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Cattolicesimo e politica

Se parliamo di ‘cattolici e bipolarismo’ è necessario fare alcune premesse

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Unico obiettivo del mio intervento in questa sede è avvertire che l’endiadi cattolici/bipolarismo (comunque: cattolici/sistema politico) esige una mappa concettuale della polarità cattolici. Ho già scritto (su L’Occidentale, su Settimo Cielo di chiesa.espressonline.it, su ToscanaOggi e, giorni fa, sul Landino in un appunto complessivo) che bisogna correggere le regole d’uso del termine, correnti nel linguaggio storico-politico italiano.

Cattolici.

Vi sono almeno tre livelli di significato della parola cattolici nel linguaggio storico-socio-politico, che fluttuano e si avvicendano scriteriatamente (cioè senza criteri rigorosi) nel discorso pubblico:

a) i cattolici (più comunemente indicati come tali) ancora oggi presenti nella politica italiana formale (Parlamento e partiti, e altre istituzioni-organi del sistema politico formale) e riconducibili alla matrice DC o alle organizzazioni di ‘Azione Cattolica’, con storico mandato gerarchico;

b) i cattolici individuati in questi termini perché appartenenti alle diverse aree o aggregazioni o istituzioni (parrocchie) della chiesa e del ‘mondo cattolico’ diverse da a) – e considerati talora o autodefinitisi politicamente ‘silenti’.

c) i cattolici, designati così secondo l’accezione e l’estensione sia socioreligiosa sia pastorale del complesso dei comuni credenti (cattolici), dei fedeli – di diversa intensità - attivi o non attivi politicamente, ma senza le credenziali o i tratti individuanti di a) o di b). 

Noto che a+b costituisce quello che storiograficamente e giornalisticamente si chiama il mondo cattolico, spesso con la sovrapposizione/identificazione di ‘mondo’ e ‘movimento’. Ma anche quello che, più frequentemente, si chiama laicato cattolico (qualificato). Una quota di c, quella corrispondente ai praticanti assidui, ai ‘virtuosi’ del sistema parrocchiale, viene considerata il loro corrispettivo politico-elettorale, cattolicamente sensibile, di a).

Che questa delimitazione lasci fuori una maggioranza, differenziata e segmentata, di semplici credenti è un paradosso, non abbastanza ragionato, né in sociologia religiosa né in sociologia politica. Sarebbe naturalmente più corretto adottare la convenzione per cui, quando si usa la parola cattolici, si intende la somma di a,b e c; una somma o una unione (insiemisticamente) tenendo conto delle (limitate) sovrapposizioni. Così il referente di cattolico sarebbe prossimo a quella totalità che Emile Poulat chiama ecclesiosfera, poiché anche il clero è elettore.

Infatti le accezioni correnti, e pressoché esclusive, ora nel senso a ora b, sono indebitamente restrittive; non solo perché ‘cattoliche’ sono diecine di milioni di persone in Italia e una accezione (sociologica) del termine cattolici deve comunque designare questa maggioranza accanto alle minoranze designate dalle prime due; ma perché in sede politica questa entità maggioritaria (adulti ‘cattolici’, con elettorato attivo e passivo) è quella che conta. Ad esempio: una estrema semplificazione dei dati ci dice che mentre le minoranze, élites e piccoli elettorati, sono in prevalenza collocate sul centro-sinistra, le maggioranze sono prevalentemente costituite da elettori (e politici) del centro-destra. E la tentazione di declassarle ad aggregati di cattolici tradizionali-conformisti e atei devoti è analiticamente e politicamente assurda. La costellazione maggioritaria (modale primaria, intermedia, perimetrale, secondo Cipriani), distinta da quella che i sociologi chiamano la religione-di-chiesa (attiva e riflessiva), è diversificata, includendo dalla identificazione ‘senza riserve’ con la Chiesa, al ‘con qualche riserva’, al ‘a modo mio’ e senza interiore chiarezza.

