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La criticona

Sono passati quasi settant’anni e l’Europa è sempre in crisi

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Viene pubblicato in edizione economica un libro che si è fatto strada anche da noi in pochi anni fino a imporsi come un piccolo classico del Novecento. Si tratta di "L’agonia dell’Europa". Marìa Zambrano vi si interroga, nel 1940, sull’essenza dell’Europa di fronte alla sua crisi evidente da segni più e meno grandi: la guerra, il risentimento diffuso, il culto del successo, la servitù nei confronti dei fatti, la passività verso la natura e verso quella seconda natura costituita dalla società e divenuta un corpo pesante e oppressivo. Fra i segni della crisi nota ancora: “Mancanza di solitudine, di spazio libero, puro e vuoto all’interno della coscienza; di quella solitudine e quella libertà che possono aversi anche fra le zanne della belva.”

 

Zambrano scrive alla fine di un periodo fitto di diagnosi sulla crisi dell’Europa, come segnala subito all’inizio del testo: “Da parecchi anni si va ripetendo: l’Europa è in decadenza. Adesso non sembra più necessario dirlo.” La fenomenologia della crisi è restituita in modo vivido: “Ci è toccato di vivere ore di dispersione. Le ultime creazioni europee erano tutte caratterizzate dall’essere opere in cui si eseguiva una distruzione, in cui si verificava uno smarrimento. L’ultima pittura era la distruzione implacabile della pittura; la letteratura negava se stessa, e perfino la filosofia naufragava in un vitalismo e in un esistenzialismo disperato. Nulla di integro, nulla di intero.”

 

Sotto la varietà dei fenomeni con cui si mostra, è necessario però cercare la causa che produce la crisi. La crisi dell’Europa era stata spiegata con i motivi più diversi, ma generalmente con una scomparsa, un venire a mancare, un affievolirsi di qualcuno o tutti gli elementi che un tempo avevano fatto grande l’Europa: per Ortega y Gasset ciò che scompariva con l’affermarsi della società di massa era l’individuo, per Huizinga era la stessa idea di cultura intesa come equilibrio e gratuità, per Husserl si trattava di una crisi delle scienze, cioè della conoscenza, per Valéry era crisi dello spirito, e si potrebbe continuare a lungo con l’enumerazione. Nelle pagine di Zambrano si esprime invece un’idea opposta: è proprio ciò che caratterizza di più l’Europa a produrre la sua crisi, non il suo venire a mancare o il suo indebolirsi, ed è lo stesso elemento a rappresentare anche la  possibile salvezza. Quell’elemento, in cui è racchiusa l’essenza dell’Europa, è la violenza: “L’Europa si era costituita nella violenza, in una violenza che abbracciava ogni possibile manifestazione, in una violenza di radice, di principio. La violenza era in tutti gli aspetti della sua vita.” La violenza europea è creazione: del mondo, di se stessi, dell’Europa, del futuro. Lo stesso Dio in cui crede l’Europa è un Dio creatore.

 

Ciò che Zambrano chiama “violenza” può essere anche definito come la nietzcheana volontà di potenza filtrata dalla lettura di Heidegger: una volontà che proviene da un soggetto che si contrappone a un mondo considerato come oggetto. Essa si esplica in varie manifestazioni, apparentemente diverse ma tutte unite da uno stesso fondamento: quando si tratta dell’atteggiamento verso il mondo che ci circonda, è il dominio della natura e il soggiogamento di essa attraverso la tecnica. Il contrario della violenza è l’amore: un atteggiamento rispettoso, compassionevole, simpatetico verso la realtà, ma che al tempo stesso non si schiaccia su di essa e mantiene per mezzo del pensiero un distacco che è necessario all’essere umano.

 

Nel successo delle opere di Zambrano, e di questa in particolare, si può cogliere tutto l’interesse che questa autrice, fino a qualche anno fa poco conosciuta in Italia, presenta anche per il lettore di oggi: per il suo collocarsi fuori da ogni schema e ogni scuola precostituita, per il suo distacco dallo spirito di sistema, per la contrapposizione fra una ragione astratta e una ragione comprensiva, per l’inserimento in essa del corpo, per il richiamo ad Agostino, le influenze di Scheler e dell’esistenzialismo, per la testimonianza di un pensiero nel quale l’essere femminile non è affatto un mero accessorio. Quello che non finisce di stupire è il non risolversi di questa riflessione in modo banale: accade anche in questo libro. Coloro che hanno riflettuto sulla crisi dell’Europa hanno finito per auspicare un ritorno dell’Europa sui suoi passi, fino a recuperare ciò che aveva perduto: a seconda dell’autore spiritualità, valori, pensiero, disinteresse. Oppure hanno perorato la necessità di imboccare una strada diversa, indispensabile affinché il nucleo della civiltà europea non andasse perduto. Zambrano, al contrario, crede che proprio continuando a essere ciò che è sempre stata l’Europa forse ritroverà se stessa dal momento che nelle sue corde c’è anche, poco utilizzato finora, l’amore: “Ma se tutto si tramuta nel contrario, se ogni cosa rimane incompleta, se tutto vacilla, resta ancora la guida dell’amore. La fedeltà a una realtà che, forse, non abbiamo mai goduto; il non rassegnarci a perdere completamente qualcosa che forse non abbiamo avuto del tutto.”

