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La Fase 2

Sicurezza in azienda: quando l’attacco all’imprenditore diventa contagioso

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Gli imprenditori sono preoccupati. Le nubi che si addensano sul futuro dell’impresa non portano nulla di buono. Mentre dal governo attendono ancora il famoso “decreto d’aprile” che arriva a maggio. – e già questo è tutto un dire – in questi giorni bisogna fare i conti con le riaperture. E, se riaprire le porte delle aziende è di per sé un segnale positivo, il vero problema – secondo solo a quello della liquidità che là rimane fin quando Conte e Gualtieri non decidono cosa fare – è quello della sicurezza sul posto di lavoro. Ne avevamo già parlato ed eravamo certi che la cosa meritasse il giusto spazio. L’art. 42 del decreto CuraItalia prevede infatti che i contagi da COVID-19 vengano gestiti dall’INAIL alla pari degli infortuni sul lavoro e non vengano invece parificati ad una malattia, che verrebbe invece presa in carico dall’INPS. Tradotto: in caso di contagio da COVID-19 di un dipendente, il datore di lavoro ne risponde penalmente.

Una norma che, come ci hanno fatto presente diverse voci del mondo imprenditoriale, penalizza molto il datore di lavoro. Anche perché, come già detto nel precedente pezzo, ad oggi non è possibile stabilire con certezza il momento esatto del contagio. Può essere avvenuto in casa, sui mezzi pubblici o anche in azienda. Non è possibile stabilirlo per i lavoratori che sono a contatto otto ore al giorno, e a maggior ragione per chi consuma un pasto in un ristorante o alloggia per uno o due giorni in un albergo. Perché – è qui l’assurdo è già superato – la norma si riferisce anche alle attività ricettive, come ci confermano i vademecum che iniziano a girare tra gli addetti ai lavori. Per cui se una persona risulta positiva al Covid19 in albergo o in una attività simile, a pagare sarà il proprietario, con il fermo temporaneo dell’albergo che verrà messo in quarantena. Di questi tempi, una vera sciagura.

Ragion per cui, perché mettere in capo all’imprenditore quest’ulteriore spada di Damocle sulla testa in tempo di pandemia? E badate bene, non ne facciamo una posizione di “classe”. Non ce l’abbiamo mica con i lavoratori! E non stiamo certo sostenendo che gli imprenditori non debbano mettere in sicurezza le loro aziende. Anzi. Anche perché, dalle informazioni raccolte, non risulta che il tema della sicurezza non venga percepito dagli addetti ai lavori. Tutt’altro. Se si pensa che ad una iniziativa formativa riservata alle aziende indetta dalla Camera di commercio di Brescia proprio su questa tema, hanno aderito in poche ore circa 570 imprese, tutto si può dire tranne che la sicurezza non venga presa a cuore dal settore.

Ciò che invece preme sottolineare è che la pandemia ha colpito tutti, soprattutto le imprese. E quindi una soluzione diversa a riguardo andava e va trovata. E la stessa cosa che ha chiesto il senatore Quagliariello nella sua interrogazione al ministro Patuanelli. Una soluzione che tuteli entrambe le parti: datori di lavoro e dipendenti. Passi la costituzione in azienda del comitato ad hoc preposto alla stesura del protocollo di sicurezza aziendale anti-contagio al quale partecipano anche i sindacati – come se la sicurezza fosse oggetto di trattativa! -, passino tutte le misure di sicurezza da adottare e i relativi ulteriori costi da sostenere a carico degli imprenditori. Ma occorre sollevare il datore di lavoro dalla responsabilità penale in caso di contagio. Per giustizia, lo ripetiamo, e non per scelta. Come? Magari prevedendo un meccanismo di controllo a monte (e non a valle) e cioè facendo certificare l’adeguamento del sistema di sicurezza interno a quanto previsto dal Protocollo nazionale di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus COVID 19 negli ambienti di lavoro del 14 marzo 2020 da un tecnico, un medico legale, o comunque una figura esterna e esperta del settore prima che avvenga la totale riapertura dell’impresa. Come dire: se è tutto ok allora puoi aprire e a quel punto sei a posto. L’imprenditore è sollevato dal rischio e il lavoratore può agire in sicurezza, almeno sul posto di lavoro.

Come mai una soluzione del genere non è stata pensata prima? Qualcuno del settore maligna dicendo che in questo modo i sindacati si sono voluti ritagliare un ruolo da protagonisti che di fatto pare abbiano già perso tra i lavoratori. Non lo sappiamo con certezza. Una cosa però è chiara: se non mettiamo le imprese nelle condizioni di continuare ad offrire lavoro, corriamo il serio rischio di dover fare a meno dei sindacati, semplicemente perché non ci sarà più nessun lavoratore da dover tutelare.

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