Home News Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 14 e 15

Il libro

Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 14 e 15

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Introduzione

Capitoli 2 e 3

Capitoli 4 e 5

Capitoli 6 e 7

Capitoli 8 e 9

Capitoli 10 e 11

Capitolo 12 e 13

Capitolo 14

Nella storia dell’Italia, gli avvenimenti della fine del secolo decimottavo somiglian quelli della fine del secolo decimoquinto. In ambedue le epoche gli stessi avvenimenti furon prodotti dalle stesse cagioni e seguiti dai medesimi effetti. In amendue le epoche il Regno fu perduto per opera di picciolissime forze inimiche: nel decimoquinto secolo, i partiti che dividevano il Regno vi attirarono la guerra; nel decimottavo, la guerra e la disfatta vi suscitarono i partiti: in quello, il re avea tentato tutt’i mezzi per evitar la guerra; in questo, tutti li avea messi in opera per suscitarla: lo scoraggiamento, dopo la disfatta, eguale e nel re aragonese e nel borbonico; ma prima della guerra questi ha dimostrato coraggio maggiore di quello. In ambedue le epoche però il Regno fu perduto quando il fatto posteriore ha dimostrato che era facile il conservarlo, poiché è impossibile credere che non si avesse potuto facilmente conservare quel Regno, che, anche dopo la perdita fattane, si è potuto tanto facilmente ricuperare. In ambedue le epoche ha preceduta la perdita del Regno una vicendevole e funesta diffidenza tra il re ed i popoli, non irragionevole nell’epoca degli Aragonesi, priva però di ogni ragione ne’ tempi nostri. Ferdinando di Aragona avea trattati crudelmente i baroni, i quali avean tramata una congiura e guerreggiata una guerra civile; Vanni avea punita una congiura che ancora non si era tramata ed il pensiero di una ribellione che non si poteva eseguire. In amendue le epoche alla difesa del Regno è mancata l’energia piuttosto ne’ consigli del re che nelle azioni de’ popoli. Finalmente in ambedue le epoche il Regno è stato abbandonato dai vincitori, perché costretti a ritirar le loro forze nell’Italia superiore.

Io vorrei che, ogni qual volta succede un simile avvenimento, si rileggesse la seguente, non saprei dir se dottrina o profezia di Macchiavelli: «Credevano — dice egli — i nostri principi italiani, prima che essi assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che ai princípi bastasse sapere negli scritti pensare una cauta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, saper tessere una fraude, ornarsi di gemme e di oro, dormire e mangiare con maggior splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi coi sudditi avaramente, superbamente, marcirsi nell’ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse dimostrato loro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fossero responsi di oracoli; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad esser preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero nel 1494 i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e cosi tre potentissimi Stati, che erano in Italia, sono stati piú volte saccheggiati e guasti». Non è meraviglia che gli stessi errori abbiano avuti nel 1798 gli stessi effetti e che un potentissimo regno sia rovinato nel tempo stesso, in cui, con ordini piú savi, tale era lo stato politico di Europa, dovea ingrandirsi. «La meraviglia è — continua Macchiavelli — che quelli che restano», anzi quegli stessi che han sofferto il male, «stanno nello stesso errore, e vivono nello stesso disordine».

La Cittá 1 avea assunto il governo municipale di Napoli: erasi formata una milizia nazionale per mantenere il buon ordine. Il popolo ne’ primi giorni riconosceva l’autoritá della Cittá; tutto in apparenza era tranquillo: ma il fuoco ardeva sotto le ceneri fallaci. Pignatelli avrebbe dovuto avvedersi che il pericoloso onore, a cui era stato destinato, era forse l’ultimo tratto del suo rivale Acton per perderlo. Egli avrebbe potuto vendicarsi del suo rivale, render al suo re uno di quei servigi segnalati e straordinari, per i quali un uomo acquista quasi il nome ed i diritti di fondator di una dinastia, renderne un altro egualmente grande alla patria; avrebbe potuto o vincere la guerra o finirla, risparmiando l’anarchia e tutti i mali dell’anarchia: le circostanze nelle quali trovavasi erano straordinarie, ma egli non seppe concepire che pensieri ordinari.

