Home News Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 20 e 21

Il libro

Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 20 e 21

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Introduzione

Capitoli 2 e 3

Capitoli 4 e 5

Capitoli 6 e 7

Capitoli 8 e 9

Capitoli 10 e 11

Capitoli 12 e 13

Capitoli 14 e 15

Capitoli 16 e 17

Capitoli 18 e 19

Capitolo 20

Nello stato in cui era la nazione napolitana, la scelta delle persone che formar doveano il governo provvisorio era piú importante che non si pensa. Noi riferiremo a questo proposito ciò che taluno propose a Championnet ed a coloro che consigliavano Championnet.

«Il primo passo in una rivoluzione passiva è quello di guadagnar l’opinione del popolo; il secondo è quello d’interessare nella rivoluzione il maggior numero delle persone che sia possibile. Queste due operazioni, sebbene in apparenza diverse, non sono però in realtá che una sola; poiché quello istesso che interessa nella rivoluzione il maggior numero delle persone vi fa guadagnare l’opinione del popolo, il quale, non potendo giudicar mai di una rivoluzione e di un governo per princípi e per teorie, non potendo ne’ primi giorni giudicarne dagli effetti, deve per necessitá giudicarne dalle persone, ed approvare quel governo che vede commesso a persone che egli è avvezzo a rispettare.

«Tra gl’impiegati del re di Napoli molti ve ne sono, i quali non hanno giammai fatta la guerra alla rivoluzione; amici della patria perché amanti del bene, ed attaccati al governo del re sol perché quel governo dava loro un mezzo onesto di sussistenza. Molti di costoro meritano di esser impiegati per i loro talenti e possono guadagnare alla rivoluzione l’opinione di molte classi del popolo.

«Il fòro ne somministra moltissimi; e la classe del fòro, una volta guadagnata, strascina seco il quinto della popolazione. Moltissimi ne somministra la classe degli ecclesiastici, e vi è da sperare altrettanto di bene: il resto si avrebbe dalla nobiltá (uso per l’ultima volta questa parola per indicare un ceto che piú non deve esistere, ma che ha esistito finora) e dalla classe de’ negozianti. I nobili si crederanno meno offesi, quando si vedranno non del tutto obbliati; ed i negozianti, finora disprezzati da’ nobili, saranno superbi di un onore che li eguaglia ai loro rivali, e può la nazione sperar da loro aiuti grandissimi ne’ suoi bisogni. In Napoli questa è la classe amica del popolo, poiché da questa classe dipende e vive quanto in Napoli vi sono pescatori, marinai, facchini e di altri tali, che formano quella numerosa e sempre mobile parte del popolo che chiamansi ‛lazzaroni’. Utili anche sarebbero molti ricchi proprietari delle province, i quali possono colá ciò che possono i negozianti in Napoli, e potranno dare al governo quei lumi che non ha e che non può avere altrimenti sulle medesime.

«Per effetto della nostra mal diretta educazione pubblica, la cognizione delle nostre cose si trova riunita al potere ed alla ricchezza: coloro che hanno per loro porzione il sapere, per lo piú, tutto sanno fuorché ciò che saper si dee. Allevati colla lettura de’ libri inglesi e francesi, sapranno le manifatture di Birmingham e di Manchester, e non quelle del nostro Arpino; vi parleranno dell’agricoltura della Provenza, e non sapranno quella della Puglia; non vi è tra loro chi non sappia come si elegga un re di Polonia o un imperatore dei romani, e pochi sapranno come si eleggono gli amministratori di una nostra municipalitá; tutti vi diranno il grado di longitudine e di latitudine d’Othaiti: se domandate il grado di Napoli, nessuno saprá dirlo. Un tempo i nostri si occuparono di tali cose, ed ebbimo scrittori di questi oggetti prima che le altre nazioni di Europa ancora vi pensassero. Oggi ciascuno sdegna di occuparsene, vago di una gloria straniera, quasi che si potesse meritare maggior stima dagli altri popoli ripetendo loro male ciò che essi sanno bene, che dicendo loro ciò che ancora non sanno. Queste cognizioni intanto sono necessarie, e, per averle, o convien ricorrere ai libri senza ordine e senza gusto scritti due secoli fa, o convien dipendere da coloro i quali, per avere maneggiati gli affari del Regno e viste diverse nostre regioni, conoscono e gli uomini e lo stato degli uomini. Per difetto della nostra educazione, la scienza che noi abbiamo è inutile, e siam costretti a mendicare le utili dagli altri.

