Home News Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 32 e 33

Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 32 e 33

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Introduzione

Capitoli 2 e 3

Capitoli 4 e 5

Capitoli 6 e 7

Capitoli 8 e 9

Capitoli 10 e 11

Capitoli 12 e 13

Capitoli 14 e 15

Capitoli 16 e 17

Capitoli 18 e 19

Capitoli 20 e 21

Capitoli 22 e 23

Capitoli 24 e 25

Capitoli 26 e 27

Capitoli 28 e 29

Capitoli 30 e 31

Capitolo 32

La nazione napolitana non era piú una: il suo territorio si potea dividere in democratico ed insorgente. Ardeva l’insorgenza negli Apruzzi e comunicava con quella di Sora e di Castelforte. Queste insorgenze si doveano in gran parte all’inavvertenza ed al picciol numero dei francesi, i quali, spingendo sempre innanzi le loro conquiste né avendo truppa sufficiente da lasciarne dietro, non pensarono ad organizzarvi un governo. Che vi lasciarono dunque? L’anarchia. Questa non è possibile che duri piú di cinque giorni. Che ne dovea avvenire? Dopo qualche giorno, dovea sorgere un ordine di cose, il quale si accostasse piú all’antico governo, che i popoli sapeano, piuttosto che al nuovo, che essi ignoravano; e l’idea dei nuovi conquistatori dovea associarsi negli animi loro alla memoria di tutti i mali che avea prodotti l’anarchia.

Il cardinal Ruffo, il quale ai primi giorni di febbraio avea occupata la Calabria dalla parte di Sicilia, spingeva un’altra insorgenza verso il settentrione e veniva a riunirsi alle altre insorgenze in Matera. II governo troppo tardi avea spedito nelle Calabrie due commissari, tali appunto quali gli abitanti non gli voleano: per che, senza forze, erano stati costretti a fuggire, e fu fortunato chi salvò la vita. Monteleone, ricca e popolata cittá, ripiena di spirito repubblicano, avea opposta una resistenza ostinata a Ruffo; ma, sola, senza comunicazione, era stata costretta a cedere. E nello stesso modo cedettero tutte le altre popolazioni di Calabria.

Tutte le popolazioni repubblicane delle altre province, isolate, circondate, premute da per tutto dagl’insorgenti, si vedevano minacciate dello stesso destino. Si aggiungeva a ciò che le popolazioni insorgenti saccheggiavano, manomettevano tutto; le popolazioni repubblicane erano virtuose. Ma, quando, per effetto dei partiti, gli scellerati non si possono tenere a freno, essi si danno a quel partito i di cui princípi sono piú conformi ai loro propri, e forzano, per cosí dire, gli dèi a non essere per quella causa che approva Catone.

Si vollero distruggere le insorgenze della Puglia e della Calabria, come le piú pericolose, come le piú lontane e le piú difficili a vincere, perchè le piú vicine alla Sicilia. Partirono da Napoli due picciole colonne, una francese, che prese il cammino di Puglia, l’altra di napolitani, comandata da Schipani, che prese quello di Calabria per Salerno. Ma la colonna di Puglia dovea anch’essa per l’Adriatico ed il Ionio passar nella Calabria e riunirsi alla colonna di Schipani.

Il comandante della colonna francese, aiutato dai patrioti e soldati che conduceva Ettore Carafa e dai patrioti di Foggia, distrusse la formidabile insorgenza di Sansevero; indi, spingendosi piú oltre, prese Andria e poi Trani, e fu egli che distrusse l’armata dei còrsi nelle vicinanze di Casamassima. Ma egli abusò della sua forza. Prese settemila ducati che trasportava il corriere pubblico, e che avrebbero dovuto esser sagri; e, quando gliene fu chiesto conto, non potette dimostrare che essi erano degl’insorgenti. Il troppo zelo di punir questi forsi lo ingannò! Non seppe distinguere gli amici dagl’inimici, ed, ove si trattava d’imposizioni, la condizione dei primi non fu migliore di quella dei secondi. Bari, in una provincia tutta insorta, avea fatti prodigi per difendersi. Quando egli vi giunse, dovette liberarla da un assedio strettissimo, che sosteneva da quarantacinque giorni: vi entra e, come se fosse una cittá nemica, le impone una contribuzione di quarantamila ducati. La stessa condotta tenne in Conversano, cui, ad onta di esser stata assediata dagl’insorgenti, impose la contribuzione di ottomila ducati. Nella provincia di Bari non vi restò un paio di fibbie d’argento. Tutto fu dato per pagar le contribuzioni imposte.