Si disse che la regina, partendo, gli avesse lasciato istruzioni segrete di sollevare il popolo, di consegnargli le armi, di produrre l’anarchia, di far incendiare Napoli, di non farvi rimanere anima vivente «da notaro in sopra»… Sia che queste voci fossero vere, sia che fossero state immaginate, quasi inevitabili conseguenze dell’insurrezione che la regina, partendo, organizzava, è certo però che queste voci furono da tutti ripetute, da tutti credute; e, nell’osservare le vicende di una rivoluzione, meritano uguale attenzione le voci vere e le voci false, perchè, essendo, a differenza de’ tempi tranquilli, l’opinione del popolo grandissima cagione di tutti gli avvenimenti, diviene egualmente importante e ciò che è vero e ciò che si crede tale.

Pochi giorni dopo si videro i primi funesti effetti degli ordini della regina nell’incendio de’ vascelli e delle barche cannoniere, che non eransi potute, per la troppa precipetevole fuga, trasportare in Sicilia. Poche ore bastarono a consumare ciò che tanti anni e tanti tesori costavano alla nostra nazione. Il conte Thurn da un legno portoghese dirigea e mirava tranquillamente l’incendio; ed allo splendore ferale di quelle fiamme parve che il popolo napolitano vedesse al tempo stesso e tutti gli errori del governo e tutte le miserie del suo destino.

Il popolo non amava piú il re, non volea neanche udirlo nominare; ma ripiena la mente delle impressioni di tanti anni, amava ancora la sua religione, amava la patria e odiava i francesi. Da queste sue disposizioni si avrebbe potuto trarre un utile partito. Insursero delle gare tra la Cittá ed il vicario generale. Questi volea usurparsi dritti che non avea, quasi che allora non fosse stato piú utile ed anche piú glorioso cedere tutti quelli che avea: quella si ricordava che tra’ suoi privilegi eravi anche quello di non dover mai esser governata dai viceré.

La Cittá allora spiegò molta energia. Perché dunque allora non surse la repubblica? Il popolo avrebbe senza dubbio seguito il partito della Cittá. Ma, tra coloro che la reggevano, alcuni pendevano per una oligarchia, la quale non avrebbe potuto sostenersi a fronte delle province, dove l’odio contro i baroni era la caratteristica comune di tutte le popolazioni; e, nello stato in cui trovavansi gli animi e le cose, volendo stabilirsi un’oligarchia, sarebbe stato necessario rinunciare alla feudalitá. Altri non osavano; e vi fu anche chi propose di doversi offrire il Regno ad un figlio di Spagna, quasi che questo progetto fosse allora, non dico lodevole, ma eseguibile. Ne’ momenti di grandissima trepidazione, quando discordi sono le idee e molti i partiti, difficile è sempre ritrovar la via di mezzo e, piú che altrove, era difficilissimo in Napoli, dove il maggior numero credeva i francesi indispensabili a fondare repubbliche.

Intanto Capua si difendeva ed il popolo applaudiva alla sua difesa. Si era anche lusingato di maggiori vantaggi, poiché facile è sempre il popolo a sperare e non mai manca chi fomenti le sue speranze. Al 12 però di gennaio lesse affisso per Napoli l’armistizio conchiuso tra il generale francese ed il vicario Pignatelli, per lo quale i francesi venivano ad acquistare tutto quel tratto del Regno che giace a settentrione di una linea tirata da Gaeta per Capua fino all’imboccatura dell’Ofanto; ed inoltre, per ottener due mesi di armistizio, il vicario si obbligava pagar tra pochi giorni la somma di due milioni e mezzo di franchi.

Non mai vicario alcuno di un re conchiuse un simile armistizio. La gloria gli consigliava a contrastare sulle mura di Capua il passo ai francesi ed a morirvi; la prudenza gli consigliava a cedere tutto e salvar la sua patria da nuove inutili sciagure. Che poteva sperarsi da un breve armistizio di due mesi? Non vi era neanche ragione di poter sperare un trattato. 11 funesto consiglio, per cui il re erasi messo in mano degl’inglesi, lo metteva nella dura necessitá di perdere o il Regno di Napoli o quello di Sicilia. Avea il re commesso lo stesso errore pel quale erasi perduto l’ultimo dei re della dinastia aragonese,quello cioè di mettersi in braccio di uno de’ due che si disputavano il di lui Regno; quell’errore dal quale il savio Guicciardini ripete l’ultima rovina di quella famiglia, poiché per esso le fu impedito di profittar delle occasioni che ne’ tempi posteriori la fortuna le offrí a ricuperare il trono. Perché dunque il vicario volle frappor del tempo tra la cessione ed il possesso, e lasciar libero lo sfogo all’odio ce il popolaccio avea contro i francesi, quando questi erano abbastanza vicini per destarlo e non ancora tanto da poterlo frenare? Volea la guerra civile, l’anarchia? Tali erano gli ordini della regina?