Così non sorprende che, mentre le minoranze interiorizzano la cultura del cd. ‘spirito del Concilio’, e sono in prevalenza i ‘popoli’ di Verona [per il IV Convegno ecclesiale nazionale dell’ottobre 2006] o di Reggio Calabria [per la XLVI Settimana Sociale dei Cattolici Italiani dell’ottobre 2010], le maggioranze siano spesso sofferenti, resistenti, reattive di fronte a questa coinè ecclesiale ed ecclesiastica. L’italiana ‘chiesa di popolo’, miracolo o eccezione in Europa, presenta una interna difformità o, se si preferisce, è una complexio oppositorum, secondo una costante della forma cattolica; ma con un più di conflittualità dovuta all’eredità di partiti ecclesiali che ci ha lasciata la lotta per il Concilio. Dunque: élites (non intendo gerarchie, ma cleri e laicati ‘qualificati’) prevalentemente ‘progressiste’ e popolo prevalentemente ‘conservatore’, politicamente e religiosamente. In più, come suggerito (ma è evidenza), entro la maggioranza cattolica prevalentemente ‘conservatrice’ si situa parte delle élites politiche del centro-destra.

Se questo è - macroscopicamente – vero, allora:

1) l’accezione estesa, sociologica (o socio-religiosa), di cattolico/cattolici è quella da adottare, sia nella determinazione del soggetto/attore politico, sia (di conseguenza) nella discussione cattolici-politica, cattolici-sistema politico.

2) ogni declinazione del ragionamento ‘cattolici’-politica (fino a ‘cattolici’-partiti/sistema elettorale) deve tenere conto dell’articolazione interna alla totalità dei cattolici; non solo, ovviamente, l’articolazione su diversi fronti politici, ma in un sistema di minoranze ‘qualificate’ e maggioranze, polarità tra loro distanti, divise, anche contrapposte. Per questo ho sottolineato che dalle opinioni e condotte politiche delle minoranze (a,b) non si può derivare, o prevedere, niente relativamente alle maggioranze, diversamente dalla situazione del passato DC. 

La maggioranza dei cattolici ‘ordinari’, modali, significativamente posta sul centro-destra (domani, nella speranza/ipotesi di alcuni, egemonizzato dal centro – un centro, di conseguenza, con baricentro a destra), è dunque l’attore e il problema del nostro scenario. Non il circuito élites (cattoliche)-idealità (o ‘dottrina sociale’) che continua ad occupare la letteratura su cattolici e politica.

Società civile, popolo cattolico, Chiesa.

Non sorprenda che io consideri rilevanti in maniera complementare la dimensione politica e quella religiosa oggettiva (o socio-religiosa). Infatti l’insieme cattolici è ( descrittivamente) costituito dalla totalità di coloro che si autodefiniscono tali, ma non è un insieme inerte. La consistenza sociologico-politica di questo universo, mentre esclude l’intervento di un giudice di cattolicità, suppone comunque che esso si sottoponga ad un criterio, il solo restrittivo, d’essere una solidarité durkheimiana sotto il vincolo di una comunanza minima di valori-norme e sotto il controllo ultimo di un’autorità legittima. E poiché tra élites laicali e maggioranze cattoliche non vi è corrispondenza - non vi è più (dopo la DC) o non vi è mai stata con le élites politico-religiose estra-istituzionali - la guida gerarchica diretta diviene (o torna ad essere) prevalente. Si tratta, naturalmente, della classica potestas indirecta resa manifesta direttamente dall’attore ecclesiastico.

