La Repubblica dei sussidi che alimenta il populismo

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La Repubblica dei sussidi che alimenta il populismo

La Repubblica dei sussidi che alimenta il populismo

26 Giugno 2022

È vero che questa legislatura è iniziata con la balzana idea dell’impeachment a Mattarella e il “governo del cambiamento”, ma è finita con un esecutivo guidato da Mario Draghi. Non si può negare che quattro anni fa c’era la corsa alle estreme; invece, oggi si va verso l’affollamento al centro e agli appelli alla moderazione. Eppure, c’è anche la sensazione che sarebbe un errore dare il populismo, di vario genere e colore, per spacciato.

La pandemia e la guerra hanno prestato il fianco tanto a prese di posizione muscolari a livello mediatico quanto all’elargizione di una serie pressoché infinita di discutibili bonus. L’esito è tutt’altro che chiaro. Il tentativo di buon governo di Draghi, spesso ostacolato dai partiti, è una vera inversione di trend?

La spesa pubblica come costante politica

I governi Conte, pur nella diversità della propria composizione, hanno affogato il paese in un mare di spesa pubblica improduttiva. Il governo Draghi, purtroppo, non ha potuto azzerare i disastri di quei tre anni. Così tra i prepensionamenti ingiustificati, il mal disegnato reddito di cittadinanza e una pletora di bonus di dubbia utilità, la spesa pubblica è esplosa. Questo approccio alla politica economica non sembra cambiare. Tutti i partiti, chi più e chi meno, hanno abbracciato la retorica del debito buono solo per soddisfare le proprie constituency.

Come il tranello del diavolo di Harry Potter, più ci si muove in questo modo più aumenta la probabilità di soccombere perché tutto è collegato. L’effetto combinato di sussidi, prepensionamenti e mancata valorizzazione della formazione tecnica porta problemi enormi per il reclutamento delle aziende. I miglioramenti che stiamo vedendo sono responsabilità quasi esclusiva di Draghi, non certo dei grandi partiti.

La povertà emblema dei problemi italiani

Un altro problema è che a nessuno sembra interessare cosa succede davvero nel Paese. L’esempio della povertà è emblematico. Michele Inserra ha raccontato di una strana tendenza lo scorso 17 giugno dalle colonne del Quotidiano del Sud. Nella regione Campania, che risulta penultima in Italia nel 2021 per reddito medio pro capite, ovvero 15.093 mila euro, la spesa per i beni durevoli è aumentata del 16,8%. Parliamo di tre punti percentuali oltre alla media nazionale per un valore equivalente di 2,2 miliardi di euro. La tendenza registrata è analoga, anche se meno intensa, negli altri territori del Mezzogiorno.

L’indicatore del reddito ufficiale dichiarato, o addirittura autocertificato per mezzo delle dichiarazioni Isee, serve al fine di erogare sussidi pubblici di natura assistenziale. Possibile che il legislatore non si faccia due domande? Possibile che le continue misure di sostegno non tengano conto di questi dati? Si potrebbe fare un discorso analogo sull’evasione fiscale di cui tutti si lamentano, ma che nessuna forza politica analizza e combatte seriamente.

Il populismo non muore, anzi

“In fin dei conti cos’è il populismo?”, si chiede Natale Forlani sul Sussidiario. “È la tentazione perenne di attribuire a qualcun altro l’origine dei nostri mali e di esaltarli oltre ogni limite per la finalità di giustificare ogni sorta di rivendicazione e persino i propri comportamenti illeciti”. Forlani non è ottimista, come chi scrive, e afferma che “come un’Araba fenice il populismo è capace di rigenerarsi sull’onda dei suoi fallimenti, dopo aver liquidato i Masanielli di turno che hanno esaurito i bonus delle promesse mancate”.

L’ex segretario confederale della Cisl riconosce poi i limiti dei governi di larghe intese. “I Governi Monti, Draghi, e quelli destinati a subentrare nel prossimo futuro ai fallimenti delle forze politiche, per quanto necessari, rimangono incidenti di percorso”, sostiene amaramente. Sono utili allo scopo di rassicurare le istituzioni europee e i mercati finanziari, “e per far digerire qualche boccone amaro dettato da motivi di emergenza”. Ciononostante, risultano “estranei alle dinamiche della formazione del consenso politico”.

Stiamo vivendo un periodo storico denso di cambiamenti economici, geopolitici e istituzionali, per stare al passo servono innovazione, investimenti, riduzione del perimetro statale, rilancio demografico e formazione continua. “Non mancano le risorse tecnologiche e finanziarie per poterlo fare. È la dote dei valori condivisi che risulta inadeguata”, conclude Forlani.