Il popolo si credette tradito dal vicario, dalla Cittá, dai generali, dai soldati, da tutti. La venuta de’ commissari francesi, spediti ad esigere le somme promesse, accrebbe i suoi sospetti ed il suo furore. Il giorno seguente, corse ai castelli a prender le armi; i castelli furono aperti, la truppa non si oppose, perché non avea ordine di opporsi. Il vicario fuggi come era fuggito il re; il popolaccio corse a Caivano2 per deporre Mack, il quale, sebbene alla testa delle truppe, non seppe far altro che fuggire3. Ogni vincolo sociale fu rotto. Orde forsennate di popolaccio armato scorrevano minaccianti tutte le strade della cittá, gridando «Viva la santa fede!», «Viva il popolo napolitano!». Si scelsero per loro capi Moliterni e Roccaromana, giovani cavalieri che allora erano gl’idoli del popolo, perché avean mostrato del valore a Capua ed a Caiazzo contro i francesi. Riuscirono costoro a frenar per poco i trascorsi popolari, ma la calma non durò che due giorni. I francesi erano giá quasi alle porte di Napoli.

S’inviò al loro quartier generale una deputazione composta da’ principali demagoghi, perché rinunciassero al pensiero di entrare in Napoli, offerendo loro e quello che era stato promesso coi patti dell’armistizio e qualche somma di piú. La risposta de’ francesi fu negativa, qual si dovea prevedere, ma non qual dovea essere: qualche nostro emigrato, mentre moltissimi convenivano della ragionevolezza della dimanda, aggiunse alla negativa le minacce e l’insulto; e ciò finí d’inferocire il popolo.

Non mancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovi furori, non mancava quello spirito di rapina che caratterizza tutt’i popoli della terra, non mancavano preti e monaci fanatici, i quali, benedicendo le armi di un popolo superstizioso in nome del Dio degli eserciti, accrescevano colla speranza l’audacia e coll’audacia il furore. La Cittá, che sino a quel giorno avea tenute delle sessioni, piú non ne tenne. Il popolo si credette abbandonato da tutti, e fece tutto da sé. La cittá intera non offrì che un vasto spettacolo di saccheggi, d’incendi, di lutto, di orrori e di replicate immagini di morte. Tra le vittime del furore popolare meritano di non essere obbliati il duca della Torre e Clemente Filomarino, suo fratello, rispettabili per i loro talenti e le loro virtú e vittime miserabili della perfidia di un domestico scellerato.

Alcuni repubblicani, ed allora erano repubblicani in Napoli tutti coloro che avevan beni e costume, impedirono mali maggiori, rimescolandosi col popolo e fingendo gli stessi sentimenti per dirigerlo. Altri, colla cooperazione di Moliterni e di Roccaromana, s’introdussero nel forte Sant’Elmo, sotto vari pretesti e finti nomi, e riuscirono a discacciarne i lazzaroni che ne erano i padroni. Championnet avea desiderato che, prima ch’ei si movesse verso Napoli, fosse stato sicuro di questo castello, che domina tutta la cittá. Molti altri corsero ad unirsi coi francesi e ritornarono combattendo colle loro colonne.

Tutt’i buoni desideravano l’arrivo de’ francesi. Essi erano giá alle porte. Ma il popolo, ostinato a difendersi, sebbene male armato e senza capo alcuno, mostrò tanto coraggio, che si fece conoscer degno di una causa migliore. In una cittá aperta trattenne per due giorni l’entrata del nemico vincitore, ne contrastò a palmo a palmo il terreno: quando poi si accorse che Sant’Elmo non era piú suo, quando si avvide che da tutt’i punti di Napoli i repubblicani facevan fuoco alle sue spalle, vinto anziché scoraggito, si ritirò, meno avvilito dai vincitori che indispettito contro coloro ch’esso credeva traditori.