Le prime armi di una rivoluzione virtuosa doveano esser la prudenza e la giustizia; ed i nostri traviati fratelli meritavano piú di esser corretti che distrutti. Facendo altrimenti, si credevano vinti, mentre non erano che fugati. Trani fu saccheggiata; questa bella, popolosa e ricca cittá fu distrutta; ma gl’insorgenti di Trani rimanevano ancora: essi, all’avvicinarsi dei francesi si erano tutt’imbarcati, pronti a ritornare piú feroci, tosto che i francesi avessero abbandonate le loro case.

Lo dirò io? Le tante vittorie ottenute contro gl’insorgenti hanno distrutti piú uomini da bene che scellerati. Questi, consci del loro delitto, pensano sempre per tempo alla loro salvezza. L’uomo dabbene è còlto all’improvviso ed inerme: la sua casa è saccheggiata del pari e forse anche prima di quella dell’insorgente, perché l’uomo dabbene è quasi sempre il piú ricco, e, quando l’insorgente ritorna, lo ritrova disgustato di colui da cui ha sofferto il saccheggio.

Un buon governo vuole esser forte ma non crudele, severo ma non terrorista. Le insorgenze di Napoli si poteano ridurre a calcolo. Pochi erano i punti centrali delle medesime, e chiunque conosceva i luoghi vedeva essere quegl’istessi che nell’antico governo erano ripieni di uomini i piú oziosi e piú corrotti e, per tal ragione, piú miserabili e piú facinorosi. Nei luoghi dove in tempo del re vi eran piú ladri, contrabbandieri ed altra simile genia, in tempo della repubblica vi furono piú insorgenti. Erano luoghi d’insorgenza Atina, Isernia, Longano, le colonie albanesi del Sannio, Sansevero, ecc. Nei luoghi ove la gente era industriosa ed, in conseguenza, agiata e ben costumata, si potea scommettere cento contro uno che vi sarebbe stata una eterna tranquillitá.

I primi motori dell’insorgenza furon coloro che avean tutto perduto colla ruina dell’antico governo, e che nulla speravano dal nuovo: se questi furon molti, gran parte della colpa ne fu del governo istesso, che non seppe far loro nulla sperare, e che fece temere che il governo repubblicano fosse una fazione. Eppure la repubblica avea tanto da dare, che era pericolosa follia credere di poter sempre dare ai repubblicani!

Grandi strumenti di controrivoluzione furono tutte le milizie dei tribunali provinciali, tutti gli armigeri dei baroni, tutt’i soldati veterani che il nuovo ordine di cose avea lasciati senza pane, tutti gli assassini che correvano con trasporto dietro un’insorgenza, la quale dava loro occasione di poter continuare i loro furti e quasi di nobilitarli. Luoghi di grande insorgenza furono perciò quasi tutte le centrali delle province, come Lecce, Matera, Aquila, Trani, dove la residenza delle autoritá provinciali, delle loro forze e di quanto nelle province eravi di scellerati, che ivi si trovavano in carcere e che, nell’anarchia che accompagnò il cangiamento del governo, furono tutti scapolati, riuniva piú malcontenti e piú facinorosi. Costoro strascinarono tutti gli altri esseri pacifici e meramente passivi, intimoriti egualmente dall’audacia dei briganti e dalla debolezza del governo nuovo.

Contro tali insorgenze non vale tanto una spedizione militare che distrugga, quanto una forza sedentaria che conservi: gl’insorgenti fuggivano alla vista di un esercito: tostoché l’esercito era passato, una picciola forza, ma permanente, loro avrebbe impedito di riunirsi e di agire. Il soldato non soffre le stazioni: brama la guerra ed ama che il nemico si renda forte a segno di meritare una spedizione, onde aver l’occasione di misurarsi, la gloria di vincerlo ed il piacere di spogliarlo.

Il comandante francese padrone di Trani fu chiamato da Palomba, commissario del dipartimento della Lucania, perché marciasse sopra Matera ad impedire che vi si formasse un’insorgenza, che potea divenir pericolosa per quel dipartimento. Ma, Matera non essendo ancora rivoltata, non vi andò, perché non avrebbe potuto farla saccheggiare. E, quando, premurato dalle reiterate istanze di Palomba, s’incaminò con tutte le forze che aveva, fu richiamato in Napoli. L’insorgenza, che in Matera era tutta pronta e solo compressa dal timore della vicinanza delle forze superiori, quando queste furono lontane, scoppiò e si riuní a quella della Calabria.

