Un anno di guerra in Ucraina, ora basta legittimare la Russia

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Un anno di guerra in Ucraina, ora basta legittimare la Russia

Un anno di guerra in Ucraina, ora basta legittimare la Russia

13 Febbraio 2023

Quando la Russia ha iniziato la sua feroce invasione su vasta scala dell’Ucraina, esattamente un anno fa, sia gli osservatori russi che occidentali avevano previsto una rapida capitolazione di Kyiv in pochi giorni. All’epoca, la Russia, l’erede dell’impero sovietico, era considerata superiore da ogni punto di vista: militarmente avanzata, dotata di risorse economiche superiori e governata da un dittatore, Vladimir Putin, in grado di prendere decisioni rapide e decise sotto pressione. L’Ucraina, al contrario, era stata descritta negli anni passati come un paese corrotto, povero, profondamente diviso etnicamente e guidato da una classe dirigente democraticamente eletta ma debole.

Oggi, sappiamo che queste supposizioni – sostenute inizialmente persino dall’intelligence americana – erano quanto di più lontano dalla realtà. L’infallibile macchina da guerra russa si è rivelata essere profondamente corrotta e inefficiente, l’economia nazionale troppo dipendente dal mercato europeo e Putin un leader incompetente e isolato. Gli ucraini, al contrario, hanno dimostrato fin dall’inizio di voler conservare la propria indipendenza e democrazia con ogni mezzo. Allo stesso modo, i politici alla guida del paese hanno scelto fin da subito di rimanere nella capitale, nonostante i bombardamenti. Persino l’esercito, numericamente in svantaggio rispetto alle forze di Mosca, ha dimostrato una capacità adattativa e una tenacia impressionante.

Tuttavia, non è un segreto che, prima dell’inizio della guerra, la percezione in Europa e Nord America dell’Ucraina fosse più o meno in linea con quella della propaganda del Cremlino, soprattutto a causa della nostra scarsa capacità di comprensione delle dinamiche politiche e culturali dell’est Europa. Come occidente, abbiamo sempre letto questa regione geografica attraverso un’ottica fortemente russo-centrica, cosa che ci ha portato spesso a fraintendere molte delle caratteristiche dominanti della società ucraina. Prendiamo ad esempio il tema della lingua: oggi, circa il 30% degli ucraini sono di madrelingua russa, una caratteristica fino a pochi mesi fa interpretata come il segno di una società civile divisa. Tale fenomeno ha tuttavia radici nella storia coloniale russa e nei ripetuti tentativi di assimilazione operati negli anni dell’occupazione sovietica, anche in virtù della somiglianza tra russo e ucraino. Le due lingue hanno, secondo alcune stime, circa il 62% del loro vocabolario in comune. Tuttavia, secondo lo stesso metro, si tratta all’incirca della medesima quantità condivisa tra l’inglese e l’olandese, che non per questo vengono considerate la stessa lingua. Secondo accademici Ucraini come Olesya Khromeychuk, avremmo dovuto vedere nel bilinguismo e nella condivisione culturale il segno di una società pluralista e dinamica, e non, come Putin sembra credere, una estensione del territorio russo su base etnografica.

In modo simile, anche la società civile ucraina stessa è stata spesso ridimensionata dalla propaganda russa. Mentre infatti accettavamo con indulgenza il crescente autoritarismo di Mosca e la sua ingerenza nei nostri affari politici, l’Ucraina andava invece incontro ad una serie di importanti riforme, sviluppando una società civile sempre più dinamica e profondamente coinvolta nello sviluppo sociale e politico del paese. Secondo l’organizzazione americana non-profit Freedom House, al momento l’Ucraina risulta avere un indice democratico di 61 punti su una scala da uno a cento. Per mettere le cose in prospettiva, il livello democratico italiano si attesta a 90, mentre quello tedesco e francese sono rispettivamente a 94 e 89. La Russia, invece, si trova in una categoria totalmente diversa, con un punteggio di 19. Tale dato è ancora più significativo se si considera che questo “punteggio” è aumentato negli ultimi quindici anni per la democrazia ucraina, mentre per quella russa è sceso. L’Ucraina non è ancora una democrazia matura per come la intendiamo in Europa occidentale, ma ha già avviato un processo che potrebbe portarla a cambiare radicalmente nel prossimo futuro.