Capitolo 15

l re era partito, il popolo non lo desiderava piú. Egli avea spinto fino al furore l’amor d’indipendenza nazionale, che altri credeva attaccamento all’antica schiavitú. Quando il popolo napolitano spedí la deputazione a Championnet, non volle dir altro che questo: — La repubblica francese avea guerra col re di Napoli, ed ecco che il re è partito; la nazione francese non avea guerra colla nazione napolitana, ed intanto perché mai i soldati francesi voglion vincere coloro che offrono volontari la loro amicizia? — Questo linguaggio era saggio, ed i napolitani, senza saperne il nome, erano meno di quel che si crede lontani dalla repubblica.

Ma, siccome in ogni operazione umana vi si richiede la forza e l’idea, cosí per produrre una rivoluzione è necessario il numero e sono necessari i conduttori, i quali presentino al popolo quelle idee, che egli talora travede quasi per istinto, che molte volte segue con entusiasmo, ma che di rado sa da se stesso formarsi. Piú facili sono le rivoluzioni in un popolo che da poco abbia perduta una forma di governo, perché allora le idee del popolo son tratte facilmente dall’abolito governo, di cui tuttavia fresca conserva la memoria. Perciò «ogni rivoluzione — al dir di Macchiavelli — lascia l’addentellato per un’altra». Quanto piú lunga è stata l’oppressione da cui si risorge, quanto maggiore è la diversitá tra la forma del governo distrutto e quella che si vuole stabilire, tanto piú incerte, piú instabili sono le idee del popolo, e tanto piú difficile è ridurlo all’uniformitá, onde avere e concerto ed effetto nelle sue operazioni. Questa è la ragione per cui e piú sollecito e piú felice fine hanno avuto le rivoluzioni di quei popoli, ne’ quali o vi era ancor fresca memoria di governo migliore, o i rivoluzionari attaccati si sono ad alcuni dritti (come la Gran carta, che è stata la bussola di tutte le rivoluzioni inglesi) o a talune magistrature e taluni usi (come fecero gli olandesi), che essi aveano conservati quasi a fronte del dispotismo usurpatore.

Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto esser popolari, ove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte da una costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra massime troppo astratte, erano lontanissime da’ sensi, e, quel ch’è piú, si aggiungevano ad esse, come leggi, tutti gli usi, tutt’i capricci e talora tutt’i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, da’ nostri capricci, dagli usi nostri. Le contrarietá ed i dispareri si moltiplicavano in ragione del numero delle cose superflue, che non doveano entrar nel piano dell’operazione, e che intanto vi entrarono.

Quanto maggiore è questa varietá, tanto maggiore è la difficoltá di riunire il popolo e tanto maggior forza ci vuole per vincerla. Se le idee fossero uniformi, potrebbero tutti agire senza concerto, perché tutti agirebbero concordemente alle loro idee; ma, quando sono difformi, è necessario che agisca uno solo. Di rado avviene che una rivoluzione si possa condurre a fine se non da una persona sola: la stessa libertá non si può fondare che per mezzo del dispotismo. Il popolo ondeggia lungo tempo in partiti: diresti quasi che la nazione vada a distruggersi, ne vedi giá scorrere il sangue; finché una persona si eleva, acquista dell’ascendente sul popolo, fissa le idee, ne riunisce le forze: col tempo, o costui forma la felicitá della patria o, se vuole opprimerla, talora ne rimane oppresso. Ma egli ha giá indicata la strada, ed allora il popolo può agire da sé.

Quest’uomo non si trova se non dopo replicati infelici esperimenti, dopo lungo ondeggiar di vicende, quando i suoi fatti medesimi lo abbiano svelato: le guerre civili mettono ciascuno nel posto che gli conviene. Se taluno si voglia far conoscere e seguire dal popolo ne’ primi moti di una rivoluzione, a meno che la rivoluzione sia religiosa, non basta che abbia egli gran mente e gran cuore: convien che abbia gran nome; e questo nome ben spesso si ha per tutt’altro che pel merito.