 

Alle radici dell’Europa, infatti, c’è anche la figura di Agostino, che porta l’attenzione sull’interiorità: “’Ritorna in te stesso; all’interno dell’uomo abita la verità’. L’uomo europeo è nato con queste parole. la verità è dentro di lui; si accorge per la prima volta della sua interiorità e perciò può riposarsi in essa; perciò è indipendente, e qualcosa di più che indipendente: libero.” L’uomo di Agostino non è puro spirito: è “l’uomo intero e vero, vale a dire l’uomo reale in carne e ossa”. Centrale, in questo uomo, è il cuore.

 

D’altra parte Agostino, secondo Zambrano, contiene entrambi i  motivi che segnano il percorso dell’Europa: l’interiorità e la progettualità. L’interiorità per Agostino è infatti un fondo inesauribile che vuole realizzarsi nel mondo, progettare, realizzare sulla terra la città ideale. E qui ritroviamo il motivo della violenza: una violenza non contrapposta all’interiorità, ma collegata a essa in modo inestricabile, allo stesso modo in cui nella stessa figura – Agostino – sono intrecciati la violenza (in questo senso di progetto, ansia di realizzare) e l’amore. La crisi dell’Europa appare allora come il non riuscire ad accettare da parte dell’uomo che la sua volontà e le sue realizzazioni possano andare  incontro al fallimento: di fronte a questo, si preferisce adottare la scorciatoia che elimina l’orizzonte ideale e getta l’uomo in balia dell’immediato. E’ una stanchezza della volontà, una sfiducia di farcela a vivere la tensione che esiste fra la città di Dio e la città dell’uomo, è “stanchezza della lucidità e dell’amore per l’impossibile, e abbandono del sapere più peculiare dell’uomo europeo: il saper vivere nel fallimento.”

 

La crisi dell’Europa è anche distruzione delle forme e ritorno agli elementi primordiali, alla materia: è scomparsa del volto umano e riapparizione della maschera. Proprio in questo si manifestano l’apparente perdita e le possibilità enigmatiche, ma certo non solo negative per Zambrano, della crisi: un contatto con la materia come essa è prima del concetto, prima del logos. Si tratta di un passaggio da un Dio dal volto umano al “Dio che divora e che vuol essere divorato”, un ritorno al primitivo. Qui la violenza insita nell’Europa – che si manifesta anche come logos che dà forma al mondo – si esprime al massimo delle sue potenzialità mostrando anche le vie alternative che contiene: una realtà non ancora ingabbiata. Per Zambrano, così, la crisi è bene e male insieme, manifestazione estrema di ciò che l’Europa può essere, di ciò che è stata solo in germe, di ciò che ha soffocato, di ciò che potrebbe recuperare della sua essenza segreta.

 

Una riflessione inusuale, realizzata con un linguaggio coltissimo e pieno di riferimenti alla tradizione filosofica, ma che riesce a essere semplice, suggestiva e a farsi comprendere. Chi già conosce la filosofa spagnola trarrà dalla lettura di questo libro l’ennesima soddisfazione intellettuale; chi non la conosce farà una bella scoperta. 

 

 

M. ZAMBRANO, L’agonia dell’Europa, Venezia, tascabili Marsilio, 2009, pp. 102, euro 8.

 

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1 COMMENT

  1. Niente di nuovo?
    L’appello all'”amore” pare qui oltremodo nichilistico–basato su d’una concezione Hobbesiana della vita politica.

    Amore come consolazione–per quanto esaltata–di fronte alla violenza?

    Civilta’ come violenza? Dunque si ha una rivendicazione del Senso (o sentimento) di fronte alla CRISI della Ragione e dell’Autorita’ Civile. Ma che rivendicazione e’ questa? Ma siamo proprio sicuri che la Civilta’ si riduca a Violenza?

    Forse troppo pochi, o troppo superficiali, sono gli interrogativi posti in questa recensione della Nacci.

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