Sulla Legge elettorale una discussione libera e senza ipocrisie
15 Gennaio 2015
di Redazione
Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, ci troviamo in un momento della discussione di questa legge elettorale molto particolare, perché formalmente stiamo discutendo del testo che ci è stato trasmesso dalla Camera dei deputati, quindi siamo in secondo lettura. D’altra parte, siamo in una fase nella quale sappiamo che sono già stati consegnati degli emendamenti firmati da tutta la maggioranza e da alcune forze di opposizione. Non si tratta semplicemente di un elemento cronachistico, ma della rappresentazione del contesto politico in cui questa discussione cade.
Ricordo a me stesso che la legge che noi ereditiamo dalla Camera dei deputati in seconda lettura fondamentalmente è basata sulle coalizioni, e direi su coalizioni obbligatorie. All’interno delle coalizioni c’è una soglia del 4,5 per cento; per formare una coalizione c’è una soglia del 12 per cento; per presentarsi da soli, indipendentemente dalle coalizioni, la soglia è dell’8 per cento. Il significato, anche politico, di questa architettura delle soglie l’abbiamo potuto vedere in scala nelle elezioni calabresi, dove una legge non uguale ma simile, che prevedeva una soglia all’interno delle coalizioni del 4 per cento e per la formazione di una coalizione dell’8 per cento, ha visto di fatto come si possa utilizzare una siffatta legge politica e quali sono le difficoltà alle quali le piccole forze possono andare incontro.
Poiché la storia e la politica hanno anche una loro ironia, è accaduto che proprio il partito di cui sono rappresentante abbia beneficiato di quella architettura, perché ha ingiustamente sottratto il 2,5 per cento del partito alleato che, non avendo raggiunto la soglia, ha regalato i suoi voti e dunque ha consentito al partito che rappresento di prendere una rappresentanza più ampia. Abbiamo compreso in provetta qual era il trattamento che ci sarebbe potuto essere riservato. Tre soglie coalizioni, dicevo, e il 37 per cento come limite per passare, raggiunto il quale non c’è la necessità del secondo turno.
Infine, questa legge che richiamo prevede listini corti ma bloccati, in modo che l’elettore abbia la possibilità di identificare i candidati dei diversi partiti, ma non di sceglierli.
Da quando questa legge è stata approvata in prima lettura, come il frutto più evidente del cosiddetto “patto del Nazareno”, sono accadute due cose. La prima è che quest’Aula in prima lettura ha approvato una riforma del bicameralismo, che ha reso una sola Camera eletta direttamente dal popolo e che ha previsto un Senato come Camera delle Regioni, composto da cento rappresentanti, ossia da un numero molto piccolo, eletto con elezione di secondo grado da parte dei Consigli regionali. Dunque, cambierà la rappresentanza, perché coloro i quali siederanno in quest’Aula – se quella riforma verrà approvata – saranno rappresentanti delle Regioni almeno allo stesso titolo per il quale saranno rappresentanti dei partiti (molto probabilmente, più rappresentanti delle Regioni che non rappresentanti dei partiti).
È accaduto, poi, (secondo fatto rilevante) che si sia stretto un accordo di maggioranza, che è stato fondamentalmente riprodotto negli emendamenti che sono stati presentati e che hanno, di fatto, modificato – e secondo me giustamente – l’impianto della legge così come era uscita dalla Camera, proprio perché la legge elettorale non è un corpo separato, ma è un elemento fondamentale dell’architettura istituzionale e, quindi, deve essere letta insieme alla forma di Stato, insieme al tipo di bicameralismo che si presenta e insieme alla forma di governo che si propone. La legge elettorale influenza la forma di governo ed è da essa influenzata.
