Home News La strategia di Renzi e il riformismo di Toti: il futuro del centro nell’ora di Draghi

L'intervento

La strategia di Renzi e il riformismo di Toti: il futuro del centro nell’ora di Draghi

0
444

Accanto alla linea editoriale, apriamo un dibattito aperto alle diverse e varie opinioni degli amici dell’Occidentale sugli ultimi avvenimenti politici e sulle prospettive future.

Sappiamo com’è andata a finire. Naufragata la trattativa tra Renzi e il resto della maggioranza giallorossa, il Presidente della Repubblica ha prospettato la soluzione di un governo di alto profilo che potrebbe essere guidato da Mario Draghi se otterrà la fiducia del parlamento. Come scrive Claudia Passa (“Con un anno di ritardo”), Draghi è un campione nazionale, una riserva della Repubblica che “gli interessi nazionali ha dimostrato di saperli fare”, in grado di tutelare l’Italia e i mercati con il suo “whatever it takes” e che ora dovrà guidare quel “gabinetto di guerra” composto da un dream team di personalità che più volte è stato invocato sulle pagine dell’Occidentale. Ma è innegabile che, senza la coraggiosa manovra di Matteo Renzi, non saremmo arrivati, almeno nel breve termine, al governo Draghi. Non possiamo sapere se Renzi avesse coltivato l’idea di non far nascere comunque il Conte-ter, magari puntando su un nome diverso nell’ambito della stessa maggioranza o avendo già in mente Draghi. Sta di fatto che le trattative, durante il mandato esplorativo di Roberto Fico, non hanno condotto a nessun accordo. L’apertura della crisi da parte di Renzi è stata giudicata, erroneamente, una mossa irrazionale, irresponsabile e condizionata dal narcisismo politico, come se si trattasse di un all-in fatto al buio. Più che un’improvvisata partita di poker, quella di Matteo Renzi potrebbe rivelarsi, invece, il primo passo, al di là della possibile esperienza del governo dell’ex Presidente della Bce, di una strategia di lungo corso destinata a fare il gioco di tutte quelle formazioni moderate e di centro che, in un possibile scenario di proporzionale puro, saranno determinanti. Soprattutto se si tiene conto del fatto che il bipolarismo, come annotato da Gaetano Quagliariello (“Storia di una crisi”), è già andato in tilt nel 2013 e nel 2018, anche per effetto di un Movimento 5 stelle che, però, è mutato, negli ultimi tempi, da forza anti-sistema in forza governista, integrandosi nel campo del centrosinistra. Nella crisi di governo, secondo Giuseppe Leonelli, l’iniziale “posizione giacobina” del centrodestra (o voto o nulla), non condivisa da Cambiamo di Toti, aveva rafforzato, almeno per poco, Giuseppe Conte. Per fortuna, come annotato dallo stesso Leonelli (“Crisi di governo, Mattarella punta al Conte ter. Ma l’alternativa del governo istituzionale resta in campo”), la comunicazione di Salvini al Quirinale, in rappresentanza del centrodestra, aveva lasciato uno spiraglio per un “governo forte”, al di là della via maestra delle urne. Giovanni Toti aveva lanciato la proposta di una bicamerale per le riforme, anche nel caso in cui avesse preso forma un nuovo governo nel perimetro della maggioranza giallorossa. Una proposta efficace e lungimirante che è stata prontamente raccolta da Italia Viva che – come raccontato in un articolo sul Messaggero del 1 febbraio – avrebbe suggerito, nei tavoli coordinati da Roberto Fico, un documento di sintesi nel quale si menzionasse la formazione di una bicamerale per le riforme la cui presidenza avrebbe dovuto essere assegnata alle opposizioni. L’altra idea di Giovanni Toti – descritta sul sito di Cambiamo – è quella di una riforma elettorale che porti ad un sistema proporzionale con sbarramento, ad un Senato delle regioni e delle città metropolitane e ad una premiership in forma di cancellierato con il meccanismo della sfiducia costruttiva. Insomma un vero e proprio rilancio del riformismo che potrebbe avere il fine di ricostruire – anche nel contesto di un governo di alto profilo retto da Draghi – uno spazio allargato di convergenza politica e di innovazione istituzionale, interpretando in modo proattivo l’appello al tempo dei “costruttori” del Presidente della Repubblica. Alla manovra renziana, che cercava di spostare verso il centro temi e metodi della maggioranza giallorossa (almeno sino al “game over” delle trattative), aveva risposto una mossa dialogante e costruttiva da parte di Cambiamo che puntava sul riformismo istituzionale (peraltro vecchio “pallino” di Renzi), vera chiave di volta dello sviluppo economico. Siamo, quindi, in presenza di differenti culture politiche che provano a costruire un “metodo comune” di uscita da una crisi che non è solo politica ma di sistema?