Sulla maggioranza dei cattolici la Chiesa-istituzione ha più influenza di quanto si voglia ammettere; ed è fenomeno spiegabile. Le culture (politiche e/o religiose) che aspirano ad una purificata condizione ‘minoritaria’ del cattolicesimo (o della Chiesa, o dei cattolici) in Italia, o che argomentano a partire dalla pretesa evidenza di questa nuova condizione minoritaria (facendo perno sulla percentuale esigua dei praticanti assidui, attorno al 10% della popolazione), impediscono oggi il ‘riconoscimento’ della situazione (strutturale, poiché più che ventennale) del rapporto politica nazionale/cattolici e politica nazionale/chiesa. Infatti le minoranze/élites a+b   rivendicano al laicato - cioè a se stesse - il ruolo di mediazione-interpretazione tra chiesa (intesa come plesso astratto-concreto di gerarchia e dottrina sociale) e sfera politica, e società civile, con un duplice errore diagnostico, poiché: a) esse sono, come detto, politicamente difformi dalla maggioranza dei cattolici elettori, ma non hanno analizzato forme e cause di questa difformità se non nella forma fallimentare dell’imputazione delle responsabilità a Berlusconi e alla CEI del card. Ruini; b) non possono essere (nessuna élite laicale cattolica può oggi essere, ammesso che lo sia stata in passato) mediatrice-interprete politica della gerarchia.

Infatti, quanto più si accentuano la distanza tra l’ordine della prima repubblica e la spontanea (non guidata da ideologie di chiesa) segmentazione/differenziazione delle condotte politiche della popolazione cattolica, tanto più si concreta un’azione (il c.d. ‘peso politico’ diretto della Chiesa) necessaria proprio a compensare la perdita di rappresentanza/mediazione e la distonia politica che segnano il rapporto tra le élites cattoliche (eredi della Prima repubblica) e popolazioni cattoliche. A questo dato obiettivo si aggiunge che la perdita di rappresentanza viene alle minoranze del tipo a) anche dall’insufficiente tutela politico-legislativa delle materie sensibili (famiglia, bioetica) esercitata in passato da parte della DC.

La mia tesi è che questo dato (= la diretta azione ecclesiastica di indirizzo) non sia né congiunturale né di supplenza. 

Il ‘governo’ della presidenza CEI sulla transizione alla seconda Repubblica ha impedito che la frattura tra élites DC (e post-DC) e popolazione cattolica si trasformasse in estraneazione e fuga di fatto del ‘popolo’ cattolico dalla Chiesa (come in Francia, anche se per altre ragioni). Anche con la fine della presidenza Ruini l’esercizio costante e pubblico (e unitario, oltre la varietà ideologica dei vescovi) di indirizzo da parte delle gerarchie resta indispensabile, e non può essere surrogato da altri. Il ‘laicato’, se non si ricade nella semantica minoritaria di cattolici, è differenziato tanto quanto la popolazione cattolica. 

Non è ‘supplenza’, perché si tratta di un profilo costitutivo della Città di Dio in terra, rispetto al quale va considerata ‘supplenza’ piuttosto l’intera vicenda del ‘movimento’ e dell’organizzazione/azione dei Cattolici Otto-Novecento, nell’emergenza dello stato liberale e del Socialstaat.

Politiche esistenti e politiche condende.

A questo complesso di dati e diagnosi contribuisce la attuale (febbraio 2012) presenza ‘ordinaria’ di cattolici nella sfera pubblica-politica, prima ancora dell’auspicata formazione di ‘nuove generazioni’. Ripeto (ho già sottolineato questa ovvietà) che i cattolici nei governi, di ieri o di oggi, della Seconda Repubblica, non sono, per definizione, nuove leve di una ‘rinascita’, ma una concentrazione del patrimonio cattolico esistente e concretamente operante  da anni nel quadro politico subentrato alla ‘prima Repubblica’. Uomini di qualità, dunque, che smentiscono la confusa diagnosi sulla ‘assenza’ e/o il ‘silenzio’ dei cattolici nella sfera pubblica (o nella chiesa, o in ambedue?), negli ultimi decenni. Le cose dette su un passato della Chiesa italiana, che avrebbe impedito quello che - mutata la presidenza della CEI - è diventato possibile, sono inconsistenti; senza discernimento storico né politico.  I cattolici del governo Monti non sarebbero al governo se assomigliassero ai politici cattolici della Prima repubblica (e non si parla di De Gasperi). La razionalità emergenziale non confligge in sé con le idealità e i principi della dottrina sociale ma esige anzitutto capacità di diagnosi e decisione per l’oggi; che non si insegnano nelle ‘scuole di politica’, ma che alcuni cattolici, per altra via, possiedono. 

