Senza valutazione delle politiche pubbliche, niente fondi europei
24 Giugno 2022
In Italia non siamo molto abituati alla valutazione delle politiche pubbliche. Spesso le policy vengono mantenuti o modificati sulla base di motivazioni meramente politiche, il che non sarebbe necessariamente un male se fossero contemplati degli elementi di merito. Il caso del reddito di cittadinanza è emblematico, le analisi di impatto hanno dato risultati univoci. Funziona nella componente del sostegno al reddito, è ininfluente per la componente delle politiche attive del lavoro e, inoltre, penalizza i poveri del nord. Eppure, nulla cambia. Ma con il Pnrr si potrà fare ancora così?
Ignorare le valutazioni ex ante, il monitoraggio e le analisi ex post non sarà una scelta possibile per le politiche pubbliche finanziate nell’ambito del Next Generation Eu. Così come abbiamo speso solo la metà dei fondi strutturali per il periodo 2014-2020, esiste un rischio analogo. Tanto più che ieri il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione Ue di assicurare un “solido meccanismo di revisione, monitoraggio delle spese, di attuazione e di gestione dei fondi del Recovery Fund”.
Oltre a ribadire che l’accesso ai fondi deve essere riservato a chi rispetta lo Stato di diritto, nel rispetto dell’articolo 2 del TFUE, l’Eurocamera ha elaborato una richiesta molto specifica. Gli investimenti nella transizione digitale e ambientale devono essere in gran parte finalizzati al raggiungimento dell’autosufficienza energetica.
Il messaggio dal Parlamento Europeo è chiaro: niente spesa pubblica a pioggia, sostegno a progetti economicamente redditizi, approccio pragmatico alla politica energetica. Questi auspici, ovviamente, non vanno a impattare solo sull’Italia. Le scelte sul nucleare della Germania, per esempio, possono essere considerate fuori da questo perimetro. Detto questo, ora la lente di ingrandimento è sul nostro Paese. Non possiamo perdere questa chance.