Io credo, dunque, che la maggioranza abbia fatto bene a proporre una modifica dell’impianto della legge così come era uscita dalla Camera, perché questa legge (io ho una lettura differente da quella della collega De Petris, ma sul punto ha ragione) entra in un’architettura istituzionale che è diversa, è fondamentalmente mutata. Se noi, infatti, modifichiamo il Titolo V, modifichiamo il bicameralismo e incidiamo fortemente sulla forma di governo (perché il doppio turno non è certamente il premierato, ma al secondo turno non v’è dubbio che si sceglie il Governo e anche chi lo rappresenta), allora, se siamo all’interno di questa diversa architettura istituzionale, non potevamo pensare di lasciare l’impianto della legge elettorale così com’è.
Ricordo a me stesso che questa legge non si basa più sulle coalizioni, ma si basa sulle liste, che dovrebbero essere partiti di coalizione, ossia sostituisce le coalizioni di partito con i partiti di coalizione; prevede che, per accedere al doppio turno, occorra raggiungere il 40 per cento anziché il 37; prevede che non vi siano più listini bloccati, ma vi siano solo capilista bloccati e fa fuori la diversificazione di soglie e ne propone una sola, tecnica, che io chiamerei “soglia antiframmentazione”, al 3 per cento, perché non ha altra utilità. Infatti, nel momento in cui la governabilità del sistema è assicurata da un premio di maggioranza che addirittura viene dato ad un partito e non più ad una coalizione, non c’è motivo per penalizzare ulteriormente la rappresentanza, e una legge elettorale deve tenere in equilibrio rappresentanza e governabilità.
Questa è la sostanza del patto di maggioranza.
Rappresentiamo dunque la situazione così come si è determinata. Esistono due accordi: esiste l’accordo del Nazareno, che ha prodotto la prima legge, ed esiste un accordo di maggioranza, che ha influenzato il cambiamento di quell’accordo. I due accordi sono in qualche modo asimmetrici, non comunicano tra di loro; al centro c’è la figura del Presidente del Consiglio e del Governo, che li ha in qualche modo gestiti entrambi.
Credo che questa situazione sia perfettamente rappresentata dagli emendamenti che andremo a discutere. Non è un caso che gli emendamenti fondamentali siano due: uno è sottoscritto da tutta la maggioranza e da una parte dell’opposizione; l’altro, invece, solo da una parte della maggioranza. C’è quindi un’asimmetria e c’è evidentemente all’interno di questa situazione anche un sfrido, che nasce proprio dalla mancanza di comunicazione, dal fatto che gli autori non si sono mai trovati tutti allo stesso tavolo.
Questo è un elemento di cui dovremo chiaramente tener conto nel corso dei giorni che verranno, ma non può essere un alibi: lo dico con molta chiarezza a nome del mio Gruppo e al mio Gruppo. Le transizioni democratiche sono avvenute in due modi: o attraverso fatti traumatici, come nel passaggio dalla Quarta alla Quinta Repubblica, nel quale le regole sono state fondamentalmente dettate dal vincitore, o attraverso accordi ampi, perché le regole si fanno tutti insieme. Quando si accetta questo secondo metodo, evidentemente il risultato non può essere ottimale per nessuno e l’accordo deve avere per forza una sua componente empirica e, per certi versi, anche approssimativa, che va accettata.
Dunque, il fatto che esistano un’asimmetria ed uno sfrido nel patto non è per noi alibi che giustifica «indiscipline». Ci possono essere delle posizioni personali, ma c’è una disciplina di Gruppo che evidentemente vale. Questo, però, non ci esime dal portare avanti una discussione libera all’interno di un Parlamento, senza ipocrisie: questa discussione tiene conto di tutti quanti gli accordi pregressi, perché così avviene nelle democrazie, anche in quelle parlamentari. D’altra parte, il Parlamento è un luogo nel quale possono esserci dei convincimenti che portano a delle maturazioni.
In conclusione, signor Presidente, ribadendo la disciplina nei confronti di un patto di maggioranza che ci ha visto partecipi e che ci ha visto influenzare il corso delle cose, vorrei fare alcune osservazioni su tre aspetti che certamente potranno avere una loro traduzione soltanto se questa cosa porta quel patto ad una sua maturazione complessiva.