«Ma, affinché le cognizioni delle cose patrie non siano scompagnate dai lumi della filosofia universale di Europa, ed affinchè coloro de’ quali abbiam bisogno per opinione non diventino i nostri padroni per necessitá, affinché gli antichi interessi (se pure costoro avessero interesse per l’antico governo) non opprimano i nuovi, a costoro si unirá un doppio numero di savi e virtuosi patrioti: cosí avremo il vantaggio del patriotismo nelle decisioni, ed il patriotismo avrá il vantaggio delle cognizioni patrie nell’esame e dell’opinione pubblica nell’esecuzione.

«Invece di fare l’assemblea, che chiamar si potrebbe ‛costituente’, di venticinque persone, far si potrebbe di ottanta, e combinare in tal modo insieme tutti questi vantaggi. Un’assemblea provvisoria di ottanta non è troppo grande per una nazione che dee averne una costituzionale piú che doppia: all’incontro una di venticinque può sembrare troppo piccola, specialmente non essendosi ancora pubblicata la costituzione. Il popolo potrá credere che si voglia prender giuoco di lui e che si pensi ad escluderlo da tutto. Un generale estero, che venisse egli solo a darci la legge si tollererebbe come un re conquistatore, e l’oppressione, in cui ciascuno vedrebbe gli altri tutti, gli renderebbe tollerabile la propria; ma, subito che chiamate a parte della sovranitá la nazione, conviene che usiate piú riguardi: o conviene dar a tutti o a nessuno; i consigli di mezzo non tolgono l’oppressione e vi aggiungono l’invidia».

Capitolo 21

Io prego tutti coloro i quali leggeranno questo paragrafo a non credere che io intenda scrivere la satira de’ patrioti. Se il patriota è l’uomo che ama la patria, non sono io stesso un patriota? Come potrei condannare un nome che onora tanti amici, de’ quali or piango la lontananza o la perdita? Noi possiamo esser superbi che in Napoli la classe de’ patrioti sia stata la classe migliore: ivi, e forse ivi solamente, la rivoluzione non è stata fatta da coloro che la desideravano sol perché non avevano che perdere. Ma in una grande agitazione politica è impossibile che i scellerati non si rimescolino ai buoni, come appunto agitando un vaso, è impossibile che la feccia non si rimescoli col fluido. Il grande oggetto delle leggi e del governo è di far si che, ad onta de’ nomi comuni de’ quali si vogliono ricoprire, si possano sempre distinguere i buoni dai cattivi, e che si riconosca per patriota solo colui che è degno di esserlo. Allora i cattivi non corromperanno l’opera de’ buoni. Allora il governo de’ patrioti sará il migliore de’ governi, perché sará il governo di coloro che amano la patria. Ma tale è la dura necessitá delle cose umane, che spesso le maggiori avvertenze, che si prendono per far prevalere i buoni, non fanno che allontanarli e verificare l’antico adagio: che nelle rivoluzioni trionfano sempre i pessimi.

Nelle altre rivoluzioni i rivoluzionari non buoni han fatto sorgere principi pessimi. In quella di Napoli principi non nostri e non buoni fecero perdere gli uomini buoni. Nulla di migliore degl’individui che avevamo, perché i principi loro individuali erano retti: se le operazioni politiche non corrisposero alle loro idee, ciò avvenne perché i principi pubblici non erano di essi ed erano fallaci. Questi principi politici per necessitá doveano corromper tutto.

Alcuni falsi patrioti o maligni speculatori, ai quali né la classe de’ buoni né un solo del governo aderí mai, dicevano che tutti gli aristocratici, che tutt’i vescovi, tutt’i preti, tutt’i ricchi dovevano essere distrutti. Non erano contenti che fossero eguagliati agli altri. La repubblica fiorentina operava una volta cogli stessi princípi; e la repubblica fiorentina fu perciò in una continua guerra civile, che finalmente produsse la sua morte. Questo avviene inevitabilmente tutte le volte che la repubblica non è fondata sopra la giustizia; e non lo è mai ogni qual volta, dopo aver distrutta la classe, continua a perseguitar l’individuo, non perché ami le distinzioni della classe giá estinta, ma solo perché le apparteneva un giorno. I romani si contentarono di far che i plebei potessero ascendere a tutte le cariche: questo era il giusto e formava la libertá; se essi avessero voluto escluderne i patrizi sol perché erano patrizi, sarebbe stato lo stesso che voler rimettere il patriziato dopo averlo distrutto e voler far nascere la guerra civile.

Pretendevano non doversi impiegar nessuno di coloro che aveano ben servito il re. Era giusto che non s’impiegassero coloro, se mai ve ne erano, che lo aveano servito nei suoi capricci, nelle sue dissolutezze, nelle sue tirannie; che doveano l’onore di servire all’infamia onde si eran ricoperti. Ma molti, servendo il re, avean servita la patria; e molti altri, al contrario, non aveano potuto servire il re, perché non meritavano servir la patria: l’escluder quelli, l’ammetter questi, sol perché quelli aveano servito il re e questi non giá, non era lo stesso che tradire la patria e farla servire da coloro che non sapeano servirla?

