La modernità? Roba da fine del mondo!

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La modernità? Roba da fine del mondo!

13 Settembre 2009

Nel 1927 René Guénon aveva scritto La crisi del mondo moderno; nel 1945 pubblica Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi. Gli anni trascorsi fra il primo testo e il secondo confermavano, a suo parere, le previsioni che aveva fatto: la modernità si collocava a nel punto più basso mai conosciuto dalla storia, e vi avrebbe potuto far seguito solo la fine dei tempi, una catastrofe finale che avrebbe chiuso definitivamente quest’epoca. La prospettiva di Guénon nell’interpretare il presente si caratterizza per l’uso della dottrina induista delle quattro età del mondo: secondo tale dottrina il presente si colloca in fondo a una discesa che inizia da altezze solari e quasi mitiche e sprofonda sempre più giù attraversando la storia che conosciamo. In questo modo viene ribaltata la scala dei valori: la modernità non costituisce più l’apice dei tempi, come vuole la teoria del progresso, ma il punto più basso raggiunto nello sviluppo delle epoche che si sono succedute fin qui.

La coppia di concetti di cui Guénon si serve per comprendere il suo tempo è modernità/tradizione. Non sente il bisogno di definire la tradizione: la tradizione è, e non ha bisogno di altro. La modernità, a sua volta, si spiega con la tradizione: è, infatti, nient’altro che negazione della tradizione. Pure, mentre in questo testo della tradizione non viene detto niente, della modernità vengono dette molte cose. Del passaggio da tradizione a modernità Guénon offre una spiegazione che è un atto di fede: egli crede infatti nell’esistenza di un “ordine generale, umano e cosmico ad un tempo, in cui, volenti o nolenti, tutti dobbiamo integrarci”; le dottrine tradizionali ne tengono conto, mentre la conoscenza di tipo moderno si limita a scorgere negli eventi solo casi fortuiti. L’intento dell’opera è proprio quello di interpretare il tempo presente alla luce dei principi tradizionali mostrando la necessità di quanto oggi accade. Come appare la modernità se interpretata secondo i principi tradizionali? Tutti i suoi titoli di merito si rovesciano in difetti, errori, travisamenti della verità: ad esempio la scienza, della quale il mondo moderno si gloria tanto, risulta solo un estremo impoverimento della sapienza, un resto, un residuo, uno scarto. Altre caratteristiche, come il materialismo dei moderni, si spiegano perfettamente con i tratti che la fase del ciclo in cui l’umanità si trova possiede. La tendenza a ridurre tutto al solo punto di vista quantitativo, così nella scienza come nell’organizzazione sociale, “traduce rigorosamente le condizioni della fase ciclica raggiunta dall’umanità nei tempi moderni”, tanto da poter essere definita complessivamente “Regno della Quantità”. Questo è il grado zero della discesa dall’alto che è stata percorsa fin qui: e la discesa va letta come un progressivo allontanamento dal principio.

La coppia modernità/tradizione si sovrappone perfettamente in questo autore a quella Occidente/Oriente. La dominazione del mondo da parte dell’Occidente, e la conseguente modernizzazionem di tanta parte dell’Oriente, è stata effettuata solo con la forza materiale, e dunque è da considerare come espressione di quel “Regno della Quantità” che identifica puntualmente il presente. D’altra parte, l’Occidente coincide con la modernità, e cioè con la fine di un ciclo “poiché l’Occidente è proprio il punto in cui il sole tramonta, dove esso arriva al termine del suo percorso diurno, e dove, secondo la simbologia cinese, ‘il frutto maturo cade ai piedi dell’albero’.” Un’altra coppia sovrapponibile alla principale è quella unità/molteplicità: il principio originario coincide con l’unità, mentre la discesa porta verso una molteplicità non sorretta da alcun principio.

La discesa si verifica come passaggio dal polo positivo al polo negativo, verso la fine del ciclo è sempre più veloce e conosce un’accelerazione simile alla forza di gravità: da un ciclo all’altro e nel corso di un ciclo si modificano non solo gli esseri umani, ma anche la natura, l’ambiente in cui essi vivono. Tutto, assolutamente tutto, è determinato e prestabilito dalla dottrina delle quattro età. Malgrado il volgo ignorante e chi non vuol capire.

