Le Banche Popolari non si cambiano per decreto
20 Gennaio 2015
di Redazione
Fuoco di sbarramento del Nuovo Centrodestra sull’approvazione per decreto in Consiglio dei ministri della riforma delle banche popolari, le più grandi, che entro 18 mesi dovranno trasformarsi in società per azioni. Non perché sia impossibile un aggiornamento o introdurre delle novità nella disciplina che regola il settore, considerando anche il contesto economico generale, ma per il modo in cui si sta cercando di farlo, con un decreto legge, un’urgenza immotivata, che rischia di provocare uno strappo nel tradizionale ruolo svolto dalle popolari nel nostro Paese, e che non tiene conto di altre proposte ispirate a un maggior equilibrio rispetto agli interessi in gioco.
Numerosi gli esponenti di Area Popolare (Ncd-Udc) a intervenire contro la decisione di procedere per decreto, mentre si sottolinea all’unisono il valore delle popolari per il territorio, la grandissima importanza che questi istituti hanno sempre rivestito nel sostegno alle piccole e medie imprese, al mondo degli artigiani, dei commercianti, dei liberi professionisti e delle famiglie. "Proprio per questo, a scatola chiusa, non siamo disponibili a votare provvedimenti volti a tutelare la grande finanza a discapito delle piccole realtà economiche", ha commentato la capogruppo alla Camera, Nunzia De Girolamo, ricordando la lettera inviata nei giorni scorsi al premier Renzi da Area Popolare.
"A nome del gruppo," ha detto Girolamo, "ricordo al ministro Padoan che, prima della scadenza dei 18 mesi necessari per trasformare le banche popolari in Spa, ci sono i 60 giorni per convertire il decreto in legge. Lo aspettiamo in Parlamento a braccia aperte". In giornata la portavoce di Ncd, Barbara Saltamartini, aveva messo in guardia da "una iniziativa che, sia nel metodo sia nel merito, fa acqua da tutte le parti", chiedendo all’esecutivo di "evitare un ulteriore autogol" destinato a "incrinare ancora di più il rapporto con la parte sana del Paese".
Secondo il capogruppo Ncd in commissione bilancio alla Camera, Paolo Tancredi, l’idea del decreto è "assolutamente irragionevole" mentre si potrebbe procedere anche in tempi brevi usando lo strumento del disegno di legge. "Si eviti di distruggere con un colpo di accetta un mondo che è stata la spina dorsale del credito, dalle pmi agli artigiani e ai professionisti", dice Tancredi. "Riformiamo insieme questo settore, superando il nanismo con accorpamenti e aggregazioni e studiando regole più oggettive e moderne della governance, ma consapevoli del fatto che comunque le banche popolari e del credito cooperativo rimangono una preziosa risorsa per il paese"-
Per Federica Chiavaroli, vicepresidente del gruppo di Area Popolare al Senato, " è necessario operare con calma e senza provvedimenti frettolosi, che potrebbero risultare penalizzanti. In un momento in cui la nostra economia continua a stentare dobbiamo valorizzare le risorse di cui disponiamo. E le banche popolari sono tali per aver saputo svolgere in momenti di difficile congiuntura economica una preziosa attività". No a "interventi d’impeto", dunque, ma "una seria e ragionata riforma che esalti il sistema delle banche popolari".
"Le banche popolari non vanno né snaturate né messe nelle condizioni di essere ‘depredate’", spiega l’onorevole Pagano, che siede in commissione Finanze alla Camera. "La validità del modello banca popolare è fuori discussione. Si tratta di istituti ai primi posti nelle classifiche sia sull’utile quanto sul risultato netto dell’attività finanziaria. E questo nonostante i continui colpi subiti dall’economia italiana e internazionale in questi anni, come la crisi finanziaria, la crisi dei debiti sovrani, doppia recessione. Non si commetta quindi l’errore di penalizzare questo efficiente sistema creditizio italiano", la conclusione.