Allo stesso modo, anche le capacità militari ucraine sono state fortemente sottovalutate. Si potrebbe infatti pensare che la superiorità tecnologica dell’industria occidentale, nella forma degli armamenti mandati a Kyiv dall’UE, il Regno Unito e gli USA, abbia giocato un ruolo fondamentale nel garantire agli ucraini un vantaggio tecnico contro i russi. Tuttavia, questa è solo una parte della storia. Le armi moderne inviate negli ultimi mesi, infatti, non sarebbero state così determinanti se non fosse stato per la capacità e la strenua resistenza mostrata dall’esercito ucraino. Prima della guerra, la Russia era vista come la nazione con maggiori risorse economiche, umane e militari. Alla prova dei fatti, invece, si è rivelata essere un gigante solo in senso geografico, con un esercitò corrotto e impreparato, un’economia basata unicamente sull’esportazione di idrocarburi, e con una popolazione poco coesa, che al primo annuncio di coscrizione si è data alla fuga in UE e in Asia.

In sostanza, la Russia ha accelerato il suo declino e messo in mostra tutti i suoi limiti, ma ha anche distrutto molte delle nostre illusioni novecentesche su cosa sia davvero oggi una “grande potenza”. L’Ucraina, invece, con la sua società civile variegata e vivace, le sue forze armate caratterizzate da una linea di comando più flessibile e meno centralizzata rispetto a quella di Mosca e una rete di alleati che va dal Nord America all’Asia, ha addirittura risvegliato nell’occidente un senso di scopo che sembrava essere sparito negli ultimi quindici anni. Grazie al popolo ucraino, gli Stati Uniti hanno ritrovato un senso di finalità che sembrava essere stato compromesso per sempre dopo l’invasione dell’Iraq del 2003. L’Unione Europea ha forse finalmente accettato per la prima volta la sua responsabilità nel mantenere la pace e la stabilità nel continente. Non solo: un’intera generazione di politici europei sta venendo pian piano sostituita da una nuova classe di progressisti, che vedono la pace non come il prodotto di un momentaneo compromesso con forze reazionarie, ma come un progetto a lungo termine, da rafforzare anche con una solida deterrenza a difesa dei nostri partner.

Il futuro europeo apparterrà meno agli Olaf Scholz di ieri e più alle Sanna Marin, Kaja Kallas e Maia Sandu di domani, e possiamo anche in questo caso ringraziare l’Ucraina per averci risvegliato non tanto dal torpore auto congratulatorio del periodo post-Guerra fredda, ma dalla depressione sviluppata all’indomani della seconda guerra del golfo, il vero peccato originale dell’occidente nato dopo il 1991. In breve, la resistenza ucraina ha ridato forza, scopo e legittimità al concetto stesso di democrazia liberale. Per questa ragione, ciò che faremo in questo secondo anno di guerra conta più di ogni altra cosa. La vittoria della democrazia in Ucraina contro il modello violento di cleptocrazia fascista promosso da Mosca non è solo qualcosa che dobbiamo agli ucraini, ma a tutti i popoli liberi europei. Questa non è solo una guerra territoriale, ma prima di tutto di valori: inviare armi senza cedere al terrorismo psicologico del Cremlino, così come condividere risorse per permettere che l’economia ucraina possa continuare a funzionare, resta fondamentale. Tuttavia, non dovremmo farlo solo in virtù di un sentimento umanitario. Aiutare l’Ucraina non è beneficenza, ma un investimento sul futuro della democrazia e sulla sicurezza del continente. È inoltre fondamentale che le voci giuste siano ascoltate. Troppo a lungo abbiamo concesso spazio alla propaganda del Cremlino a scapito di intellettuali e giornalisti ucraini – molti dei quali hanno con l’Italia un rapporto profondo dovuto ai loro studi. La vittoria della democrazia in Europa sarà decisa anche rispetto alla dignità che daremo a chi vive questa tragedia in prima persona.