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Osservazioni al margine dell’intervento di S.S. Benedetto XVI, Convegno di Verona

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L’intervento del S.Padre al Convegno di Verona il 19 Ottobre 2006 contiene, tra i tanti, alcuni messaggi di grande rilievo per il sistema economico e per i soggetti che in esso operano. Mi permetto di evidenziare quattro passaggi specifici, senza pretesa di essere esaustivo.

I - Il S. Padre ribadisce il rischio derivante “dallo squilibrio tra la crescita tanto rapida del nostro potere tecnico e la crescita ben più faticosa delle nostre risorse morali” e sottolinea quanto importante sia l’educazione della persona.

Ritengo opportuno che nella categoria del potere tecnico, cui per esigenza di sintesi fa riferimento il S. Padre, debba essere incluso anche il potere economico, ovvero il potere esercitato su uomini e cose da imprese per la produzione di beni e servizi. Del resto già nel 1986 l’allora Cardinale Ratzinger così si esprimeva su questo tema: “oggi abbiamo bisogno del massimo di conoscenza economica specializzata, ma anche del massimo di ethos affinché quest’ultima possa essere al servizio dei giusti” .

L’importanza della dimensione etica nel mondo degli affari è accresciuta da alcune tendenze di lungo periodo che caratterizzano l’economia di mercato. Innanzitutto il crescente ricorso da parte delle famiglie – soggetti strutturalmente “deboli” - a servirsi di intermediari finanziari - soggetti “forti” - a cui affidare, sulla base di un rapporto di “fiducia” la custodia e la gestione dei propri risparmi e/o l’approvvigionamento di risorse per finanziare investimenti o consumi. Una seconda tendenza in atto è costituita dal peso crescente dei lavoratori dipendenti rispetto ai lavoratori autonomi, da cui discende che una percentuale sempre maggiore di persone e di famiglie vede dipendere il proprio reddito e il proprio benessere dall’andamento dell’impresa per cui lavora. Una terza tendenza è la crescita dimensionale delle imprese in seguito ai processi di aggregazione determinati dalla ricerca di economie di scala. Il sistema produttivo dei paesi industriali e di quelli in rapida industrializzazione registra la presenza di imprese di dimensioni assai rilevanti; è cosa nota che il fatturato di molte aziende sopravanza la quantità di ricchezza prodotta annualmente da numerosi paesi del globo. Le scelte aziendali si riverberano su molteplici categorie di soggetti, i così detti stakeholders: azionisti, dipendenti, fornitori, clienti, comunità territoriali in cui sono localizzati l’alta dirigenza e gli impianti produttivi. Le politiche aziendali sovente travalicano i confini nazionali; spaziano attraverso regioni e continenti. In tali imprese, nella maggior parte dei casi, la proprietà è diffusa e frazionata tra una molteplicità di soggetti. La gestione è affidata a manager distinti dalla proprietà. L’azienda si sviluppa e cresce in maniera impersonale, slegata cioè dall’imprenditore/fondatore.

In questo contesto è evidente che la tempra morale degli uomini cui è affidata la conduzione di tali imprese e l’insieme dei valori condivisi dalla compagine aziendale, la così detta cultura di impresa, sono essenziali perché tali giganti nel loro operare concorrano alla crescita del benessere materiale e immateriale degli stakeholders. Ciò vale in generale per tutte le imprese di qualsivoglia dimensione, anche le più piccole, nella misura in cui da esse dipende il benessere di una molteplicità di soggetti. Riprendendo l’auspicio del Pontefici relativo all’esigenza educativa, occorre in altre parole che l’attività di impresa sia caratterizzata da un adeguato standard morale affinché il potere tecnico in essa concentrato venga volto al perseguimento del bene comune.

II - Il S. Padre richiama l’utilizzo degli strumenti scientifici “per potere operare con la natura e mettere al nostro servizio le sue immense energie”.

L’espressione citata mette due importanti paletti al rapporto tra l’uomo e il creato. Innanzitutto viene ribadito il primato dell’uomo sulla natura. Viene sgombrato il campo dai miti neo-pagani di ecologisti e seguaci della new age che fanno dell’ambiente una sorta di divinità e sostengono, contrariamente alla tradizione giudaica e cristiana, un ossequio per l’ambiente che si antepone all’ossequio per il creatore. Riafferma, in buona sostanza, il concetto che l’uomo, con la sua intelligenza, il suo spirito di intrapresa, la sua creatività costituisce la risorsa fondamentale per lo sviluppo e la crescita del benessere. Julian Simon, il grande economista deceduto nel 1998, nel suo fondamentale saggio The Ultimate Resource, in cui confutava molti dei dogmi ecologisti della nostra epoca, affermava con grande efficacia che “ gli esseri umani, non sono bocche da sfamare, bensì sono menti creative che aiutano a individuare soluzioni ai problemi dell’umanità, consentendo di migliorare la qualità della vita” . A sostegno della tesi che l’aumento della popolazione sulla terra si è accompagnato con un miglioramento del benessere collettivo, egli soleva citare lo straordinario calo della mortalità infantile e l’allungamento della vita: l’aspettativa di vita media - il bene più ambito, più prezioso, più lussuoso di ogni individuo - si è innalzata nei paesi industriali da meno di 40 anni nel 1820 a 77 nell’ultimo decennio del XX secolo; nel complesso dei paesi in via di sviluppo era di meno di 40 anni, supera oggi i 60 anni .