A onor del vero, Renzi, durante le dichiarazioni al Quirinale, aveva evocato la possibilità di appoggiare, se necessario, un governo istituzionale e aveva citato il nome di Draghi a proposito del debito buono. Un segno per alcuni che forse Renzi vagheggiava già un esecutivo “All-Star” che non dovrebbe essere troppo dissimile dal governo di alto profilo che ha in mente il Presidente della Repubblica. Che la scelta di Renzi di supportare un Conte-ter o un governo con un altro premier, non fosse solo una vicenda interna alla maggioranza giallorossa, lo insinuava Augusto Minzolini che, sulle colonne del “Giornale”, in un articolo del 30 gennaio 2021, descriveva un Renzi-Amleto che era dinanzi ad un bivio. Far partire un Conte-ter dove far valere più di prima la golden share e avere voce in capitolo sul Recovery plan, condannando però la sua creatura politica al probabile declino dei consensi; oppure sparigliare e giocare da propulsore per un governo istituzionale, dove conterebbe forse meno (a livello di incisività parlamentare), ma che gli restituirebbe un ruolo di regista ad ampio respiro e di ispiratore (potenzialmente) di un’ampia area moderata e riformista. Sappiamo che si è realizzato il secondo scenario, sempre che il governo Draghi ottenga la fiducia delle camere. Uno scenario che presenta molte incognite perché, dopo il mancato Conte-ter, è difficile prevedere se ci saranno smottamenti nel M5s che potrebbe spaccarsi tra quanti si dichiareranno disposti ad appoggiare il governo Draghi e quanti vorrebbero giocarsi la carta della non fiducia a Draghi per andare al voto (magari con Conte alla guida). Né è del tutto scontato l’appoggio incondizionato di Fratelli d’Italia e Lega che potrebbero fissare alcuni paletti prima di votare un governo guidato dall’ex Presidente della Bce. L’operazione di Renzi potrebbe aprire una discussione anche nel Pd e indebolire la linea politica di Zingaretti. Ma, senza avventurarsi in previsioni difficili perfino per gli addetti ai lavori, cerchiamo di capire perché la sorte di Renzi non sia estranea al destino di quell’ampia zona mediana che può trovare sia una declinazione liberal-democratica che conservatrice e riformista.

