Home News Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 38 e 39

Il libro

Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 38 e 39

0
21

Introduzione

Capitoli 2 e 3

Capitoli 4 e 5

Capitoli 6 e 7

Capitoli 8 e 9

Capitoli 10 e 11

Capitoli 12 e 13

Capitoli 14 e 15

Capitoli 16 e 17

Capitoli 18 e 19

Capitoli 20 e 21

Capitoli 22 e 23

Capitoli 24 e 25

Capitoli 26 e 27

Capitoli 28 e 29

Capitoli 30 e 31

Capitoli 32 e 33

Capitoli 34 e 35

Capitoli 36 e 37

Capitolo 38

La Storia di una rivoluzione non è tanto storia dei fatti quanto delle idee. Non essendo altro una rivoluzione che l’effetto delle idee comuni di un popolo, colui può dirsi di aver tratto tutto il profitto dalla storia, che a forza di replicate osservazioni sia giunto a saper conoscer il corso delle medesime. Nell’individuo la storia dei fatti è la stessa che la storia delle idee sue, perché egli non può esser in contraddizione con se stesso. Ma, quando le nazioni operano in massa (e questo è il vero caso della rivoluzione), allora vi sono contraddizioni ed uniformitá, simiglianze e dissimiglianze; e da esse appunto dipende il tardo o sollecito, l’infelice o felice evento delle operazioni.

La congiura di Baccher, l’occupazione di Procida, i rapidi progressi dell’insorgenza aveano scossi i patrioti, e, nella notte profonda in cui fino a quel punto avean riposati tranquilli sulle parole dei generali francesi e del governo, videro finalmente tutto il pericolo onde erano minacciati. Il primo sentimento di un uomo che sia o che tema di esser offeso è sempre quello della vendetta, la quale, se diventa massima di governo, produce il terrorismo.

Il governo napolitano, quantunque composto di persone che tanto avean sofferto per l’ingiusta persecuzione sotto la monarchia, credette viltá vendicarsi, allorché, avendo il sommo potere nelle mani, una vendetta non costava che il volerla. Pagano avea sempre in bocca la bella lettera che Dione scrisse ai suoi nemici allorché rese la libertá a Siracusa, ed il divino tratto di Vespasiano, quando, elevato all’impero, mandò a dire ad un suo nemico che egli ormai non avea piú che temere da lui. Noi incontriamo sempre i nostri governanti, allorché ricerchiamo la morale individuale.

Ma molti patrioti accusarono il governo di un «moderantismo» troppo rilasciato, a cui si attribuivano tutt’i mali della repubblica. Siccome in Francia al «terrorismo» era succeduta una rilasciatezza letargica e fatale di tutt’i principi, cosí il terrorismo era rimasto quasi in appannaggio alle anime piú ardentemente patriotiche. Forse ciò avvenne anche perché il cuore umano mette l’idea di una certa nobiltá nel sostenere un partito oppresso, per vendicarsi cosí del partito trionfante che invidia: forse in Napoli si eran vedute salve talune persone, che la giustizia, la pubblica opinione, la salute pubblica voleano distrutte o almeno allontanate.

Ma vi era un mezzo saggio tra i due estremi. Il terrorismo è il sistema di quegli uomini che vogliono dispensarsi dall’esser diligenti e severi; che, non sapendo prevenire i delitti, amano punirli; che, non sapendo render gli uomini migliori, si tolgono l’imbarazzo che dánno i cattivi, distruggendo indistintamente cattivi e buoni. Il terrorismo lusinga l’orgoglio, perché è piú vicino all’impero; lusinga la pigrizia naturale degli uomini, perché è molto facile. Ma richiede sempre la forza con sé: ove questa non vi sia, voi non farete che accelerare la vostra ruina. Tale era lo stato di Napoli.

In Napoli le prime leggi marziali de’ generali in capo erano terroristiche, perché tali son sempre e tali forse debbono essere le leggi di guerra: esse non poteano produrre e non produssero alcuno effetto, imperocché come eseguite voi la legge, come l’applicate, quando tutta la nazione è congiurata a nascondervi i fatti e salvare i rei? Robespierre avea la nazione intera esecutrice del terrorismo suo. Quando le pene non sono livellate alle idee de’ popoli, l’eccesso stesso della pena ne rende piú difficile l’esecuzione e, per renderle piú efficaci, convien renderle piú miti.