Il modo piú certo e piú efficace per guadagnar la pubblica opinione è una regolaritá di giurisdizione, che taluno ancora conservi nel passar dagli ordini antichi ai nuovi. La Cittá era nelle circostanze di poter farsi seguire da tutto il popolo; dopo la Cittá, poteva Moliterni: ma né Moliterni ebbe idea di far nulla, né la Cittá, ondeggiando tra tante idee, quasi tutte chimeriche, seppe determinarsi a quelle che il tempo richiedeva.

Parve che in Napoli niuno si fosse preparato a questo avvenimento; e, quando si videro in mezzo al vortice, tutti si abbandonarono in balía delle onde. Non è molto onorevole a dirsi per lo genere umano, ma pure è vero: quasi tutte le nazioni, nelle loro crisi politiche, allora sono giunte piú facilmente al loro termine quando si è trovato tra loro un uomo profondamente ambizioso, il quale, prevedendo da lontano gli avvenimenti, vi si sia preparato e, riunendo tutte le forze a proprio vantaggio, abbia prodotto poi il vantaggio della nazione: poiché, o è stato saggio e virtuoso, ed ha fondata la sua grandezza sulla felicitá della patria; o è stato uno stolto, uno scellerato, ed è caduto vittima de’ suoi progetti. Ma allora, lo ripeto, egli avea giá insegnata la strada.

In Napoli Pignatelli, viceré, non ebbe neanche il pensiero di far nulla; la Cittá non seppe risolversi; Moliterni non ardí; niun altro si mostrò; tra’ repubblicani molti, che menavan piú rumore, erano piú francesi che repubblicani, ed ai veri repubblicani allora una folla infinita si era rimescolata di mercatanti di rivoluzione, che desideravano per calcolo un cangiamento. Era giá passato il primo momento: troppo innanzi era trascorso il popolo; gli stessi saggi disperavano di poterlo piú frenare, gli stessi buoni desideravano una forza esterna che lo contenesse.

Forse i francesi istessi eran giá troppo vicini. Quell’operazione che avrebbe potuto riuscire a’ 25 di dicembre, allorché la Cittá la fece da re, facendo aprir di suo ordine le cacce del sovrano giá partito, difficilmente potea eseguirsi allorché i francesi erano a Capua. Per quanto disinteressata fosse stata la Cittá nelle sue operazioni e lontana dalle sue idee di oligarchia, volendo però formar la felicitá della nazione, non potea né dovea allontanarsi dalle idee nazionali; e troppo queste idee sarebbero state lontane dall’idee di molti altri. Ora i piú leggeri dispareri si conciliano con difficoltá, quando vi sia una forza esterna pronta a sostenere un partito. I partiti non cedono se non per diseguaglianza di forza o per vicendevole stanchezza di combattere: molte offese si tollerano e, tollerando, molti mali si evitano, sol perché non possiamo sul momento farne vendetta; e la concordia tra gli uomini è meno effetto di saviezza che di necessitá. Le potenze estere, pronte in tutt’i tempi a prender parte, prima nelle gare tra fazione e fazione di una medesima cittá, indi nelle dispute tra uno Stato e l’altro, hanno distrutta prima la libertá e poscia l’indipendenza dell’Italia. Niuna nazione piú della napolitana ne ha provati gl’infelici effetti. Tra le tante potenze estere che vantavano un titolo su quel regno, ogni gara che sorgeva tra’ cittadini, vi era un estero che vi prendeva parte: talora gli esteri stessi fomentavano le gare; i cittadini, per essere piú forti, univano i loro disegni a quelli dell’estero, simili al cavallo che, per vendicarsi del cervo, si donò ad un padrone; e cosí quel regno è stato per cinque secoli (quanti se ne contano dall’estinzione della dinastia de’ Normanni fino allo stabilimento di quella dei Borboni) l’infelice teatro d’infinite guerre civili, senza che una di esse abbia potuto giammai produrre un bene alla patria.

Io forse non faccio che pascermi di dolci illusioni. Ma, se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un’autoritá, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de’ beni reali e liberato lo avesse da que’ mali che soffriva; forse allora il popolo, non allarmato all’aspetto di novitá contro delle quali avea inteso dir tanto male, vedendo difese le sue idee ed i suoi costumi, senza soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioni che seco porta la guerra; forse… chi sa?… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore.

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