La “Cosa” di Renzi, gli scismi e la prospettiva delle riforme

Quella di Renzi non è una storia di “sinistra” e riguarda, sotto molti aspetti, l’eredità del moderatismo e del centrismo. Ecco perché il suo destino politico dovrebbe interessarci nella misura in cui inciderà sul destino dei moderati italiani.  Per capire quale sia stata la sua strategia “in assetto variabile” bisogna fare un passo indietro e tornare alle origini di Italia Viva.   Dopo anni di sospetti, ipotesi, annunci, teorie, alchimie partitiche, si era materializzato lo scisma renziano che preludeva ad una nuova “Cosa”. Etimologicamente il termine “scisma” deriva dal verbo greco schízein e significa separazione: da cui anche la parola “schizofrenia” (scissione in due della mente). In contesto religioso esso designa appunto una separazione che avviene nella comunità ecclesiastica. Troviamo la parola prima nella Lettera ai Corinti di San Paolo e poi in Ireneo di Lione e in Agostino, dove lo scisma è una divisione che avviene in seno ad una comunità che non mette in gioco le verità e i dogmi della fede, mentre l’eresia comporta la messa in discussione dei dogmi teologali. Ma quello renziano è sempre stato percepito più come un’eresia che come uno scisma. L’aver definito il Pd un partito novecentesco significa aver posto in discussione le forme della partecipazione, della decisione e le idee che esso porta avanti. Italia Viva non voleva essere, negli auspici di Matteo Renzi, novecentesca, correntizia e non avrebbe avuto le stesse liturgie del Pd. E’ quello che i teologi chiamavano teologia apofatica: dire ciò che Dio non può essere prima ancora di dire ciò che Dio è. Si era dunque passati alla teologia catafatica: Italia Viva avrebbe dovuto essere, negli intenti più o meno espliciti del suo leader, contemporanea, post-ideologica, univoca, personalistica, centrista. Del resto, come evidenzia un articolo del 25 settembre 2019 di Carlo Cerami (“Non guardate la scissione del Pd con le lenti del Novecento”) sul sito del quotidiano Linkiesta, si contrappongono due idee di partito: un’idea “religiosa” di partito come “comunità” per il Pd e un’idea di partito personale carismatico per Matteo Renzi, non privo di un ancoraggio ad una cultura cattolica di base. Il riferimento culturale di Italia Viva non era nemmeno più il socialismo alla Giddens che Renzi aveva vagheggiato, almeno al principio, quando era segretario del Pd, cercando di coniugare Blair con Obama. Era semmai la post-margherita nel segno del civismo. Matteo Renzi aveva tracciato le coordinate e gli orizzonti della nuova creatura politica, in un’ intervista rilasciata, il 30 settembre 2019, a Claudio Cerasa (“Manifesto per un governo vivo”) sul Foglio, dove, oltre a sottolineare la distanza di linguaggio, stile e liturgie rispetto al Pd e a rivendicare le vecchie battaglie (Jobs Act, referendum, politiche economiche), aveva disegnato, tra realismo e wishful thinking, un partito delle pari opportunità, della bellezza come valore artistico e culturale, del patriottismo pur in uno scenario europeo e cooperativo, un partito no tax e delle autonomie, la cui anima è quella delle persone che lavorano e del terzo settore. E, sempre nell’intervista di Claudio Cerasa, Renzi delineava un partito della “società aperta” che guardava con attenzione alle esperienze riformiste di Macron e dei democratici americani. Come era avvenuto lo scisma renziano?  Uno scisma parlamentare con deputati e senatori che avevano lasciato il gruppo del Pd, subito dopo l’inaspettata alleanza di governo tra Pd e M5s. La nascita di Italia Viva non preludeva a nessuna rivoluzione poiché il Renzi rottamatore non c’era più: la jeunesse renziana, idealistica e sognatrice, aveva definitivamente lasciato il posto al realismo del politico puro che, pur di evitare il voto che avrebbe probabilmente dato la vittoria al centrodestra, non aveva esitato a far accordi con l’arci-nemico di ieri (in questo caso l’arcinemico era il M5s). Semmai era un ritorno al centro. Una nuova Margherita ansiosa di calamitare consensi anche da destra: sappiamo che quell’operazione non è ancora riuscita e che il partito di Renzi non è decollato nei sondaggi. Ma non è del tutto peregrina l’idea in futuro di un’alleanza politica tra Italia Viva, +Europa e Azione, che peraltro erano alleati in Puglia per sostenere il candidato Ivan Scalfarotto alla presidenza della regione. In futuro e con un ritorno ad un proporzionale puro, un polo libdem che raccolga le forze centriste potrebbe giocare un ruolo fondamentale con un potere gravitazionale sia destra che a sinistra. Se questo è uno scenario futuribile, assumerebbe un valore strategico l’operazione di Renzi che, aprendo la crisi, da un lato voleva far emergere i nodi irrisolti del governo giallorosso, dall’altro sembrava puntare a indebolire Conte per impedire che una costante ascesa nei sondaggi e una sua lista potessero compromettere, in prospettiva, l’egemonia al centro.

Nemici mai. Il nuovo ircocervo di crociana memoria come cartel party?

