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Per Scola la scienza senza etica si arrende al nichilismo

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E’ facile immaginare l’insofferenza con la quale alcuni (speriamo non molti) scienziati avranno reagito al discorso che il Patriarca di Venezia ha tenuto, come ogni anno, in occasione della festa del Redentore. I più benevoli avranno pensato che è singolare l’attenzione rivolta da un prelato alla scienza e più in particolare alle neuroscienze e troveranno qualche difficoltà a inquadrarla in quella cura delle anime, che dovrebbe ovviamente essere il compito preminente di un pastore. Altri riterranno invece che questo discorso si inquadra in una strategia di attacco alla ricerca scientifica che la Chiesa italiana avrebbe attivato da tempo. Di qui, il passo ad affermare che si tratta non solo di un discorso epistemologicamente vano, ma politicamente inaccettabile può essere brevissimo. Una breve riflessione al riguardo, quindi, si impone.

Di che cosa propriamente ha parlato il Card. Scola? Di scienza, evidentemente. Ma parlando di scienza, ha parlato nello stesso tempo dell’uomo e della sua anima. E’ evidente che in questo discorso viene istituito un nodo strettissimo tra l’antropologia e la comprensione scientifica del mondo, senza ridurre la prima alla seconda. Per alcuni (speriamo non molti) scienziati riconoscere questo nodo è metodologicamente inammissibile: ne andrebbe della scienza stessa. Per un pastore come Scola, però, è esattamente il contrario: se lo si nega, non solo si fa violenza alla ragione (che è dimensione ben più ampia e complessa di come gli scienziati non tendano a presentarla), ma si fa violenza allo stesso annuncio cristiano. Non che questo annuncio abbia contenuti materialmente scientifici (solo qualche ingenuo lettore fondamentalista della Bibbia può crederlo); ma è un annuncio che contiene intrinsecamente il messaggio per l’uomo di aprirsi fiduciosamente alla comprensione del mondo. Il mondo infatti è buono (perché creato da un Dio buono), è conoscibile (perché Dio, in quanto buono, non ha creato un mondo esoterico ed occulto), è affidato alla responsabilità dell’uomo come suo ambito di vita. Chi conosce un po’ di filosofia cristiana, comprende benissimo perché la tradizione cattolica abbia reagito duramente alla distruzione luterana della categoria della “legge naturale”: se questa legge non esiste o se comunque non è attingibile da parte dell’uomo, non può che essere vano ogni tentativo per l’uomo stesso di rapportarsi positivamente al mondo in cui vive e a tutte le scienze che lo analizzano e lo studiano. Di qui l’essenziale indifferenza del protestantesimo nei confronti dei problemi epistemologici che più inquietano l’uomo d’oggi e nei confronti delle loro ricadute in ambito morale (si pensi in particolare alla bioetica); di qui –all’opposto- il lavorare della Chiesa cattolica in questo ambito, non per dettare estrinseci imperativi agli scienziati, ma per ricordare continuamente loro che lo sguardo della scienza è circoscritto e non può pretendere di negare né l’esigenza di uno sguardo globale (come quello dell’antropologia filosofica e teologica) né l’autenticità e il rilievo epistemologico di questa esigenza.

Ne segue che nel momento in cui il Card.  Scola accoglie la sfida delle neuroscienze, nel momento in cui insiste nel mostrare la differenza di principio che esiste tra l’anima e il cervello, opera non solo a nome –per dir così- della fede cristiana, ma della comune ragione umana. Dove “comune” non sta ad indicare la ragione degli uomini semplici (peraltro rispettabilissima!), quanto piuttosto la capacità accomunante della ragione di tenere insieme tutti gli interrogativi che l’uomo –da sempre- si è posto su se stesso, sul mondo in cui vive, sull’universo e sul suo senso. La domanda: ma io chi sono?, la domanda che secondo Comte (e secondo tanti scientisti) non si dovrebbe mai porre, Scola la ripropone con forza all’inizio del suo discorso, come la domanda epistemologica fondamentale. Se infatti la si rifiuta, si restringono indebitamente gli orizzonti del conoscibile (e soprattutto si arriva a negare la conoscibilità etica del mondo) e si giunge ad una sorta di inevitabile resa aprioristica dell’intelletto umano nei confronti della complessità della realtà. E quando l’intelletto abdica dalle sue funzioni, il vuoto che ne risulta viene prima o poi colmato dalle istanze della volontà: se non posso conoscere eticamente il mondo, posso infatti pur sempre volerlo modificare a mio piacimento, per assecondare i miei interessi; tutto dipende dalla forza che ho e che voglio usare, nella certezza della insindacabilità delle mie volizioni (se si vuole, questo è l’orizzonte del nichilismo, nei cui confronti nessun appello ai meriti conoscitivi della scienza potrà mai avere consistenza).  Ben diversi gli esiti, se, invece di rimuoverla, si accetta fino in fondo la portata della domanda fondamentale: ma io chi sono? Non basta, naturalmente, porsi questa domanda per giungere a possedere una chiave magicamente in grado di aprire tutte le porte o di fornirci una risposta convincente a tutti i nostri interrogativi: chi se la pone, si pone però nella condizione di rapportarsi al mondo come soggetto. Qui si racchiude il nocciolo duro della dignità della persona, dignità –ancora una volta!- che i cristiani non rivendicano per se stessi, ma per tutti gli uomini e nella stessa misura per tutti. Leggendo il testo del Cardinale, percepiamo come il tema della dignità, che poteva apparire scontato, fino a qualche tempo fa, oggi va invece rivendicato pazientemente, non come un apriori spiritualistico o religioso, ma come il portato necessario di una conoscenza adeguata del mondo. E’ per questo che si può dire che l’ispirazione che sorregge il discorso per la Festa del Redentore è antropologica perché è evangelica (e viceversa) e che, con questo discorso, il Cardinale ci ha dato un esempio chiarissimo di cosa intendesse davvero Kierkegaard, quando parlava di esercizio del cristianesimo.

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