Una nuova legge elettorale, i vecchi difetti

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Una nuova legge elettorale, i vecchi difetti

Una nuova legge elettorale, i vecchi difetti

13 Ottobre 2026

Evviva, abbiamo una nuova legge elettorale! Certo se andiamo a contarle, negli ultimi 23 anni in Italia abbiamo approvato sei leggi elettorali. In media più di una ogni quattro anni! Nelle altre democrazie avanzate le leggi elettorali restano in vigore per svariati decenni e caratterizzano in modo stabile la forma di governo del sistema. Ma noi italiani siamo molto più fantasiosi. Siamo quasi geniali e ad ogni legislatura cambiamo la legge elettorale!

Un’altra caratteristica tipica italiana è il fatto di appioppare ad ogni legge elettorale un nomignolo dal suono latineggiante. Siamo così passati dal Mattarellum al Porcellum, dall’Italicum al Rosatellum e da ultimo al Melonellum o secondo altri allo Stabilicum. Si tratta anche qui di un elemento di genialità che però nasconde il fatto che non prendiamo mai troppo sul serio la legge elettorale che viene approvata alla quale affibbiamo un nomignolo vagamente scherzoso.

Sul piano concreto la nuova legge elettorale non è né più né meno che una riedizione del vecchio Porcellum rispetto alla quale viene semplicemente introdotta una soglia, il 42%, che è necessario superare per poter beneficiare del premio di maggioranza. Si tratta di un correttivo opportuno anche perché la Corte costituzionale aveva già segnalato l’illegittimità del Porcellum che assegnava il premio di maggioranza qualunque fosse il livello dei voti raggiunti dal primo dei partiti. In questo modo il monito della Corte viene accolto e la legge si presenta perfettamente legittima dal punto di vista costituzionale checché ne dicano i suoi oppositori.

Nella prospettiva di Giorgia Meloni questa legge dovrebbe servire a stabilizzare la svolta maggioritaria che la democrazia italiana ha registrato a partire dal 1994 e che sinora non si è mai consolidata. Grazie al premio di maggioranza dovrebbe essere possibile realizzare una competizione elettorale finalizzata al raggiungimento dei numeri che consentano ad una coalizione compatta di governare per l’intera legislatura.

In realtà, nella legge appena approvata, ci sono due debolezze che in concreto potrebbero impedire il raggiungimento dell’obiettivo. La prima è il fatto di prevedere un modello maggioritario ad un solo turno. Ciò equivale a dire che se nessuno raggiunge la soglia del 42% la ripartizione dei seggi sarà perfettamente proporzionale e ciò naturalmente determinerà la necessità di trovare intese più o meno improbabili fra i partiti dei diversi poli per dar vita ad un governo di coalizione. Questo scenario è oggi anche piuttosto probabile alla luce dell’evoluzione del quadro politico. In particolare, mentre il centrosinistra e tutte le forze che si oppongono al governo Meloni hanno più o meno trovato una forma di collaborazione che dovrebbe portarli a presentarsi coalizzati al giudizio degli elettori, nel centrodestra la nascita della nuova formazione Futuro Nazionale del generale Vannacci scombussola un po’ i calcoli perché non è chiaro se tale partito potrà essere parte di una coalizione e, in questo caso, quali saranno le condizioni perché ciò possa avvenire. Da questo punto di vista molto più utile sarebbe stato prevedere anche un turno di ballottaggio tra i primi due partiti o coalizioni di partito per l’assegnazione del premio di maggioranza nel caso in cui nessuno raggiunga la soglia al primo turno.

La seconda debolezza è il fatto di continuare a prevedere che il premio di maggioranza venga riconosciuto al partito o alla coalizione di partiti che ottengono il massimo risultato. Riconoscere che il premio può andare anche ad una coalizione di partiti che si presentano divisi ma coalizzati determina, infatti, il perdurare di quella debolezza che, a nostro avviso, ha sino ad oggi impedito al nostro sistema di stabilizzarsi secondo una forma di tipo maggioritario. I partiti si coalizzano per presentarsi alle elezioni ma rimangono distinti e concorrenziali fra di loro. Ciò ha determinato sino ad oggi che le coalizioni, soprattutto quelle di maggioranza, si siano dimostrate litigiose perché i partiti minori della coalizione ad un certo punto della legislatura hanno deciso di mettere in crisi l’accordo per cercare di rafforzare la propria immagine politica in vista delle successive elezioni. Si tratta di un atteggiamento non condivisibile ma sicuramente ragionevole perché se i partiti minori si fossero appiattiti troppo sull’alleato maggiore avrebbero messo a rischio la propria stessa sopravvivenza. Per questa ragione il premio di maggioranza dovrebbe essere riconosciuto non alle coalizioni di partiti ma ai singoli partiti o meglio ai partiti che si formano coalizzando diverse formazioni ma presentando una lista unitaria. In tal modo, il fatto che i partiti non si contino singolarmente riduce sicuramente la litigiosità interna alle coalizioni. Certo, in questa legislatura Giorgia Meloni è riuscita nell’impresa ardua di mantenere compatta la propria coalizione e sarà sicuramente la prima presidente del Consiglio a durare in carica per un’intera legislatura. Ma il fatto che ci sia riuscita questa volta, probabilmente grazie anche all’estrema debolezza dei propri alleati, non vuol dire che il problema sia risolto anche per il futuro.

L’ultimo punto della nuova legge elettorale che proprio non ci piace è la rinascita del meccanismo delle preferenze. Si tratta di un istituto tipico della Prima Repubblica e che finora era stato cancellato. Il ricorso al sistema delle preferenze per la scelta degli eletti rappresenta un fenomeno di apparente democrazia, ogni elettore indica i candidati che preferisce, ma che in realtà determina un netto scadimento della qualità della rappresentanza parlamentare. Il gioco delle preferenze determina un meccanismo di selezione avversa che finisce per premiare i peggiori. Con un sistema di preferenze i migliori candidati che un partito potrebbe presentare, professori universitari, intellettuali, economisti, professionisti non si mettono nemmeno in gioco perché sanno che il meccanismo li vedrebbe sicuramente perdenti rispetto ai professionisti della raccolta di preferenze, che sono spesso personaggi di secondo piano e di dubbia moralità. La storia della Prima Repubblica ce l’ha insegnato. Ed oggi, con il venir meno dei partiti di insediamento territoriale che conoscevamo fino a qualche decennio fa, la situazione sarebbe anche peggiore perché nessuna organizzazione sarebbe in grado di guidare e coordinare il meccanismo di raccolta delle preferenze. Oggi l’unica organizzazione presente sul territorio in grado di gestire tale meccanismo è la criminalità organizzata!