Ma perché non marciò Palomba istesso colle sue forze sopra Matera? Perché Palomba, come commissario, non avea saputo trovare i mezzi di riunirle e di sostenerle; perché il suo generale Mastrangiolo tutt’altro era che generale. Caldi ambidue del piú puro zelo repubblicano, colle piú pure intenzioni, ma privi di quella pubblica opinione, che sola riunisce le forze altrui alle nostre, e di quel consiglio, senza di cui non vagliono mai nulla né le forze nostre né le altrui, tutti e due non sapeano far altro che gridare «Viva la repubblica!», ed intanto aspettare che i francesi la fondassero, come se fosse possibile fondare una repubblica colle forze di un’altra nazione! Nel dipartimento il piú democratico della terra, colle forze imponenti di Altamura, di Avigliano, di Potenza, di Muro, di Tito, Picerno, Santofele, ecc. ecc., Mastrangiolo perdette il suo tempo nell’indolenza. I bravi uffiziali, che aveva attorno, lo avvertirono invano del pericolo che lo premeva: l’insorgenza crebbe e lo costrinse a fuggire.

Capitolo 33

Schipani rassomiglia Cleone di Atene e Santerre di Parigi. Ripieno del piú caldo zelo per la rivoluzione, attissimo a far sulle scene il protagonista in una tragedia di Bruto, fu eletto comandante di una spedizione destinata a passar nelle Calabrie, cioè nelle due province le piú difficili a ridursi ed a governarsi per l’asprezza dei siti e per il carattere degli abitanti. Non avea seco che ottocento uomini, ma essi erano tutti valorosi e di poco inferiori di numero alla forza nemica.

Schipani marcia: prende Rocca di Aspide, prende Sicignano. A Castelluccia trova della gente riunita e fortificata in una terra posta sulla cima di un monte di difficilissimo accesso.

Vi erano però mille strade per ridurla. Castelluccia era una picciola terra, che potea senza pericolo lasciarsi dietro. Egli dovea marciare diritto alle Calabrie, ove eranvi diecimila patrioti che lo attendevano; ove Ruffo non era ancora molto forte, ed andava tentando appena una controrivoluzione, di cui forse egli stesso disperava; e, discacciato una volta Ruffo, tutte le insorgenze della parte meridionale della nostra regione andavano a cedere. Ma Schipani non seppe conoscere il nemico che dovea combattere, né seppe, come Scipione, trascurare Annibale per vincere Cartagine.

Tutt’i luoghi intorno a Castelluccia erano ripieni di amici della rivoluzione. Campagna, Albanella, Controne, Postiglione, Capaccio, ecc., potevano dare piú di tremila uomini agguerriti: il commissario del Cilento ne avea giá pronti altri quattrocento, ed anche di piú, se avesse voluto, ne avrebbe potuto riunire. Se Schipani avesse avuto piú moderato desiderio di combattere e di vincere, e se prima di distruggere i nemici avesse pensato a rendersi sicuro degli amici, che gli offerivano i loro soccorsi, avrebbe potuto facilmente formare una forza infinitamente superiore a quella che dovea combattere.

Avrebbe potuto ridurre Castelluccia per fame, poiché non avea provvisioni che per pochi giorni: avrebbe potuto prenderla circondandola e battendola dalla cima di un monte che la domina; e questo consiglio gli fu suggerito dai cittadini di Albanella e della Rocca, che si offrirono volontari a tale impresa. Qual disgrazia che tal consiglio non sia nato da se stesso nella mente di Schipani! Egli avea un’idea romanzesca della gloria, e riputava viltá il seguire un consiglio che non fosse suo.

Questo suo carattere fece si che ricusasse l’offerta dei castelluccesi, i quali volean rendersi, a condizione però che la truppa non fosse entrata nella terra; e l’altra, offertagli da Sciarpa, capo di tutta quella insorgenza, di voler unire le sue truppe alle truppe della repubblica, purché gli si fosse dato un compenso1. Schipani rispose come Goffredo:

Guerreggio in Asia, e non vi cambio o merco.

Questo stesso carattere gli fece immaginare un piano d’assalto della Castelluccia da quel lato appunto per lo quale il prenderla era impossibile. I nostri fecero prodigi di valore. Il nemico, forte per la sua situazione, distrusse la nostra truppa colle pietre. Schipani fu costretto a ritirarsi; e, cadendo in un momento dall’audacia nella disperazione, la sua ritirata fu quasi una fuga.

La spedizione diretta da Schipani dovea esser comandata dal valoroso Pignatelli di Strongoli. È stata una disgrazia per la nostra repubblica che Pignatelli, per malattia sopravvenutagli, non potè allora prestarsi agli ordini del governo ed al desiderio dei buoni.

Dopo questa operazione, Schipani fu inviato contro gl’insorgenti di Sarno. Giunse a Palma, incendiò due ritratti del re e della regina, che per caso vi si ritrovarono, arringò al popolo e se ne ritornò indietro. Vi andarono i francesi, saccheggiarono ed incendiarono Lauro, donde tutti gli abitanti erano fuggiti, e non uccisero un solo insorgente. Cosi gl’insorgenti di Lauro e di Sarno, non vinti, ma solo irritati, si unirono a quelli di Castelluccia e delle contrade di Salerno, giá vincitori.

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