Lo Yemen è uno stato in fallimento ma non solo per colpa di Al Qaeda

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Lo Yemen è uno stato in fallimento ma non solo per colpa di Al Qaeda

17 Settembre 2009

E’ da alcuni mesi, con il culmine verso la fine di agosto, che i giornali stranieri riportano di veri e propri scontri nello Yemen, gia teatro di più di una guerra civile. Attualmente il governo centrale, a maggioranza sunnita, del presidente Saleh deve affrontare allo stesso tempo ben tre movimenti insurrezionali che agiscono ad intermittenza: una guerra civile a nord, un movimento separatista al sud e gruppi rivoluzionari sciti nel nord est, nel governatorato di Saada, che non disdegnano azioni terroristiche, ma sono presenti anche infiltrazioni terroristiche da parte di al Qaida che allarmano e non poco gli osservatori americani. E’ proprio con il movimento scita che stanno avvenendo gli scontri a fuoco che hanno visto anche l’impiego dell’artiglieria e dell’aviazione e hanno già causato più di cento morti e qualcosa come 100 mila sfollati.

La rivolta scita, iniziata nel 2004, è contraddistinta da un misto di motivi tra loro inestricabili che coinvolgono motivi religiosi – apparentemente quelli più forti: gli sciti infatti vorrebbero la riapplicazione della legge islamica abolita con la rivoluzione del 1962 – rivalità tra clan, tribù e inimicizie regionali tra lo scita Iran e la sunnita e wahbita Arabia. Lo scontro tra le due potenze regionali ha i suoi fondamenti cause religiose e di supremazia regionale: fin dalla nascita della Repubblica Rivoluzionaria dell’Iran, la conflittualità è esplosa a causa del tentativo di Khomeini di prendere la guida non solo degli sciti, ma di tutti i mussulmani accusando i regnanti sauditi di essere dei monarchi apostati, mentre l’Iran avanzava contro l’Arabia richieste territoriali.

Il conflitto si è inasprito con il passare del tempo; Rihad ha letto la caduta di Saddam e la costruzione del primo stato arabo scita in Iraq come un semplice agente della Persia, ma è con le conseguenze dell’11 settembre, con la fine dell’asse sunnita saudita pakistano e talebano stretto intorno al regime degli ayatollah, che le preoccupazioni sono aumentate fino ad arrivare al parossismo alla minacciosa notizia, ormai quasi realtà, della costruzione dell’arma nucleare iraniana. L’Iran degli ayatollah fin da subito ha infatti portato avanti una politica estera che si basava su due colonne, l’esportazione della rivoluzione, sia in termini religiosi che militari, all’estero che la ricerca della supremazia militare nella regione, giocando per di più sulla scena internazionale su due registri, ora quello retorico delle parole roboanti, ora utilizzando un approccio più pragmatico.

Non stupisce allora sapere che lo Yemen sia diventato il crocevia dove le contraddizioni  del Medio Oriente si incontrano; qui troviamo l’Iran  che rifornisce di armi, soldi e istruttori i gruppi sciti, l’Arabia che appoggia il governo centrale e Al Qaida che invece utilizza il paese, a causa del caos, come santuario e in rinforzo ai movimenti indipendentisti sunniti. Sarebbe però un errore a questo punto pensare, come spesso è stato fatto riguardo all’Iraq e anche all’Afghanistan, che sia possibile venire a capo dei pervasivi nodi riducendo tutti i conflitti ad un conflitto religioso. Gli antichi network tribali, che spesso sono interconfessionali come in Iraq e internazionali, rimangono infatti una delle forze più potenti in Yemen e in tutto il Medio Oriente; citando un diplomatico egiziano, “le nazioni arabe sono tribù in armi”.

L’organizzazione tribale è infatti precedente le nazioni e attraversa gli inventati e porosi confini post coloniali, esisteva prima dell’Islam, è più vecchia quindi dell’industria del petrolio e degli stati europei. Le tribù insomma costituiscono le più vecchie, e forse più forti, forze sociali del Medio Oriente. Invece che sparire con l’avvento della modernità, il loro ruolo è andato rafforzandosi a causa dell’indebolirsi dei governi centrali, delle guerre civili, della globalizzazione che si è portata dietro la conseguente crisi d’identità derivata dallo scontro tra modernità e tradizione. Ma lo stato yemenita è debole, povero, incapace di rendersi indipendente economicamente e collocato in una zona strategica fondamentale nel Mar Rosso a controllo di una delle porte del canale di Suez. Il rischio è che diventi un nuovo stato fallito seguendo le sorti della dirimpettaia  Somalia, in mano al crimine organizzato, ai pirati, base sicura di Al Qaida e tetro di un duro confronto per interposta persona tra Arabia e Iran.