore con egual spirito critico ma ben altro ruolo nella Chiesa.
    Ricordo vagamente una sua splendita stilettata contro la logorrea di documenti e riunioni che affligge ancora la Chiesa latina, ma con pochi risultati.

  2. Mitico B.XVI
    Le scelte, le parole e i gesti del Santo Padre Benedetto XVI sono una luce nei nostri cuori e nelle nostre menti. Lui ha una comprensione della Chiesa e del mondo di “lungo periodo”, di grandissimo respiro. Penso che solo tra alcuni anni ci renderemo conto della portata storica del motu proprio promulgato la settimana scorsa. Questo è un Papa che va ascoltato, un Papa da leggere, rileggere, meditare, prendere appunti, studiare e amare. L’ho visto ieri all’Angelus sulle Dolomiti, ho avuto questa impressione: caro Papa, più ti vedo pi

  3. La nostra fede è il Papa
    Ho letto l’articolo di R. Iannuzzi e francamente mi è sorto il dubbio che il Vangelo (o la Buona novella) di Gesù non siano più seguiti dai fedeli cattolici. Difatti Gesù viene ora sostituito da Ratzinger e il precetti di Gesù dai precetti di Ratzinger. Brutto segno, stando alle profezie bibliche e agli ammonimenti dello stesso Gesù e dei suoi apostoli. Speriamo solo che Gesù si decida una buona volta a tornare e a cacciare i vari idolatri i gli uomini che nei confronti dei propri simili si comportano da dei. Non se ne può più. Alcuni sacerdoti cattolici sostengono che il tempo della fine è vicino, basta solo avere un po’ di pazienza. Ma io ne dubito. Sono pessimista di natura, ma ne dubito: scacciato quello che questi sacerdoti (missionari) definiscono … Mi fermo qui, per l’amor di Dio.
    Un appunto: R. Iannuzzi scrive che la “nostra” fede è proprio il Papa. Ogni Papa. Questo Papa. Ma io mi chiedo: conosce la storia dei papi, dei vari nobili amanti del lusso, del potere, della lussuria diventati papi? Che Gesù lo perdoni.

  4. La nostra Fede è
    La Nostra Fede può essere solo in Dio Padre Onnipotente e nessuno al Mondo è più lontano da Dio di questo teutonico