Chi dunque dovea impiegarsi? Coloro solamente che erano patrioti. La repubblica napolitana fu considerata come una preda, la di cui divisione spettar dovea a pochissimi; e questo fu il segnale, né poteva esserlo diversamente, della guerra civile tra la parte numerosa della nazione e la parte debole.

Questo fece mancare tutt’i buoni agenti della repubblica: se un uomo di genio e da bene è raro in tutto il genere umano, come mai può ritrovarsi poi facilmente in una classe poco numerosa? È vero che i clamori della folla né esprimevano il voto de’ buoni né eran di norma al governo; ma, in circostanze precipitose ed incerte, quando la curiositá pubblica è grandissima ed ignote sono ancora le massime di un governo nuovo, né vi è tempo e modo da paragonare le voci ai fatti, i clamori, sebben falsi, producono un male reale, perché il popolo li crede massime del governo e se ne offende. Il piú difficile, in tali tempi, è il far sorgere una opinione che dir si possa pubblica; fare che nel tempo istesso e parlassero molti, perché le voci riunite producono effetto maggiore, e le parole fossero concordi, onde l’effetto, per contrasto delle medesime, non venisse distrutto. Questo, per altro, era in Napoli piú difficile ad ottenersi che altrove; tra perché la rivoluzione non era attiva, ma passiva, né vi era, in conseguenza, un’opinione predominante, ma si imitavano quelle di Francia, le quali erano state molte e diverse, onde è che vi erano alcuni «terroristi», altri «moderati», ecc.; tra perché le opinioni non eran libere, e spesso prevaleva per effetto di forza quella che non era la piú comune; tra perché finalmente il tempo fu brevissimo, e l’opinione pubblica, ovunque non vi è forza che possa dirigerla, ha bisogno di tempo lunghissimo.

È un’osservazione costante che il popolo non s’inganna mai ne’ particolari; ma una fazione s’inganna, e molto piú una fazione la quale riduce le virtú ed i talenti tutti ad un solo nome, di cui usa egualmente e Catilina e Catone. Il vero «patriotismo» è l’amor della patria, ed ama la patria chi vuole il suo bene ed ha i talenti per procurarlo. Se lo separate da queste idee sensibili, allora formate del patriotismo una parola chimerica, la quale apre il campo alla calunnia ed impedisce all’uomo da bene, che non è fazioso, di accostarsi al governo; allora si sostituisce al merito reale un merito di opinione che ciascuno può fingere, ed il merito reale rimane sempre dietro a quello dei ciarlatani.

Con questi mezzi abbiam veduti allontanati dal corpo legislativo il virtuoso Vincenzio Russo ed alcuni altri, tra’ quali uno che, in quelle circostanze, avrebbe potuto esser utile alla patria. Se la nostra rivoluzione fosse stata attiva, i nostri patrioti si sarebbero conosciuti nell’azione precedente, il che non avrebbe lasciato luogo alla impostura, e si sarebbero conosciuti per quello che ciascun valea. Si è detto realmente che le guerre civili fanno sviluppare i geni di una nazione, non perché li facciano nascere, ma perché li fanno conoscere; perché ciascuno nell’azione si mette al posto che il suo genio gli assegna, e la scelta per lo piú suole riuscir buona, perché si giudica dell’uomo dai suoi fatti.

Presso di noi l’uomo era riputato patriota da che apparteneva ad un club. Ma, quando anche questa invenzione inglese di club fosse stata atta a produrre un giorno una rivoluzione, pure, non avendola prodotta, non potea far giudicare degli uomini se non dalle parole. I nostri clubs non avean ancora superata la prima prova delle congiure, che è quella di conservare il segreto tra il numero: composti sulle prime da pochi individui, allorché incominciò la persecuzione, si sciolsero. Quando venne la rivoluzione, si trovarono moltissimi, i quali non aveano fatto altro che dare il loro nome negli ultimi tempi, uomini che non si conoscevano neanche tra loro, e tra costoro fu facile a qualunque audace rimescolarsi e dichiararsi patriota.

Cosí la patria fu in pericolo di esser vittima dell’ambizione de’ privati, poiché non si trattava di soddisfar questa con servigi resi alla patria medesima, ma bensí con quelli che taluno forsi voleva renderle; non si esaminava chi sapeva, chi potea, ma si cercava chi voleva; ed in tale gara il piú audace mentitore, il piú sfacciato millantatore doveano vincere il merito e la virtú sempre modesta.

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