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L’addio di Fioramonti: ultimo capitolo della dissolvenza 5 Stelle

Le dimissioni di Lorenzo Fioramonti dal Ministero dell’Istruzione hanno senza ombra di dubbio catalizzato l’attenzione della politica nella settimana natalizia appena conclusa. Fioramonti, noto per i suoi strafalcioni e le sue boutade (dalla tassa sulle merendine al plauso verso lo sciopero degli studenti per il clima, passando per l’ipotesi di rimuovere il crocifisso dalle aule e per gli insulti a Berlusconi, Santanchè e Giuliano Ferrara), ha lasciato con un colpo di teatro il suo incarico di Governo motivando la scelta con la mancanza di fondi al suo Ministero.

In realtà le dimissioni di Fioramonti rappresentano evidentemente solo l’ultimo tassello della dissolvenza 5 Stelle. Obiettivo dell’ex ministro sarebbe infatti quello di formare un gruppo di parlamentari pentastellati direttamente legati al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e a una sua eventuale lista di appoggio al Pd alle prossime elezioni. Fioramonti si unisce così alla schiera dei 5 Stelle che negli ultimi mesi hanno deciso di lasciare il Movimento per aderire alla galassia Pd (alle Regionali in Emilia Romagna alcuni leader storici si sono candidati addirittura coi Dem) o per salire sul Carroccio della Lega.

Una fuga continua e incessante quella dei pentastellati che rende la posizione del capo politico del Movimento Luigi Di Maio quasi caricaturale: comandante di una nave che di fatto non esiste più ma che, nonostante questo, con un timone di cartapesta in mano, si ostina a gettare strali a coloro che con scialuppe di fortuna cercano strade politiche diverse. Perchè l’atteggiamento verso coloro che se ne vanno è sempre lo stesso: una condanna senza se e senza ma e un richiamo al tradimento delle regole ataviche del Movimento 5 Stelle. Il problema è che queste regole ormai non vengono rispettate neppure da chi nei 5 Stelle continua a militare, come osservato con forza recentemente da Gianluigi Paragone. L’accusa che viene mossa a Fioramonti dai vertici del partito di Grillo è il non aver restituito tutto il dovuto come da statuto del Movimento? Può essere, ma le rendicontazioni ormai sono qualcosa di volontario e affidato al buon cuore dei singoli eletti. Come dimostra appunto l’elenco di nomi e cognomi dei parlamentari grillini fatto dallo stesso Paragone.

Insomma la differenza tra chi se ne va e chi resta nel Movimento ormai è solo legata alla convenienza che il singolo ha al momento. Se la scialuppa per andarsene appare abbastanza solida si parte, se no si resta accanto a Di Maio fingendo di credere che il timone che egli stringe tra le mani non sia solo una illusione. E gli ideali? Il Parlamento da aprire come una scatoletta? Il grido onestà? A tutto il vecchio armamentario ovviamente ormai non crede più nessuno.

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