  5. Il nostro deficit di modernità
    Ho letto l’articolo di Iannuzzi e mi ha colpito la sicumera, paludata (o meglio: infarinata) di “teologia”, con cui argomenta il suo “fideistico” papalismo: penso che lo stesso Benedetto XVI, a leggerlo, finirebbe per chiedersi se gli conviene essere difeso e sponsorizzato da opinionisti come lui.
    Ma è il commento, acriticamente entusiastico, che segue l’articolo di Iannuzzi inneggiando al “mitico” papa Ratzinger, che mi spinge a scrivere a mia volta in questo blog (che cos’è un papa che viene osannato come una rock star o come un campione sportivo? e cos’è un cattolico che “tratta” il papa in questi termini?).
    Sono prete e insegno teologia. Due giorni fa sono stato contattato da un’agenzia cattolica d’informazione, che ha sede a Roma: la persona che mi telefonava mi chiedeva un commento sugli incendi che stanno devastando, in quest’ultimo scorcio d’estate, il meridione d’Italia e la Grecia: mi chiedeva una “dichiarazione” dal punto di vista teologico e una riflessione dal punto di vista sociologico. A parte la vaghezza della richiesta, mi ha colpito proprio il fatto che una cosa del genere venisse chiesta a me, che sono prete e che insegno teologia. Ho risposto che preferivo non rilasciare alcuna dichiarazione, suggerendo che avrebbero più utilmente dovuto rivolgersi a qualche operatore della protezione civile, o a qualche pompiere specializzato o a qualche prefetto di qualche provincia siciliana, piuttosto che a un prete. Non mi risulta che la stessa agenzia abbia telefonato, nella regione in cui abito ed opero, a qualcuno dei miei confratelli o colleghi per chiedere commenti sul motu proprio riguardante (l’inopportuno) ritorno alla liturgia tridentina (non solo alla messa in latino, ma ad una sensibilità liturgica e a una concezione ecclesiologica ormai “datate”…): per problematiche più peculiarmente alla “portata” dei preti e degli studiosi di teologia nessuno si prende la briga di sentire il loro parere. Ieri, guardando il telegiornale insieme ad un anzianissimo frate cappuccino mio amico, ospite della casa di cui sono il responsabile, sento dapprima la notizia secondo cui la Commissione Europea chiede conto e ragione dell’esenzione Ici di cui godono alcune strutture ecclesiastiche in Italia; poi vedo le immagini del papa, che “condanna aspramente” (secondo il commento del giornalista) i piromani di questi giorni e che attraversa Piazza San Pietro con un cappello rosso, lezioso quanto pittoresco, bordato di fregi dorati. Sento contestualmente il commento del mio amico cappuccino, che non si cava mai fuori dal suo saio marrone, nemmeno quando rimane a casa per lunghi giorni a causa delle sue ormai tante infermità: “Siamo tra due fuochi”. Mi chiedo il senso di queste sue parole e parlando con lui mi rendo meglio conto che davvero da una parte il mondo cattolico e il diritto a vivere ecclesialmente da cristiani oggi, in Europa e in Italia, sono minacciati da un’ondata violenta di anticristianesimo (solo in alcuni casi si potrebbe dire semplicemente: anticlericalismo), che, per es., si esprime quando incoraggia a perpetrare di nuovo i furti “legali” e massonici già operati nell’Italia unita dal 1866 in poi: costringere tre frati cappuccini a pagare ingenti tasse a causa del fatto che molto esteso è il loro convento (ancorché per metà fatiscente e per metà espropriato dallo Stato sabaudo, affidato ora alla Regione e da questa tenuto chiuso a deteriorarsi per decenni e decenni), significa volerli costringere a chiudere “bottega”, a mandarli in un anonimo appartamento, in un piccolo condominio, per far perdere loro (e a tutti gli altri religiosi o “ecclesiastici” come loro, a suore, a monache contemplative, a parroci impegnati nei loro oratori, a seminari e a case di formazione religiosa) ogni benché minima visibilità nelle nostre città, nell’odierna società. Questa ulteriore secolarizzazione e “laicizzazione” del nostro mondo vogliono -in fondo in fondo- la Bonino o chi fomenta le inchieste “europee” come quella dell’Ici per la Chiesa italiana. Ma dall’altra parte c’è un cardinale segretario di Stato Vaticano che, qualche giorno prima dell’inchiesta sull’Ici, improvvidamente tuona al meeting di Rimini sulla questione fiscale e sul problema delle tasse e degli evasori… A ruota c’è il papa in persona che parla niente poco di meno che di piromani, mentre si prepara a uscire col suo bel cappello rosso rispolverato negli armadi delle rimanenze dell’atelier Gammarelli… Lo stesso papa che, a inizio d’estate, aveva ufficializzato e legittimato le rivendicazioni dei trazionalisti che non hanno capito o che non hanno mai conosciuto lo spirito novatore del Vaticano II e della sua riforma liturgica. Le “uscite” di Bertone o di Benedetto XVI sono, precisamente, l'”altro fuoco” (il “fuoco amico”) da cui siamo oggi accerchiati noi cattolici, secondo l’intuizione del mio anziano amico cappuccino. Quelle “uscite” di pastori che intervengono su cose che non hanno granché di “pastorale” e che perciò fanno la figura importuna degli opinionisti tuttologi e dei “normali” politici nostrani, palesano il deficit di “modernità” di cui soffre parte della Chiesa d’oggi: l’incapacità a stare bene nel tempo in cui viviamo, ad assumere seriamente e dolorosamente la storia in cui siamo. Vestiti col cappello rosso e con un vecchio messale sotto braccio, corriamo il rischio di passare per delle macchiette, per degli orpelli inutili, di cui il mondo d’oggi non sente affatto bisogno: ha il bisogno di salvezza (non potrebbe non averlo), anche se spesso non lo avverte più, non lo tematizza correttamente; ma sa pure che la salvezza non sta nel cappello rosso e nel vecchio messale: e, allora, decide di disfarsi degli orpelli e pur di riuscirvi gioca ogni carta, anche qualche sporco asso nascosto nella manica dei bari, mentre noi -nostalgici del latino- non riusciamo più ad invitarlo a dialogare davvero su cose importanti che solo noi cristiani possiamo e dobbiamo dirgli, con la franchezza e l’umiltà degli annunciatori di Vangelo.

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