Il primo riguarda il tema delle preferenze e dei capilista bloccati. Colleghi, voi sapete che il nostro Gruppo ha fatto del tema della scelta dell’eletto da parte dell’elettore un punto qualificante, devo dire che il mio Gruppo ancor più che me stesso, nel senso che anch’io credo che le preferenze abbiano degli indubbi vantaggi, ma anche degli indubbi limiti.
D’altra parte, non posso non notare che le preferenze vengono utilizzate ormai per le elezioni dei consigli comunali, per i consigli regionali e per le elezioni del Parlamento europeo, quindi è assolutamente improprio proporre una serie di argomentazioni contro le preferenze soltanto per quanto riguarda la rappresentanza parlamentare.
Ricordo che in prima lettura il disegno legge non prevedeva le preferenze e ora invece le prevede tranne che per i capilista e immagina anche la possibilità che ci siano delle multicandidature, quindi quei partiti che vogliono utilizzare quel sistema possono ridurre al minimo il numero dei cosiddetti eletti nominati. Per quel che ci riguarda, noi utilizzeremo fino in fondo questa opportunità che il disegno di legge ci dà per dare agli elettori la possibilità di incidere il più possibile. Si tratta quindi di un punto di caduta che è evidentemente un avanzamento e dico che c’è la nostra disponibilità a prendere in considerazione tutte le ipotesi che possano essere punti di caduta che comportano un avanzamento ulteriore.
Se posso esprimere una preoccupazione di sistema, vorrei dire che sarebbe bene che le multicandidature, laddove confermate e addirittura ampliate, prevedessero un meccanismo per il quale la scelta del collegio nel quale il multicandidato alla fine viene eletto sia determinata comunque dagli elettori e non dalla sua opzione personale. Ritengo che tale previsione rafforzerebbe molto la legge e lo farebbe anche alla luce e alla lettura della sentenza della Corte costituzionale. D’altra parte ciò potrebbe portare con più facilità anche ad ampliare ulteriormente il numero delle multicandidature, perché a questo punto la scelta comunque rimarrebbe nelle mani degli elettori e non di chi è eletto in più collegi.
Secondo punto: lista o coalizione. Noi usciamo da un sistema di coalizioni obbligatorie, nel quale le coalizioni si sono fatte per vincere le elezioni, per entrare in Parlamento, e non per governare e questo sistema è stato uno dei punti maggiormente critici di come ha funzionato il nostro sistema politico dal 1994 fino ad oggi. È dunque opportuno il superamento di quelle coalizioni e io credo che una rivalutazione dei partiti e anche di grandi partiti sia un fatto positivo. Abbiamo voluto l’inserimento della soglia del 3 per cento, perché riteniamo che ci debba essere un equilibrio tra rappresentanza e governabilità, non perché abbiamo l’ambizione di creare un piccolo partito.
È chiaro che questo disegno di legge va in un altro senso e quindi, visto che le leggi elettorali determinano anche fatti politici, esso deve spingere anche a nuove aggregazioni e noi abbiamo l’ambizione di essere un nucleo di una nuova e più grande aggregazione. Dico soltanto che le leggi elettorali e i sistemi istituzionali sono un’ortopedia che cerca di correggere alcune distorsioni per facilitare il governo; tuttavia l’ortopedia può correggere, non può creare, quindi stiamo attenti a togliere qualsiasi elasticità al sistema, perché richiamo di passare dalle coalizioni obbligatorie al divieto di coalizione. Comunque, se dobbiamo basare una legge sui partiti, dobbiamo fare in modo che i partiti siano più forti, siano più trasparenti e siano veramente il fulcro di questo sistema. Dobbiamo quindi pensare a una legge che attua l’articolo 49 della Costituzione, che prevede garanzie anche nella formazione di federazioni.
(L’intervento di Gaetano Quagliariello, senatore e coordinatore nazionale del Nuovo Centrodestra, al Senato della Repubblica)