Siamo lontani dal tempo in cui i movimenti politici prendevano prima forma nella società e poi si insediavano nelle istituzioni. Oggi molti partiti nascono per osmosi parlamentare. Il governo Pd-M5s nasceva sostanzialmente per arginare la Lega di Salvini che avrebbe potuto vincere le elezioni politiche insieme alle altre forze del centrodestra. A quel punto si era vagheggiata una sorta di alleanza permanente e strutturale tra Pd e M5s o, addirittura, un progetto di conversione pedagogica del “populismo” in progressismo, come sostenuto dal politologo e sociologo Massimiliano Panarari in un’intervista del 21 agosto 2020 su formiche.net di Francesco De Palo (“La sconfitta di Bettini e il naufragio dell’alleanza Pd-M5s secondo Panarari”). Un progetto che, per esplicita ammissione del suo ispiratore, non è andato in porto, risolvendosi paradossalmente nel suo contrario (con il populismo instillato nel dna del progressismo) e che oggi rischia di tradursi, dopo l’uscita di scena di Conte e il probabile avvento del governo Draghi, in un fallimento politico da cui potrebbero uscire ammaccati sia M5s che Pd. Ma, subito dopo il formarsi della “strana coppia” Pd-M5s al governo, di cui era stato pronubo lo stesso Renzi, era arrivato lo scisma di Italia Viva, sempre annunciato o vagheggiato, ma divenuto realtà nel giro di pochi giorni, in una lunga estate calda politica. Pur di evitare le urne elettorali che avrebbero potuto sancire la vittoria del centrodestra, aveva preso forma un singolare ircocervo politico. L’ircocervo è un animale fantastico, mezzo caprone e mezzo cervo. Benedetto Croce aveva usato questo termine nel 1942 per designare il liberalsocialismo di Guido Calogero. Un ircocervo, quello dell’alleanza Pd-M5s, che qualcuno ha definito un “cartel party”, che l’emergenza pandemica ha trasformato in una specie governo per la salute pubblica e che oggi potrebbe essere avvicendato da un governo di salute pubblica guidato da Mario Draghi (nel caso ottenga la fiducia). Dentro un simile ircocervo si agitavano, fin da principio, correnti e altri partiti in nuce: accanto ai dissidenti pentastellati (contrari all’ircocervo ma non ancora transfughi), si plasmava la “cosa” renziana (Italia Viva) che, ancor prima di nascere nella società (sebbene esistessero in embrione i comitati civici), prendeva forma in parlamento attraverso la costituzione di gruppi parlamentari sganciati dal Pd. Venuta meno la dialettica schmittiana amico-nemico che conferiva senso al vecchio posizionamento politico di Pd e M5s, le due entità non potranno più autodeterminarsi per teologia apofatica, affermando ciò che essi non sono ma dovranno riscrivere un’identità che non potrà più essere opposizionale ma contigua.  Dovranno parlare a due bacini elettorali che non saranno più due popoli in lotta ma due elettorati ormai più simili che divergenti, soprattutto dopo l’esperienza di Conte che era stato indicato, in modo bipartisan, come “punto di equilibrio”. In un futuribile scenario da proporzionale puro, eventuali voti in uscita da Pd e M5s potrebbero confluire in un’area politica di centro che potrebbe essere occupata presumibilmente da Italia Viva, Azione, + Europa, nonché da Forza Italia, Udc, Cambiamo e persino da un ipotetico leghismo centrista. E’ quello che Panarari chiama, nell’articolo già citato su formiche.net, “il grande cantiere del centro”, “un’area di opinione comune” tra cittadini “allergici agli estremismi”. Nulla ovviamente potrebbe impedire anche a Giuseppe Conte, lontano da Palazzo Chigi, di fondare un suo partito (o di guidare lo stesso M5s), ma, in questo caso, non avrebbe più il vento in poppa garantito dalla visibilità offerta da una carica di governo. Qualcuno può obiettare che il centrismo è bipolarizzato da molti anni e che è pura “ingegneria genetica” immaginare una coalizione dei moderati: ma negli ultimi anni ci stiamo abituando a geometrie variabili e alle alleanze più insolite. Non vi è certo coincidenza fra il riformismo renziano post-margherita che guarda a Biden e al progressismo sociale e, ad esempio, la cultura riformista, liberale e conservatrice (“conservatori di civiltà”) di Cambiamo. Ma è del tutto evidente che sui temi della modernizzazione del paese, dell’innovazione (anche istituzionale), dell’anti-ideologismo, della necessità di selezionare la classe dirigente (senza cedere al principio dell’uno vale uno), le due forze possano dialogare, non solo in prossimità delle future elezioni politiche, ma anche nel breve termine, magari attraverso quell’idea di una bicamerale delle riforme auspicata da Giovanni Toti che Italia Viva avrebbe già accolto con interesse e che anche un governo Draghi potrebbe considerare come un viatico necessario allo sviluppo economico.

La polifonia del pluralismo “centrato” e il riformismo innovatore

Adattabilità politica, cartel party, proporzionalismo come wishful thinking, riforma del Senato e delle autonomie locali, ricostruzione di un centrismo largo alternativo alle ali estreme, un pluralismo non più polarizzato (per usare la definizione di Sartori) ma centrato: ecco uno scenario post-bipolare che superi la frammentazione e persegua equilibrio ed innovazione. Un pluralismo che le elezioni locali fatalmente polarizzano ma che tornerà alla sua polifonia allorché si dovesse votare alle prossime politiche con un sistema proporzionale puro (seppure con sbarramento). Questo potrebbe essere in nuce il progetto politico a lungo raggio sia di Renzi, sia dei partiti e delle culture politiche dei moderati di centrodestra, dei conservatori e dei liberali che non si riconoscono in posizioni estreme, soprattutto ora che un futuribile governo Draghi potrebbe incoraggiare la formazione di un’ampia area di riformismo innovatore ed europeista.

 

 

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here