L’attuale impatto del welfare europeo con soglie invalicabili (decretate tali dal o nel sistema mondiale delle politiche e dei meccanismi finanziari) di indebitamento degli stati sovrani, scuote tutti i segmenti della società italiana, ognuno alle prese con la protezione dello status acquisito. Questo porterà reattivamente a (parziali) riconfigurazioni degli elettorati, quindi della politicità e, conseguentemente, della rappresentanza politica di cattolici e non cattolici italiani. I cattolici (maggioranza di fatto) degli elettorati attivi e i cattolici prevalentemente esterni alle filiere formative, ma anche interni (oggi principalmente membri delle ‘recenti’ aggregazioni laicali o movimenti, CL, Focolarini, Opus Dei ecc.), destinabili alla rappresentanza politica e a funzioni di governo. Corpi sociali e potenziali attori politici saranno condotti ad incontrarsi secondo i movimenti ‘caotici’ (nel senso delle metafore dell’auto-organizzazione e della teoria dei frattali) in atto.

Più che cultura e esortazione etico-politica ci sono necessarie (secondo quanto già avviene), dunque, qualità politiche - nel senso delle precondizioni di Diotallevi - e/o competenze. Sulle soglie che segnano il passaggio dalle diverse legittime razionalità politiche al peculiarmente cattolico (e principio-valore per tutti), il famoso livello del ‘non negoziabile’, non per [cioè pro, a favore e per rispetto di] i cattolici come tali ma per l’uomo integrale della rivelazione e della cultura cristiana, ha competenza il magistero ordinario dei vescovi e in ultimo del Sommo Pontefice, direttamente o tramite gli organi di governo (dottrinale-disciplinare) della Chiesa.

È una riconfigurazione strutturata e, nonostante la sua variabilità, già osservabile nei fatti, che rischia di essere alterata o resa illeggibile, come si è detto, dalla diagnosi del ‘silenzio del laicato’ (del tradimento della Costituzione del Concilio e simili) in cui si sono attardati, difensivamente, i resti delle élites e delle rappresentanze della politica cattolica postbellica. Ma anche di non essere aiutata da elenchi di istanze (personalismo, pace, ambiente e simili) e di dover essere (e non-essere): non (più) ‘moderatismo’ né fondamentalismo, non (più) ‘partiti di ispirazione cristiana’ e simili. Non sappiamo cosa sarà sistema e rappresentanza politica nell’Italia (cattolica), mentre molte istanze sono, troppo semplicemente, dedotte per negazione (e perché mai, a priori ?) da concezioni e realizzazioni del passato. La effettualità detta al Politico inderogabilmente spazi, regole, sfide .

Questa effettualità di chances e di vincoli è alla portata del complesso sostrato cattolico del paese - per e con la sua molteplicità di uomini radicati (per definizione) in ogni settore - molto di più di quanto non lo sia delle élites (ad es. delle culture e gli uomini del volontariato, del ‘privato sociale’, troppo ‘etiche’ e ‘sociali’, ma non ‘politiche’ per cultura e professionalità). L’unica forma oggi leggibile, e operante, in questa direzione è la compagine del governo Monti: intelligenze (anche cattoliche) proiettate sui fronti critici e con potere (e libertà, finora) di decisione. Potenzialmente, senza i vincoli di sistema della Prima Repubblica e senza le utopie della Seconda, per la quale la buona politica sarebbe stata naturaliter  generata per provenienza dalla (e come rappresentanza organica della) società civile.

 

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