Negli ultimi tempi si eresse in Napoli un «tribunale rivoluzionario», il quale procedeva cogli stessi princípi e colla stessa tessitura di processo del terribile comitato di Robespierre. Forse quando si eresse era troppo tardi, ed altro non fece che tingersi inutilmente del sangue degli scellerati Baccher nell’ultimo giorno della nostra esistenza civile, quando la prudenza consigliava un perdono, che non potea esser piú dannoso. Ma, quand’anche un tal tribunale si fosse eretto prima, la legge stessa, colla quale se ne ordinava l’erezione, sarebbe stato un avviso alla nazione perché si fosse posta in guardia contro il tribunale eretto.

Il terrorismo cogl’insorgenti si provò sempre inutile. «E che? — scrivea la saggia e sventurata Pimentel — quando un metodo di cura non riesce, non se ne saprá tentare un altro?».

Difatti si accordò un’amnistia agl’insorgenti: non a tutti, perché sarebbe stata inutile; ma a coloro che il governo ne avesse creduti degni, onde cosí ciascuno si fosse affrettato a meritarla, e questo desiderio avesse fatto nascere il sospetto e la divisione tra tutti. Ma tale perdono dovea farsi valere per mezzo di persone sagge ed energiche, le quali avessero potuto penetrare ed eseguire gli ordini del governo in tutt’i punti del nostro territorio. Io lo ripeto: la mancanza delle comunicazioni tra le diverse parti dello Stato e la mancanza delle forze diffuse in molti punti per mantener tale comunicazione, la mancanza a buon conto della diligenza e della severitá erano l’origine di tutti i nostri mali e facevan credere necessario ad alcuni un terrorismo, il quale non avrebbe fatto altro che accrescerli.

Capitolo 39

Forse con piú ragione domandavano i patrioti la riforma del governo. Tralasciando i motivi privati, che spingevano taluni a declamare piú di quello che conveniva, era sicuro però che si voleva una riforma. Abrial finalmente giunse commissario organizzatore del nostro Stato, e si accinse a farla.

Ma vi erano nell’antico governo molti che godevano la pubblica confidenza, o perché la meritassero, o perché l’avessero usurpata; e questi secondi (pochissimi per altro di numero) erano, come sempre suole avvenire, piú accetti, piú illustri de’ primi, perché le lodi che loro si davano non rimanevano senza premio. — Questi sono i primi che io toglierei — diceva acutamente, ma invano, in una societá patriotica il cittadino Mazziotti. Un governo formato da un’assemblea si riduce a cinque o sei teste, le quali dispongono delle altre: se queste rimangono, voi inutilmente cangiate tutta l’assemblea.

Le intenzioni di Abrial erano rette: Abrial fu quello che piú sinceramente amava la nostra felicitá e quello di cui piú la nazione è rimasta contenta. Le sue scelte furono molto migliori delle prime; e, se non furono tutte ottime, non fu certo sua colpa, poiché né poteva conoscere il paese in un momento, né vi dimorò tanto tempo quanto era necessario a conoscerlo.

Abrial divise i poteri che Championnet avea riuniti. Il governo da lui formato fu il seguente: nella commissione esecutiva, Abamonti; Agnese, napolitano, ma che aveva dimorato da trent’anni in Francia, ove avea i beni e famiglia; Albanese; Ciaia; Delfico, il quale non potette per le insorgenze di Apruzzo mai venire in Napoli. I. ministri furono: 1° dell’interno, De Filippis; 2° di giustizia e polizia, Pigliacelli; 3° di guerra, marina ed affari esteri, Manthoné; 4° di finanze, Macedonio. Tra i membri della commissione legislativa vi furono sempre Pagano, Cirillo, Galanti, Signorelli, Scotti, De Tommasi, Colangelo, Coletti, Magliani, Gambale, Marchetti… Gli altri si cambiarono spesso, e noi non li riferiremo; tanto più che, nello stato in cui era allora la nostra nazione, poco potea il potere legislativo, e tutto il bene e tutto il male dipendeva dall’esecutivo.

Con ciò Abrial volle darci la forma della costituzione prima di avere una costituzione, e con ciò rese i poteri inattivi, e discordi i poteri dei cittadini. Questo involontario errore fu cagione di non piccoli mali, perché la divisione de’ poteri ci diede la debolezza nelle operazioni in un tempo appunto in cui avevamo bisogno dell’unità e dell’energia di un dittatore; ch’egli per altro non poteva darci, perché, incaricato di eseguire le istruzioni del Direttorio francese, avrebbe ben potuto modificare in parte gli ordini che si trovavano in Francia stabiliti, ma non mai cangiarli intieramente. Talché tutti i fatti ci conducono sempre all’idea, la quale dir si può fondamentale di questo Saggio: cioè che la prima norma fu sbagliata, ed i migliori architetti non potevano innalzar edificio che fosse durevole.

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here