Sinistra in cerca di identità

Lotte tra correnti e caos, quel Pd che vuole sfiduciare Salvini ma in realtà lo rafforza

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Qualche mese fa, in concomitanza con l’elezione di Nicola Zingaretti a segretario del PD, all’interno delle stanze del Nazareno si respirava un’aria tutto sommato tranquilla: l’ottimismo verso un’era post renziana guidata da un uomo di grande esperienza era tangibile e il risultato conseguito ai danni dei Cinque Stelle alle elezioni Europee sembrava giustificarlo.

Ma la tregua – se mai ci fosse realmente stata – è durata poco per via del ritorno sulla scena nazionale di Matteo Renzi. Infatti il toscano ha creato non pochi malumori nell’attuale segreteria attaccando dapprima alcuni suoi illustri compagni di partito come Marco Minniti (per la gestione dei flussi migratori durante il periodo in cui era Ministro dell’Interno) e l’attuale presidente dei Democratici Paolo Gentiloni (reo secondo Renzi di non aver avuto abbastanza coraggio nel far approvare la legge sullo Ius Soli) e, in seguito, iscrivendosi a parlare nella discussione seguita all’intervento tenuto al Senato sul Russiagate dal Premier Giuseppe Conte – possibilità poi negatagli proprio dalla dirigenza. Per non parlare della vicenda delle ultime ore che ha visto Renzi organizzare una raccolta firme alternativa – poi stoppata – a quella della segreteria per chiedere le dimissioni di Salvini.

Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso in casa Dem, però, sono state altre: una è quella che ha portato Sandro Gozi a diventare responsabile agli Affari Europei del governo francese (ne abbiamo parlato qui), l’altra è stata la visita in carcere di Ivan Scalfarotto ai due ragazzi americani accusati dell’omicidio del brigadiere Mario Cerciello Rega (clicca qui). Se dalle altre forze politiche sono arrivate delle scontate reazioni in merito a queste due vicende, sono state le dichiarazioni di alcuni esponenti del PD a rappresentare plasticamente le crepe apertesi nel principale partito della sinistra italiana. In particolar modo, hanno fatto parecchio rumore le parole di Carlo Calenda che non ha mancato di criticare sia Gozi che Scalfarotto (“Si lavora con la Francia, non per la Francia”; “Con quella visita si è dimostrato di non avere fiducia nei Carabinieri”) arrivando addirittura ad affermare che con queste iniziative si sono toccate “vette di stupidità mai conquistate prima nella politica contemporanea”. Parole dure, seguite da quelle di Zingaretti che si è affrettato a rendere noto come la visita di Scalfarotto fosse esclusivamente a titolo personale, e non del PD.

Insomma, un vero e proprio tutti contro tutti. D’altronde da anni il Partito Democratico sembra davvero lacerato al suo interno dalla lotta tra un’ala “liberal” – guidata da Renzi – che guarda con molto favore alle lotte intraprese dai Democratici americani su argomenti quali globalizzazione, immigrazione e diritti civili (non a caso Gozi e Scalfarotto fanno parte di questa componente) e un’ala più “conservatrice” legata all’esperienza del centrosinistra di stampo ulivista (Zingaretti, Gentiloni e Franceschini sono solo alcuni dei membri di quest’area). Tutto questo determina la mancanza di una linea comune su moltissimi temi, non consentendo così alla principale forza d’opposizione di elevarsi al rango di vera alternativa al modello salviniano che, paradossalmente, risulta essere sempre più rafforzato da queste diatribe.

Ma l’impressione è che la madre delle discordie debba ancora manifestarsi e sarà quella riguardante la possibilità di allearsi o meno con il Movimento Cinque Stelle: su questo punto molti esponenti sono stati chiari, paventando la possibilità di scissione in caso di accordo con i grillini mentre altri, come Franceschini, vedrebbero di buon occhio un accordo con i pentastellati per costituire un fronte anti – leghista.

Insomma, l’impressione è che per Nicola Zingaretti i mal di testa, nei prossimi mesi, saranno molti e prolungati.

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