Noi, francamente, non sappiamo a chi spetti la palma della verità: se all’Occidente o all’Oriente, alla modernità o alla tradizione, all’unità o al molteplice. Osserviamo solo che la visione di Guénon è determinista e non lascia nessuno spazio alla variazione rispetto al piano cosmico, cioè al caso: ciò che è non è altro che ciò che deve essere. Il piano cosmico, la sapienza tradizionale, sono necessitanti molto più del sapere dei moderni: niente gli sfugge. Inoltre, il disegno dei cicli (che comprende tutta la storia) è guidato da un’idea perfettamente speculare a quella moderna di progresso ed è caratterizzato anch’esso dalla continuità: un progresso nell’allontanamento dal principio, nell’imperfezione, un progresso nella disgregazione e nel male. Fino all’inizio di un nuovo ciclo.

I difetti che emergono nella modernità letta in questo modo non sono diversi dai difetti della modernità interpretata secondo altre ottiche: sempre, a essere evidenziati sono il suo materialismo, la sua mancanza di principi alti, il suo affidarsi al sapere scientifico, il governo da parte della democrazia, la fede nell’opinione della maggioranza, l’individualismo, una organizzazione sociale che dà spazio solo agli aspetti quantitativi della vita, l’uniformità fra tutte le cose e tutte le persone, il macchinismo, l’egualitarismo e la dottrina “antinaturale” della democrazia, il livellamento e la scomparsa dei migliori, l’estensione a tutto il mondo dei prodotti dell’industria, la fede nella trasformazione del mondo, l’opposizione al mestiere, l’anonimato nella massa, la scomparsa della religione, l’avversione al segreto, la fine della privatezza, la regressione dell’uomo verso il modello collettivizzato dell’alveare o del formicaio, il razionalismo, il disinteresse per tutto ciò che fuoriesce dalla vita ordinaria, il dominio dell’economia, la concezione esclusivamente quantitativa della moneta, il carattere sempre più artificiale del mondo, la sostituzione della religione con riti civili o laici destinati alle masse.

Interessante come presentazione della concezione della storia della religione induista, il testo di Guénon non risulta meno interessante per chi nutre curiosità per la critica della modernità: qui essa viene effettuata sulla base del tradizionalismo. Il tradizionalismo di Guénon si distingue da altri tradizionalismi per il fatto che la tradizione a cui si richiama non è qualcosa di umano, ma di sovrumano: è un tradizionalismo che vede in azione nel mondo un piano superiore al quale gli eventi si conformano, una essenza delle cose di cui la manifestazione esteriore è solo copertura, apparenza, schermo illusorio.

Della dottrina del progresso la concezione della storia di Guénon rappresenta l’esatto opposto: come quella, è determinata da una legge sovrastorica, è progressiva, si svolge senza interruzioni. La sola, ma significativa, differenza, è che secondo la dottrine induista la fine dei tempi conduce a un ribaltamento che introduce improvvisamente il positivo nella storia: così, la fine di una umanità coincide con l’inizio di un’umanità nuova. Di fatto, però, il disegno storico al quale Guénon fa riferimento coincide esattamente con la storia a noi nota: l’umanità protagonista di essa è sempre la stessa, e non si riesce a intravedere una umanità diversa che l’abbia preceduta in un ciclo di civiltà precedente o successivo. Così, mentre secondo l’idea di progresso le epoche si dispongono secondo la loro sempre maggiore perfezione, in questa concezione le epoche si dispongono secondo la loro sempre maggiore imperfezione, fino al ribaltamento finale.

 Guénon legge nel mondo moderno e nella sua bassezza il germe di una altezza futura. Ciò che lo salva dal pessimismo è la fede in un ribaltamento radicale della storia che avviene proprio nel punto più critico di essa. Vede il mondo moderno come un male, ma proprio nel male può leggere un percorso di salvezza, di rinascita, di partenza della storia nuovamente da zero. In questo punto, la visione di Guénon si rivela anche profondamente ottimista ma senza dover rinunciare al suo pessimismo e alla critica della modernità: in fondo, alla pari dell’idea di progresso a cui tanto si oppone, anche questa risulta essere una fede nel futuro che non richiede una particolare attività all’essere umano, dal momento che si verifica indipendentemente dai suoi sforzi e in modo incontrastabile. Una fede tanto più tranquillizzante quanto più il mondo moderno sprofonda nell’imperfezione.

R. GUENON, Il Regno della Quantità e i Segni dei Tempi, trad. it. Milano, Adelphi, 2009, pp. 272, euro 14.