Maurizio Schoepflin


Antonio Rosmini, storia di un cattolico liberale

La recente promulgazione da parte del Pontefice Benedetto XVI del decreto con il quale viene attribuito un miracolo all’intercessione di Antonio Rosmini rappresenta un passo decisivo sulla via della beatificazione di questo grande protagonista della cultura cattolica e della storia della Chiesa. E ciò assume un significato del tutto particolare se pensiamo alle non poche sofferenze patite dal Rosmini stesso e dai suoi figli spirituali (come è noto, egli fondò l’Istituto della Carità, una famiglia religiosa ancora oggi assai attiva nel riproporre il carisma del Padre) a motivo delle critiche e delle condanne in cui incorsero alcune dottrine rosminiane.

Antonio Rosmini Serbati nacque a Rovereto nel 1797 e morì a Stresa nel 1855. Uomo di profondissima spiritualità e di grande cultura, ammirato da personalità del calibro di Manzoni e Gioberti, prete dal 1821, incoraggiato da vari papi a far fruttare i suoi straordinari talenti intellettuali, Rosmini scrisse numerose opere che costituiscono un patrimonio fra i più ricchi della moderna filosofia di ispirazione cattolica. Egli fu pure un protagonista del nostro risorgimento: considerato un cattolico liberale, si sa che nel 1848 Pio IX lo avrebbe voluto cardinale segretario di Stato. La principale preoccupazione che mosse Rosmini fu di carattere apologetico. Egli riteneva infatti che la filosofia moderna avesse arrecato danni assai gravi alla verità cattolica, in quanto portatrice di un soggettivismo inconciliabile con la più genuina tradizione cristiana. Il pensatore roveretano individuò allora nell’idea dell’essere il fondamento di ogni conoscenza umana e considerò tale idea innata e presente nell’uomo per volere di Dio.