Inoltre nel riaffermare che occorre operare “con” la natura significa riconoscere che vi sono limiti a quanto l’uomo nella sua tremenda potenzialità possa fare o tentare di fare. Andare “contro” natura per violarne e leggi è cosa immorale oltre che lesiva e dannosa. Significa anche che all’uomo è affidato il compito di continuare e integrare l’opera della creazione divina e di non opporsi ad essa. Significa altresì che il lavoro, le attività manuali in generale, assumono un ruolo rilevante nel completare l’opera della creazione. Ne risulta esaltata l’alta dignità del lavoro umano.

III – Il S. Padre invita a “fronteggiare scelte politiche e legislative che contraddicano principi antropologici e etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e alla promozione della famiglia fondata sul matrimonio”.

La difesa della vita e della famiglia dalle ingerenze dello Stato é battaglia di libertà su cui ritengo possano e debbano convergere liberali e cattolici. Mi preme qui ricordare l’apprezzamento incondizionato che l’economista austriaco F. Von Hayek, campione del pensiero liberale, riserva all’istituto della famiglia che nella sua visione costituisce, unitamente alla proprietà privata, uno strumento essenziale sia per la salvaguardia della libertà dell’individuo, sia per la crescita del suo benessere. Per Von Hayek i destini della società liberale sono in ampia misura legati a quelli delle famiglie e comunità intermedie e alla loro capacità di fronteggiare l’imporsi di uno Stato che cerca di togliere spazio alle associazioni volontarie e indipendenti. Una società di persone sole e misantrope, per l’economista austriaco, difficilmente potrebbe preservare le proprie libertà fondamentali . C’è, in altre parole, nel pensiero dell’economista austriaco un forte richiamo al ruolo dei corpi intermedi e al principio di sussidiarietà, coerente con gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

IV – Nel messaggio il S. Padre ribadisce “ la gravità del rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà”.

Al riguardo sottolineo che il sistema produttivo dell’economia di libero mercato, si incardina nella cultura religiosa giudaico-cristiana. Sulle origini tardo medioevali dei principi dell’economia di mercato si tenga presente il contributo di W. Sombart sulle fonti dello spirito capitalistico, che esalta il ruolo dei moralisti cattolici, o i pensatori di scuola liberale, come la Marjorie Griece – Hutchinson, allieva di Von Hayek, che per prima indicò nei teologi neoscolastici della scuola di Salamanca i precursori teorici dell’economia di mercato. Tesi avallata anche da A. Schumpeter e da M. Rothbard che identifica negli scolastici non semplicemente gli anticipatori di uno generico spirito capitalistico (in contrapposizione a M. Weber) ma i precursori delle teorie economiche poi sviluppate dalla Scuola marginalista austriaca .

Un’ ulteriore descrizione del contributo fornito dai valori giudaico cristiani allo sviluppo dell’economia capitalista è fornito da David Landes, professore emerito di economia alla Harvard University. In un recente saggio, nell’analizzare i motivi del più rapido sviluppo dell’economia europea rispetto a quella della Cina a partire dal XIII secolo - nonostante lo straordinario patrimonio di conoscenze scientifiche di cui disponeva l’impero cinese -Landes identifica, oltre alla diffusa tutela dei diritti di proprietà, diverse ulteriori fattori di natura culturale-religiosa specifici della tradizione giudaico-cristiana . Innanzitutto, il rispetto per il lavoro manuale, esemplificato dall’invito di Dio a Noè a porsi in salvo costruendo un’arca per l’occorrenza. Un secondo fattore è costituito dal subordinazione della natura all’uomo elemento essenziale della cultura biblica. Infine egli cita, quale rilevante fattore di sviluppo, la concezione giudaico-cristiana della linearità del tempo, visto come movimento di progresso%2C contrapposta alla visione ciclica delle società orientali. Tutti i suddetti elementi erano patrimonio della Chiesa cristiana, in particolare dell’attività monacale, che egli definisce custode della conoscenza e scuola di tecnologia.

Salvatore Rebecchini è Presidente della Cassa Depositi e prestiti.

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