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L'analisi

Politica mediocre e cultura prosciugata: come l’Italia svende i suoi figli migliori all’estero

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“Una volta si stava meglio”, è una delle frasi più ripetute nella storia dell’umanità, soprattutto quando bisogna trovare una soluzione retorica all’azzeccagarbugli che è diventata la realtà, sicché per farla breve si fa riferimento alla formula magica banale quanto decisa.
Eppure sarebbe da analizzarla, soprattutto in funzione dei cambiamenti sociali ed economici che hanno investito la nostra nazione, dal sistema Europa alla caduta del muro di Berlino, le grandi migrazioni di massa verso il mondo occidentale, crisi internazionali sempre più estese e il continuo bisogno di trovare una traccia coerente tra democrazia, realtà e partiti.

Ma non è più così immediato, persino ciò che appariva tanto semplice è divenuto confuso: se i partiti fino ad almeno trent’anni fa facevano da filtro per la realtà ricercando un’interpretazione immediata tra “cose di palazzo” e società civile, oggi vi è una spaccatura che ha concretizzato il timore dell’avvenire predetto già decenni fa.Sicché vediamo sempre meno partiti e politici, l’agone politico è stato contaminato da più modus operandi appartenenti alla società di massa e non c’è stato alcun modo per frenare questo processo: politica come talk show, leader come presentatori o attori televisivi, è divenuto così importante apparire che persino i temi non sono altro che scuse per restare in ribalta e far parlare di sè.

Ed allora non meravigliamoci se quel filtro partito-società è caduto confondendosi, che sia destra o sinistra la tendenza si conferma triste ed inesorabile: i problemi del “paese reale” si nascondono di fronte a quelli del “paese ideologico”, la spaccatura culturale e sociale rende sempre meno soddisfatti i più giovani che sentono su di loro la zavorra di scelte fatte prima. Vi è quindi, tra le tante tensioni sociali che si sono presentate, una vera e propria lotta generazionale che necessariamente diventa pasto per la politica, un viaggio tra l’istruzione e la volontà dell’affermarsi.
Diceva Pareto che la storia è un cimitero di aristocrazie, con questa invettiva il grande pensatore voleva proprio riferirsi alla tendenza naturale dell’alternarsi tra circoli di potere e idee rispetto ad altre.

Per farla breve la vita, come la politica, è intesa come guerra tra idee e paradigmi.
Eppure i più giovani sentono di non avere alcun potere decisionale in questo, sicché si prende la scorciatoia più semplice (come quella del “prima si stava meglio”) abbracciando lotte sterili ed ideologiche, fomentate dagli stessi che hanno deformato la divisione tra realtà ed utopia.
I grandi cambiamenti a cui facevamo riferimento prima, hanno fatto sì che le sempre meno sicurezze economiche potessero fraintendersi con una lotta continua e spropositata a rivendicazioni ideologiche, come se queste fossero realmente necessarie in una società a cui manca un sano ascensore sociale e di conseguenza la possibilità di credere in un avvenire più sereno.
Chiariamoci: non ha alcun senso aspettarsi un premio dal proprio Stato per aver preso determinate scelte, anzi, questa mentalità è una delle ragioni per cui si vive in condizioni sempre più allarmanti.
Ma se il gioco della democrazia funziona e vogliamo esserne tutti partecipi, allora è necessario che la compagine istituzionale e governativa si prenda le responsabilità della nave che ha deciso di guidare.
Non abbiamo bisogno di slogan ideologici, che siano sterili battaglie tra nomi e altre mode infantili di cui possiamo fare a meno.

Come sostiene Enrico Mariutti ne il Sole 24 Ore: “L’Italia non ha semplicemente bisogno di posti di lavoro ma di posti di lavoro ad alto valore aggiunto, che assicurino un reddito medio-alto, sufficiente a garantire un elevato livello di servizi pubblici attraverso una contribuzione fiscale equa. Deve essere capace di sfruttrare l’ingente capitale umano di cui già dispone”. Perché se non prendiamo consapevolezza di quanto poco attraenti siamo diventanti per le opportunità di sviluppo e crescita, non avrà alcun senso abbracciare le numerose lotte sterili che identificano la povertà culturale ed ideologica del paese.
E’ anche vero che questa tendenza riguarda ormai tutte le democrazie occidentali, ma l’Italia ne ha fatto quasi unico serbatoio di contenuti, dando sempre meno importanza alle garanzie per un avvenire, non contrastando in alcun modo il triste trend europeo.
Possiamo guardare con nostalgia ai tempi andati esattamente come si fa coi ricordi belli di quando si era giovani, ma non sarà in alcun modo utile rimpiangere un passato che comunque non ha garantito radici solide al nostro paese. Ancora meno sono necessari slogan terzomondisti o nazionalisti, la politica polarizzata non è di alcun aiuto a nessuno.

L’emotività pubblicitaria non permetterà ad un’Italia di essere grande come fu in passato e neanche di competere con le altre realtà europee, smettiamola di dire che “prima si stava meglio” mentre guardiamo i nostri giovani lasciare casa alla ricerca di un futuro migliore altrove. E’ una sconfitta, una presa in giro della politica, perché ogni giovane che fa le valigie per lasciare definitivamente la propria terra alla ricerca di una meritata realizzazione ha un prezzo sociale enorme per l’intero avvenire nazionale.

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