Mondo

05 Marzo 2007 di
Redazione

Dimenticare Bush, ma non troppo

La svolta è avvenuta il 31 gennaio scorso. George W. Bush è a Wall
Street per pronunciare un discorso sullo stato dell’economia americana.
Fox News, il canale di Rupert Murdoch vicino
all’amministrazione repubblicana, snobba l’evento e manda in onda una
trasmissione sulle presidenziali del 2008. La voglia di voltare pagina
è forte e non solo tra i Democratici. Un sondaggio commissionato da Newsweek, qualche
settimana fa, ha rilevato che il 58 per cento degli americani
desidererebbe che la presidenza Bush fosse già conclusa. Ecco allora
che sulle copertine delle riviste scompare il presidente e compaiono
con sempre maggiore insistenza i candidati alla sua successione. Obama,
Hillary, Giuliani e McCain fanno notizia con poco, mentre Bush torna
alla ribalta solo quando c’è di mezzo una crisi internazionale come
quella del nucleare iraniano. Network e quotidiani hanno già
sguinzagliato i propri inviati per seguire, passo dopo passo, le star
dei due partiti. Si percepisce in modo tangibile che le prossime
elezioni saranno differenti da quelle del recente passato.
Innanzitutto, per la prima volta dal 1928, tra i candidati non ci sarà
il presidente in carica (Bush avrà esaurito i due mandati) né il
vicepresidente (Cheney si è tirato fuori dalla contesa). La
competizione del 2008 potrebbe, inoltre, consegnare all’America il suo
primo presidente donna o il suo primo presidente afroamericano. D’altro
canto, sebbene le possibilità siano minori, potrebbe anche essere
eletto il primo presidente mormone (il repubblicano Mitt Romney) o
latino-americano (il democratico Bill Richardson).




26 Febbraio 2007 di
Redazione

Un mormone alla Casa Bianca?

Può un mormone guidare la Casa Bianca? Cinquant’anni dopo l’animato confronto sulla fede del cattolico John F. Kennedy, l’America torna a dividersi sulla religione di un candidato presidenziale. In Italia non lo conosce quasi nessuno, ma Mitt Romney, ex governatore del Massachusetts e candidato repubblicano alla presidenza, potrebbe essere la grande sorpresa delle elezioni del 2008. Intanto, la sua discesa in campo rappresenta già un caso. Romney è, infatti, il primo mormone ad avere qualche chance per approdare a Pennsylvania Avenue, ripercorrendo peraltro le orme del padre George, che ci provò nel 1968, abbandonando però quasi immediatamente la competizione. Nella “Democrazia di Dio”, per riprendere il titolo di un recente libro di Emilio Gentile, la religione è un fattore di primaria importanza nel decretare il successo o la disfatta di un uomo politico. Basti pensare che l’estate scorsa, un sondaggio commissionato dal Los Angeles Times ha rilevato che il 37 per cento degli americani non voterebbe mai per un presidente mormone. Una percentuale ancora più alta se si considerano i soli cristiani evangelici, componente fondamentale della base repubblicana, per i quali la fede di Romney è un’apostasia del cristianesimo. La campagna elettorale del telegenico businessman prestato alla politica è dunque iniziata in salita. Romney ha dovuto ribadire in più occasioni che i principi del suo credo non prevarranno sugli obblighi politici del suo incarico. E per darne prova ha citato il suo operato da governatore, quando firmò una legge per la vendita di alcolici la domenica, nonostante ciò sia proibito dalla sua fede. D’altro canto, Romney ha buon gioco nel far notare che la sua chiesa non impone direttive agli esponenti politici ad essa affiliati. Tra i mormoni che contano spicca, infatti, il nome di Harry Reid, capogruppo al Senato del partito Democratico.