Home News Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 46 e 47

Il libro

Saggio storico sulla Rivoluzione Napoletana del 1799: capitoli 46 e 47

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Introduzione

Capitoli 2 e 3

Capitoli 4 e 5

Capitoli 6 e 7

Capitoli 8 e 9

Capitoli 10 e 11

Capitoli 12 e 13

Capitoli 14 e 15

Capitoli 16 e 17

Capitoli 18 e 19

Capitoli 20 e 21

Capitoli 22 e 23

Capitoli 24 e 25

Capitoli 26 e 27

Capitoli 28 e 29

Capitoli 30 e 31

Capitoli 32 e 33

Capitoli 34 e 35

Capitoli 36 e 37

Capitolo 38 e 39

Capitolo 40 e 41

Capitoli 42 e 43

Capitoli 44 e 45

Capitolo 46

Si era esposto mille volte al ministro della guerra tutto il pericolo che si correva per le insorgenze troppo trascurate; ma egli credeva ed aveva fatto credere al governo non esser ciò altro che voci di allarmisti. Si giunse a promulgare una legge severissima contro i medesimi; ma la legge dovea farsi perché gli allarmisti non ingannassero il popolo, e non giá perché il governo fosse ingannato dagli adulatori.

Il governo era su questo oggetto molto mal servito da’ suoi agenti tanto interni che esterni, poiché per lo piú eransi affidati gli affari a coloro i quali altro non aveano che l’entusiasmo; ed essi piú del pericolo temevano la fatica di doverlo prevedere.

I popoli non erano creduti. Si chiesero de’ soccorsi al governo per frenare l’insorgenza scoppiata nel Cilento. Si proponeva al ministro che s’inviassero i francesi. — I francesi — si rispondeva — non sono buoni a frenare l’insorgenza; — e si diceva il vero1.

— Vi anderanno dunque i patrioti? — I patrioti faranno peggio. — Ma intanto il pessimo di tutt’i partiti fu quello di non prenderne alcuno; ed il piú funesto degli errori fu quello di credere che il tempo avesse potuto giovare a distruggere l’insorgenza.

Il ministro della guerra diceva sempre al governo che egli si occupava a formare un piano, che avrebbe riparato a tutto. Prima parte però di ogni piano avrebbe dovuto esser quella di far presto.

Si disse al ministro che avesse occupata Ariano, e non curò farlo; se gli disse che avesse occupata Monteforte, e non curò farlo; se gli disse che avesse occupata Monteforte, e non curò di farlo. Manthoné credeva che il nemico non fosse da temersi. Fino agli ultimi momenti ei lusingò se stesso ed il governo: credeva che i russi, i quali erano sbarcati in Puglia, non fossero veramente russi, ma galeoti che il re di Napoli avea spediti abbigliati alla russa. Gl’insorgenti erano giá alla Torre, lo stesso Ruffo co’ suoi calabresi era in Nola, Micheroux co’ russi era al Cardinale, Aversa era insorta ed aveva rotta ogni comunicazione tra Napoli e Capua; ed il ministro della guerra, a cui tutto ciò si riferiva, rispondeva non esser altro che pochi briganti, i quali non avrebbero ardito di attaccar la capitale. Quale stranezza! Una centrale immensa, aperta da tutt’i lati, il di cui popolo vi è nemico, a cui dopo un giorno si toglie l’acqua e dopo due giorni il pane!…

Capitolo 47

Ma chi potea smuovere il ministro della guerra dall’idea di difendere la repubblica nella centrale? Egli volle anche difenderla in un modo tutto suo. Non impiegò se non picciolissime forze, le quali, se prima sarebbero state bastanti ad impedire che l’insorgenza nascesse, non erano poi sufficienti a combatterla.

Egli avea fatto credere al governo ed alla nazione che potea disporre di ottomila uomini di truppe di linea; ma questa colonna, colla quale si avrebbe potuto formare un campo per difendere Napoli, non si vide mai intera. Molti credettero che si avrebbe potuto riunire gran numero di patrioti, se si dichiarasse la patria in pericolo; ma, sia timore, sia soverchia confidenza, questo linguaggio franco non si volle mai adottare dal governo, e solo si ridusse ad ordinare che ad un tiro designato di cannone tutti della milizia nazionale dovessero condursi ai loro posti, e gli altri del popolo ritirarsi nelle loro case, né uscirne, sotto pena della vita, prima del nuovo segno. Misura piú allarmante di qualunque dichiarazione di pericolo, poiché, non dichiarandolo, lasciava libero il campo alla fantasia alterata d’immaginario piú grande di quello che era; misura che non dovea usarsi se non negli estremi casi e che, essendosi usata imprudentemente la prima volta, quando bisogno non vi era, fece sí che si fosse usata quasi che inutilmente, quando poi vi fu bisogno1.

Intanto le infinitesimali colonne spedite da Manthoné furono ad una ad una distrutte. Quella comandata da Spanò fu battuta a Monteforte; l’altra, comandata da Belpulsi, che dovea esser per lo meno di mille e duecento uomini, vanguardia di un corpo piú numeroso, e che poi si trovò essere in tutto di duecentocinquanta, fu costretta a retrocedere da Marigliano, ove non potea piú reggere in faccia a tutta la forza di Ruffo. La sola colonna di Schipani resse nella Torre dell’Annunziata, perché era composta di numero maggiore, perché non poteva esser circondata se prima non si guadagnava Marigliano e perché finalmente era sotto la protezione delle barche cannoniere, le quali allontanavano l’inimico dalla strada che va lungo il mare. La nostra marina continuò a ben meritare della patria e, finché vi rimase il minimo legno, tenne sempre lontani gl’inglesi. E chi mai demeritò della patria, all’infuori di coloro che alla patria non appartenevano?

Ma finalmente Ruffo, padrone di Nola e di Marigliano, si avanzò da quella via verso Portici, tagliando cosí la ritirata alla colonna di Schipaní e togliendole ogni comunicazione con Napoli. Tra Portici e Napoli vi era il picciol forte di Vigliena, difeso da pochi patrioti; e, ad onta delle forze infinitamente superiori di Ruffo, sostennero oltre ogni credere il forte: quando furono ridotti alla necessitá di cederlo, risolverono di farlo saltar per aria. L’autore di questa ardita risoluzione fu Martelli.

Non minor valore dimostrò la colonna di Schipani: si aprí per sei miglia la strada in mezzo ai nemici, prese de’ cannoni, giunse a Portici. Le nuove che si aveano di Napoli, la quale si credeva giá presa, indussero alcuni vili a gridar «viva il re» e costrinsero gli altri a rendersi prigionieri di guerra.

 

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