Io sono Eleanor Rigby, quello che voi non volete vedere

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Io sono Eleanor Rigby, quello che voi non volete vedere

20 Settembre 2009

Io sono quello che voi non volete vedere.

Sono la muffa di ciò che una volta era una pesca, scordata nello scomparto più basso del vostro frigorifero nuovo.

Sono un eczema sul viso.

Sono un cancro.

Sono una persona sola. Voi la volete vedere una persona sola?

Cercate nell’angolo più nascosto, dietro il vostro bell’armadio in soggiorno. Se c’è uno scarafaggio morto stecchito, mi avete trovata.

Io vengo ai vostri matrimoni, mi siedo su una panchina davanti alla Chiesa e aspetto. Aspetto che voi usciate mano nella mano, sorridendo a fatica nell’uragano di riso sottile che vi travolge. Aspetto che voi facciate le foto. Aspetto che il riso sia tutto per terra, anche quello che era fra i vostri capelli o incastrato nel velo o dentro una tasca. Aspetto che voi ve ne andiate. Aspetto il silenzio.

Poi cammino lenta fino al sagrato, m’inginocchio, raccolgo il vostro riso, lo metto nelle mie vecchie tasche e lo porto a casa con me.

Lo faccio bollito e lo mangio senza aggiungere altro, nemmeno il sale.

Io mangio gli avanzi della vostra felicità.

Io guardo il mondo da dietro un vetro, godo delle vostre passeggiate autunnali, quando il vento urla più forte e voi, per non volare via, camminate abbracciati.

Io sfioro col pensiero i vostri cappotti, immagino il loro tepore e godo del vostro abbraccio, da dietro il vetro freddo della mia finestra.

Io mi riscaldo col riflesso del vostro amore.

Ogni tanto mi notate: “Una vecchia ci spia!”. Vi abbracciate più forte e allungate il passo. Ridacchiate, a volte. Siete indispettiti, altre.

Voi non la volete vedere una persona sola. O sbaglio?

Io sono la vostra vicina di casa, che credete matta. Sono il barbone sulla panchina, sono il piccione che vi chiede le briciole, sono vostra madre, vostra nonna, vostra figlia. Sono bianca, nera, rossa, sporca, pulita, insignificante. Sono una regina. Sono la persona con cui non parlereste mai. Io faccio paura.
Io parlo solo ascoltandovi, la mia bocca è muta, le labbra serrate.

Voi siete le mie parole, pur non volendolo. La mia voce è la vostra voce. Io la mia non la uso da tanto, troppo tempo. Ce l’avrò ancora una voce? Mi piacerebbe risentirla almeno una volta, prima di andarmene. Chissà se sono ancora capace di parlare… Chiedetemi “come va?” prima che muoia, vi prego, chiedetemelo, chiedetemelo!

Ma voi non mi volete vedere, figuriamoci se mi volete sentire.

Io continuo a vivere le vostre vite in silenzio, sola, nella mia testa.

Io ho due figli che mi amano alla follia, sono i tuoi, signora con la pelliccia di visone. Ho una casa bellissima, arredata con gusto, ed è la vostra coniugi Smith, sempre di corsa verso chissà cosa.

Ho un marito appassionato e fedele che non sa che lo tradisco quasi tutte le notti con un infermiere, ed è il tuo, ragazza crudele dai capelli color rame.

Guardami negli occhi se non hai paura di diventare come me.

“Come va signora Eleanor?”. Ormai è tardi.

 

La ragazza dai capelli color rame

 

Che giornataccia. Tutti continuano a dirmi che alla lunga mi ci abituerò e che la morte non sarà più un evento straordinario ma solo routine. Olga dice che dopo il quinto ci fai il callo e non ti impressioni nemmeno più. Stamattina ho raggiunto quota quattro, me ne manca uno, staremo a vedere. A me fanno pena ‘sti vecchietti, alcuni mi sembrano così soli. Ogni tanto gli racconto delle bugie, così, giusto per farli star meglio. Roba tipo: “ha chiamato suo figlio, dice che per Natale passa.” O: “I suoi nipoti crescono, sa? Hanno chiamato mentre dormiva e la salutano tanto.”.

Non saprei dire se mi credono. Alcuni non vivono più nel mondo reale, sono rimasti ancorati al passato, mi raccontano della guerra o del loro primo amore. Sempre le stesse cose, mille volte. Olga, quelli così, li chiama “i dischi rotti”. Poi ci sono quelli arzilli, fin troppo, ribattezzati “i maniaci”. E poi ci sono quelli come la signora Eleanor. Quelli che mangiano, guardano fuori dalla finestra, rimangiano e dormono, senza parlare mai.

Per Olga sono “i morti viventi”. Quelli così le fanno un po’ impressione, non so perché, ma dice che le dà fastidio guardarli negli occhi. Spesso si rifiuta di portargli il cibo o le medicine e delega il compito ad altri. Per questo oggi la signora Eleanor è compito mio.

Entro nella sua stanza vuota. Oggetti personali pochissimi, è qui da una vita e la sua vita è tutta qui. Un vecchio cappotto malconcio, una scatola di latta con dentro dei chicchi di riso, un cappello di lana. Mi avvicino alla finestra e la apro per far entrare un po’ d’aria. La signora Eleanor è a letto, sdraiata su un fianco, gli occhi aperti a guardare. Lei guarda sempre, guarda tutto, sembra che viva solo con gli occhi, tutto il resto del suo corpo è superfluo.

“Non parlare con loro, è una perdita di tempo, sono più di là che di qua. Fai quel che devi fare ed esci.”. Così mi ha insegnato Olga che è qui da molto più tempo di me, e così ho sempre fatto. Ma a me la signora Eleanor fa tenerezza. Mi ricorda un po’ la mia nonna. Magari anche a lei ricordo qualcuno, magari con me parla. Tentenno. Poi: “Come va signora Eleanor?”. Niente. “Signora, come si sente oggi? Le ho portato la pastiglia…”. Eleanor non reagisce. Immobile, muta, lo sguardo fisso. Troppo fisso.

E cinque.

Corro verso la porta e chiamo Olga, mentre le lacrime mi rigano il volto. Alla morte non ci si abitua mai. Mentre enormi singhiozzi tentano di soffocarmi, Olga arriva, composta come sempre. Guarda la signora Eleanor sistemandosi i lunghi capelli color rame in una perfetta coda di cavallo. Le si avvicina per tastarle il polso, poi mi guarda contrariata. “Pure da morta tiene gli occhi aperti, che ansia! Ma che avrà da guardare? Vado ad avvisare che si è liberata una camera.” Ed esce.

Rimango immobile, persa nel mio non saper che fare. Faccio qualche passo, allungo una mano verso Eleanor e le chiudo gli occhi.

“Addio.”, sussurro.